samedi 30 mars 2013

Premio Goncourt 2012

In queste uggiose giornate di marzo ho letto il libro di Jérôme Ferrari "Le sermon sur la chute de Rome" che ha vinto lo scorso autunno il prestigioso premio letterario Goncourt in Francia. Il volume sarà certamente tradotto in italiano o magari è già stato tradotto. Il romanzo mi è piaciuto. Scrittura magnifica, molto diversa dal francese classico, con frasi lunghe come in italiano, una prosa mozzafiato ma molto leggibile.
Al centro del racconto, un bar di un villaggio della Corsica a metà costa, da cui si intravvede il mare in lontananza, frequentato all'inizio da omaccioni, da cacciatori di cinghiali, da grandi bevitori davanti all'Eterno. Nel libro si racconta la storia del bar ritirato da due giovani locali che interrompono studi brillanti in filosofia, uno su Leibniz e l'altro su San Agostino. La vicenda si intreccia con la storia di una famiglia locale, con zii, nonne, cugini sparsi nel mondo che spariscono uno dopo l'altro, secondo le leggi ineluttabili della natura. Tutti muoiono, in un modo o in un altro, nonostante le ambizioni, le carriere, i successi ed i fallimenti dell'esistenza. Le famiglie, anche le più unite, finiscono per disgregarsi e sparire nei meandri delle genealogie e dei cimiteri.
Il volume termina con la predica di San Agostino sulla caduta di Roma invasa dai Visigoti nella cattedrale di  Ippona assediata dai Vandali.   La predica è un omaggio a uno dei personaggi chiave del libro, ex-studente brillante, figlio di una numerosa famiglia di emigrati sardi, Libero Pintus.
Alcune pagine sono magnifiche. Ricordo quelle dedicate alla vigilia pasquale, al rito celebrato in Corsica, nella notte del sabato santo accompagnato dal canto polifonico di una corale di Corte.

Anche a me la liturgia del sabato santo mi era molto piaciuta quando cominciavo a capire qualcosa del mondo biblico. Per questa ragione mi è venuta voglia di citare questa lettura e questo libro. Mi sono ricordato di una spedizione primaverile agli inizi degli anni Sessanta,  un venerdì santo, a piedi verso un paesotto delle prealpi meridionali ticinesi, Isone, con un gruppetto di scout cattolici di cui ero allora responsabile. La vocazione dell'educatore mi è passata perché ho capito che non era la mia. La notte di venerdì l'abbiamo passata riparati in un cascinale a Gola di Lago. Questo toponimo esprime bene la natura del passo che permette di scendere da Nord a Lugano e di arrivare al Ceresio. Siamo stati svegliati la mattina presto dal proprietario del cascinale semi-diroccato, probabilmente un contadino locale, che ci ha insultati ben bene, a ragione. Siamo ripartiti in fretta e furia per arrivare a Isone a preparare con il parroco la veglia notturna del sabato santo. Ero molto orgoglioso di questa impresa. Mi sembrava di fare una gran cosa, di combinare una buona azione (l'aiuto a un parroco di montagna) con una liturgia impegnativa, zeppa di simboli profondi, per nulla superficiale. Prendevo sul serio queste occasioni, questi testi, un poco come la predica di Sant'Agostino sulla caduta di Roma, nella quale il vescovo di Ippona tenta di spiegare alle sue pecorelle che anche Roma può cadere, che le opere dell'uomo sono fragili, non sono eterne. Restano ogni tanto dei ruderi, dei ricordi, qualche fotografia ingiallita.

mercredi 20 mars 2013

Storia dei nonni che non ho avuto

Questo è il titolo di un libro uscito un anno fa in Francia, pluripremiato, che quasi di sicuro non sarà tradotto in italiano, per cui do le referenze bibliografiche originali:
Ivan Jablonka: Histoire des grands-parents que je n'ai pas eus, Seuil, 2012.

Si tratta di un libro inclassificabile: non è un romanzo, non è un saggio di storia, non è un giallo. E' tutto questo ed è altro. Il volume è stato premiato come testo di storia. Jablonka è un giovane storico, ha 38 anni, vive a Parigi. Il libro forse annuncia l'apparizione di un modo nuovo di fare storia, di scriverne, di parlarne.

L'autore è andato alla ricerca dei nonni paterni che non ha mai conosciuto, ne ha ricostruito le vicende prendendo lo spunto da pochissimi documenti, una foto, qualche testimonianza, in primo luogo quella del padre nato nel 1940 a Parigi, della zia, di cugini sparsi nel mondo, alcuni in Argentina, altri in Israele, altri negli USA. Da questo punto di vista si tratta indubbiamente di un libro di storia. In modo metodico, verificando i documenti , rimbalzando da un prova all'altra, con fiuto, con perseveranza, con rigore, incrociando pareri diversi,  l'autore tratteggia un metodo storico applicato ad un caso preciso, quello dei suoi nonni, Matès e Idesa Jablonka, una coppia di ebrei polacchi, nati e cresciuti a Parczew.

Si entra nel libro a fatica, all'inizio ci si muove storditi nel mondo degli ebrei di Parczew e si scopre che anche in quella comunità non tutto è roseo. In gioventù i due diventano militanti comunisti, si innamorano, si sposano e scappano dalla Polonia. Dove vanno a finire? Come molti altri a Parigi, come succedeva a molti clandestini. Arrivati a Parigi al momento del fronte popolare di Leon Blum inizia la trafila per uscire dalla clandestinità, per ottenere la cittadinanza francese. Più si avanza nella lettura più si è presi alla gola dalla nausea degli eventi che hanno preceduto lo scoppio della seconda guerra mondiale, dalla ricostruzione meticolosa degli alloggi dei clandestini, dalle loro condizioni miserevoli di vita.  Il libro diventa un giallo. Non gliene va bene una. Allo scoppio della guerra mondiale nascono due figli, il che vuol dire che una certa speranza e voglia di vivere probabilmente sopravvive in questa coppia nonostante la durezza della vita quotidiana.  Idesa, la moglie, non milita più. Matès, il marito forse, ma non ci sono prove per affermarlo. E' aiutato anche da anarchici francesi, ma lui si arruola nella Legione Straniera, una scelta fatta probabilmente con la segreta speranza di avere una carta in mano per ottenere un documento che lo faccia uscire dalla clandestinità. La Legione è mandata sul fronte di guerra nella Somme per affrontare l'avanzata tedesca nel 1940 ed è un massacro. Matès si salva, non si sa bene come, non ci sono testimoni oculari da intervistare. Il libro non vuol essere un romanzo. Gli atti eroici non servono, si ricade nella clandestinità con due piccoli da crescere e finalmente il peggio arriva. La coppia è arrestata al proprio domicilio nei paraggi del cimitero del "Père Lachaise" a Parigi da gendarmi francesi  nel 1943, è trasferita al campo di raccolta di Drancy alla perifieria di Parigi e poi finisce a Auschwitz ed è assassinata. I bambini si salvano perché al momento dell'arresto non erano in casa e la coppia li aveva affidati a un vicino di casa polacco con le carte in regola.

Per scrivere il libro l'autore   ha esplorato una ventina di archivi, in Francia e in Polonia. Montagne di scartoffie nonostante la distruzione di molti archivi preziosi avvenuto alla fine del conflitto bellico. Ma non tutto è stato distrutto. L'amministrazione burocratica non perde il vizio, annota tutto. Con pazienza l'autore cerca i nomi dei nonni nelle scartoffie, poi va ad incontrare testimoni oculari in Francia, in Polonia, in Israele, in Argentina, negli USA. Cerca di tenere le distanze da una vicenda che lo attanaglia, di scrivere un libro di storia. Credo che ci sia riuscito. Nella quarta di copertina l'autore afferma che l'emozione nasce dalla nostra tensione verso la verità. C'è una traccia di Michel Foucault in questo passaggio. Anche Foucault a suo modo era un innovatore nel mondo della storia.

Per concludere, il libro è anche la ricostruzione della scomparsa della cultura yiddish , di un mondo massacrato dagli eventi terribili della seconda guerra mondiale.

Anch'io non ho conosciuto mio nonno paterno. E' morto prima che nascessi. Era una figura autoritaria. Aveva ripudiato un figlio per una storia amorosa e l'aveva costretto ad emigrare negli USA. I suoi figli, i miei zii e mia madre non ci sono più. Non ho testimoni diretti di questo emigrante bergamasco di Costa in Val d'Imagna che ha fatto fortuna nella Svizzera Italiana.

dimanche 10 mars 2013

Lutto cantonticinese

Alcuni giorni fa è deceduto improvvisamente a Lugano Giuliano Bignasca. Per chi non lo sapesse ancora Giuliano Bignasca, detto Nano,  fu il fondatore della Lega dei Ticinesi, qualcosa di simile per filosofia politica alla Lega di Umberto Bossi e non è un caso se Bossi e Maroni erano presenti al funerale di Bignasca a Lugano.
Bignasca è un fenomeno a sé stante, un capo-popolo, una persona volgare, grossolana, senza peli sulla lingua, una figura carismatica che è riuscita ad ottenere i consensi di una parte cospicua dell'elettorato ticinese (circa un quinto degli elettori).
Sono partito dal Ticino prima che il fenomeno Bignasca si manifestasse ma se fossi rimasto lì ne sarei stato un bersaglio, che dico, una vittima.
Non è però del morto che intendo parlare ma di un articolo su Bignasca pubblicato dal Sussidiario e firmato da un certo Claudio Mésoniat che pure non conosco. Quando ho letto l'articolo sono rimasto di stucco. Come mai "Il Sussidiario", quotidiano elettronico, pubblicato in italiano, diffuso soprattutto in Italia,  con redazione a Milano e con  più di due milioni di lettori, ha pubblicato un articolo su Bignasca, ossia su un personaggio strano, squallido, volgare, magari , anzi senza dubbio intelligente anche se ciò non vuol dire nulla, che ha spopolato nel Canton Ticino, un angolino di Svizzera dove si parla ancora italiano e dove soprattutto si comunica in vari dialetti che invece sono quasi scomparsi nel resto d'Italia? Non capivo quale fosse l'interesse del "Sussidiario" per questa figura che per principio non interessa nessuno in Italia. Del resto in Italia si ignora quasi tutto del Canton Ticino e la maggioranza dei Ticinesi è ferocemente anti-italiana. Il necrologio di Mésionat  era molto alambiccato. Non si capiva bene cosa volesse dire. In conclusione tesseva un elogio allo scomparso al quale si attribuiva il merito della creazione dell'Università della Svizzera Italiana, una rivendicazione che risaliva al 1848 o giù di lì, mai realizzata (vorrei qui precisare che ho sempre avversato la creazione di un'università nel Canton Ticino), ma prima della coda dell'articolo Mésoniat si dilungava sui valori impersonati da Bignasca, in particolare sulla relazione tra opinione pubblica e politica. Bignasca avrebbe interpretato con intuizioni e fiuto unici gli umori dell'opinione pubblica cantonticinese e per questa ragione sarebbe diventato un uomo politico di grande rilevanza, un leader, un capo-popolo. Ho subito pensato a Grillo, a Berlusconi. Anche se da decenni non vivo più nel Ticino questo è pur sempre il mio paese d'origine e lì vivono i miei familiari, quelli di mia moglie, molti amici. Parecchia gente offesa, umiliata dalla "verve" polemica di Bignasca, attaccata per settimane con insulti di ogni tipo sul settimanale della Lega dei Ticinesi "Il Mattino della Domenica". Questa sofferenza, queste umiliazioni, questo terrorismo retorico mi erano noti. E' così che ho conosciuto Bignasca, mediante la testimonianza di persone che sono state violentemente attaccate, in modo indiretto dunque, senza nessuna esperienza personale.

Non tutto è roseo nel Canton Ticino. Ci mancherebbe. Ma la contestazione, la critica, le denunce si formulano secondo codici e regole nelle società avanzate. Lo scomparso ha violato questi codici ed ha raggranellato voti e appoggi, è stato ammirato. Per molta gente fu un faro, una guida, un esempio anche se la sua vita personale non fu proprio esemplare, ma questi sono affari suoi.

Ho pertanto inviato al redattore capo del "Sussidiario" (credo che lo sia, ma non ne sono certo) Federico Ferrau  con il quale ho avuto a che fare in passato per contributi sulla scuola una messaggio di protesta, d'indignazione e di domande. Volevo dapprima segnalare che Bignasca non meritava a mio parere l'attenzione che "Il Sussidiario" gli ha prestato e poi volevo capire come mai "Il Sussidiario" aveva deciso di pubblicare il contributo di Mésoniat. Ferrau mi ha subito gentilmente risposto, menando un po' il can per l'aia.  Mi ha subito rinfacciato che non potevo esigere che il "Sussidiario" non parlasse di un fatto di cronaca rilevante come il decesso di Bignasca. Ha quindi specificato che il contributo è stato chiesto dal "Sussidiario" a Mésoniat; poi mi ha informato che Mésoniat è il direttore del Giornale del Popolo a Lugano (spiegherò tra poco cosa è il GdP) ed infine mi ha invitato a mandare una lettera al "Sussidiario" per spiegare il mio punto di vista come cittadino elvetico. Ho declinato l'invito perché non ho nessuna voglia di occuparmi di queste cose, ma lo faccio qui nel mio blog dove esprimo alcuni miei sentimenti.
Per prima cosa constato con sorpresa che nella redazione del "Sussidiario" a Milano si sapeva chi fosse Bignasca e cosa rappresentava. Come mai? Non lo so.
Poi scopro che il signor Claudio Mésoniat è il direttore del GdP. Orbene il GdP fu e forse lo è ancora il giornale dei cattolici ticinesi, anzi fu e forse lo è ancora il giornale della diocesi di Lugano. Il vescovo di Lugano ha voce in capitolo e forse indica, nomina (non lo so) , licenzia il direttore. Il GdP fu creato e diretto per decenni da Monsignor Alfredo Leber, che in un certo senso fu il tutore, la guida, il maestro di mio padre. So cosa è il GdP, non so più cosa sia il cattolicesimo nel Canton Ticino, ignoro tutto della diocesi di Lugano ma conosco assai bene il vescovo attuale, Mino Grampa, ex-rettore del Collegio Papio a Ascona, settantacinquenne, che attende  per limiti di età di essere sostituito. Quando ho saputo che Mésoniat era il direttore del GdP lì per lì non ho più ben capito il senso dell'articolo ma poi ho scoperto che il direttore del giornale luganese è una persona impegnata in CL (Comunione e Liberazione) e "Il Sussidiario" è l'organo di una fondazione prossima a CL o forse anche è il giornale della stessa CL, anche qui ammetto che non lo so. A questo punto non posso altro che emettere ipotesi da verificare: sembra che il GdP incontri problemi finanziari, che la curia vescovile luganese sia pure in difficoltà finanziarie. Il giornale sarebbe tenuto in piedi con risorse e aiuti  di vario genere provenienti da diverse fonti. Si potrebbe supporre che tra queste fonti ci sia anche la potentissima CL di Milano e quindi....."Il Sussidiario". Se le cose stanno in questo modo, ma ripeto non ho nessuna prova in mano, allora si capisce l'articolo. A Milano sanno cosa succede a Lugano, al "Sussidiario" si è in relazione con il GdP e con il suo direttore. Il fatto d'attualità maschera una relazione finanziaria, una relazione di potere. Potrei a questo punto scrivere al vescovo di Lugano  per avere lumi in merito, ma non ne vale la pena . Si potrebbe sbozzare la risposta.  Mi tengo le mie ipotesi , non avrò nessuna prova in mano, ma non scorderò quest'episodio che conforta la mia scelta, quella di andarmene, di tirarmi da parte, di ignorare il mio paese, anche se non lo si può sempre fare.

lundi 4 mars 2013

Il tallone di Achille: autonomie, istruzione tecnica e professionale, docenza. Un'agenda per il nuovo governo.

Convegno internazionale dell'ADI a Bologna, marzo 1 e 2 , 2013

Da una decina d'anni, verso la fine dell'inverno si svolge a Bologna un convegno particolare perché ha un taglio internazionale comparato su questioni scolastiche di rilievo per il mondo scolastico italiano. Do' un colpo di mano agli organizzatori per impostare il convegno e per trovare i relatori internazionali. Il "deus ex machina" del convegno è la presidente dell'ADI Alessandra Cenerini, una figura atipica,carismatica, nel paesaggio scolastico italiano che ha il pregio di avere capito come si debbano sfruttare le comparazioni internazionali nella politica scolastica. L'incontro si tiene nell'affascinante biblioteca del convento dei Domenicani. Quest'anno l'incontro era imperniato sui i difetti del sistema scolastico italiano. Il titolo del convegno è di per sè eloquente: "Il tallone di Achille". Quest'argomento, scelto lo scorso anno, tratta alcune debolezze macroscopiche del sistema scolastico italiano. Talune  sono associate ad ingiunzioni indirizzate da anni all'Italia dalle Organizzazioni internazionali , per modernizzare il sistema scolastico, renderlo migliore, più efficace. Da decenni le comparazioni internazionali di ogni tipo hanno evidenziato i ritardi scolastici della scuola in Italia che sono non solo nocivi per gli alunni ma che si ripercuotono in maniera negativa anche sul PIL. I punti deboli della scuola italiana sono noti con buona precisione da anni, ma purtroppo nulla cambia nella realtà. Se ne parla molto, si producono molti testi giuridici, ma i difetti permangono. Riforme ne sono state proposte a iosa e perfino votate ma l'impianto del sistema è rimasto immutato. Non ho l'intenzione di affrontare in questa sede le molteplici cause di questo stallo. Del resto ci sono storici dell'educazione molto bravi in Italia che hanno analizzato questa "impasse" assai bene. Basta qui ribadire che il sistema scolastico italiano è paralizzato ed è quasi intoccabile. Ho la sensazione di trovarmi di fronte a un caso di rigidità sistemica particolarmente interessante. Il convegno 2013 dell'ADI propone di rivenire su tre temi spesso denunciati che in modo drammatico penalizzano l'impianto scolastico italiano:
il centralismo,
lo stato dell'istruzione e formazione professionale,
la formazione e il reclutamento del personale scolastico.
I tre temi sono stati affrontati secondo un canovaccio originale: due attori citano i difetti maggiori di ognuno dei tre temi e relatori internazionali descrivono situazioni alternative, casi di successo nonché le modalità adottate altrove per superare gli ostacoli. Riprendo qui di seguito, alcuni appunti presi al volo durante le relazioni. I testi completi saranno pubblicati nel corso dell'anno nel sito dell'ADI (www.adiscuola.it):

 Autonomia e decentralizzazione.

Il relatore internazionale è Roel Bosker , olandese, professore all'Università di Groningen. Bosker mescola nella sua relazione informazioni provenienti dai Paesi Bassi con dati dell' indagine PISA. La validità delle due categorie di dati per me non è comparabile.Per Bosker non esiste nessun sistema scolastico totalmente libero. Qui ha ragione. Tutti i sistemi scolastici sono regolamentati chi più chi meno dagli Stati. Non tutti i modelli autonomi funzionano bene e migliorano i risultati scolastici. Quindi l'autonomia non è di per sé una panacea.L'autonomia funziona però meglio quando esiste una rendicontazione esterna. In Olanda il sistema scolastico à caratterizzato da: - massima libertà di scelta della scuola. Lo stato è tenuto a garantire a tutti i bambini, ovunque essi siano, la possibilità d'istruirsi; - selezione del personale da parte delle scuole; - grande adattamento alle circostanze locali. Il sistema scolastico olandese però non è privo di difetti: - Molta segregazione sociale; - Concorrenza tra scuole per rubarsi i buoni insegnanti; - Costi elevati, inefficacia Bosker conclude con alcune raccomandazioni: Prevedere l'autonomia scolastica in certi campi;
Impostare la rendicontazione obbligatoria per ogni istituto scolastico;
 Lasciare allo Stato la responsabilità globale del sistema scolastico;
 Esigere la trasparenza da tutte le scuole;
Fornire una preparazione eccellente al corpo insegnante;
Avere eccellenti dirigenti.

Seconda sessione (venerdì pomeriggio): l'istruzione e la formazione professionale. In apertura Cenerini invita a partire da questo settore che è forse il più malandato del sistema scolastico italiano. Intervengono due relatrici: Cecilia Baumgartner e Malgorzata Kuczera. Baumgartner: cosa è l'apprendistato?


 Cecilia Baumgartner è la direttrice dell'apprendistato nella provincia autonoma di Bolzano. Riferisce sull'impostazione dell'apprendistato nel Sud-Tirolo. Per me nulla di nuovo poiché in Svizzera è la stessa cosa.Il modello d'apprendistato in auge nel Sud-Tirolo prevede due blocchi di quindici giorni: quindici giorni a scuola e quindici in azienda. La parte scolastica, suddivisa tra cultura generale e teoria del lavoro, à di 400 ore /annue. Baumgartner insiste su due punti: la necessità di collaborare con le aziende di essere in stretto contatto con loro e la necessità di aggiornare senza soluzione di continuità il modello dell'apprendistato o della formazione in alternanza tra scuola e lavoro. La novità per me è l'annuncio del cambiamento curricolare con la transizione dalle discipline alle aree d'apprendimento. Una cosa è certa: la soluzione dell'apprendistato è efficace contro la dispersione, è positiva contro la disoccupazione, induce ad apprendere un mestiere. Non si termina l'apprendistato se non si padroneggia il mestiere scelto o nel quale ci si è formati.

 Malgorzata Kuczera, analista di politiche educative, OCSE, Parigi, ha la responsabilità di descrivere il quadro internazionale. L'OCSE da anni insiste sull'importanza dell'apprendistato, sulla necessità di instaurare passerelle dall'istruzione di cultura generale alla formazione professionale, sulla necessità di differenziare l'istruzione e la formazione professionale, sulla necessità di sviluppare istituti tecnici superiori. Malgorzata ribadisce quanto importante sia fare esperienze di lavoro reale e non simulazioni artificiose di lavoro. Nel commento cito la hall di albergo costruita con sussidi dell'Unione Europea all'entrata dell'istituto alberghiero di Marsala che visitai nel 2001. Le proposte dell'ADI per quel che riguarda l'istruzione e la formazione professionale sono presentate in fin di giornata dai due attori. Le riassumo: - Promuovere la cultura del lavoro e rompere il circolo vizioso che la svaluta; - Creare un ciclo unitario di base di 8 anni, quindi fondere scuola media e scuola primaria. Qualcosa di simile era stato proposto dal ministro Luigi Berlinguer nel 1997, senza però andare fino in fondo perché, se ben ricordo, la proposta era quella di costituire un ciclo unitario di sette anni e non di otto; - Modificare i curricoli per applicare il principio che si impara facendo. Mi viene in mente a questo punto Jean Piaget che aveva teorizzato questo principio con il concetto di operazioni; - Creare l'apprendistato. Trasformare gli istituti tecnici in istituì a statuto speciale della durata di 4 anni Sviluppare gli ITS e regolamentare l'accesso che deve essere libero solo per chi proviene dalla filiera professionale.

 Sabato mattina: l'ultima sessione è dedicata agli insegnanti, ed è intitolata "Insegnanti in cerca di identità", altro tema scottante nella politica scolastica italiana con interventi di due relatori internazionali, il prof. Andy Hargreaves, inglese che insegna alla Boston University e Marcel Crahay, belga, titolare della cattedra di pedagogia generale della Facoltà di scienze dell'educazione di Ginevra.. Nell'introduzione alla sessione, Alessandra Cenerini ricorda che l'ADI à stata l' unica associazione che in Italia ha preso posizione contro le sanatorie che accettano nelle graduatorie persone abilitate con il criterio dell'anzianità. Hargreaves inizia con una citazione di Gramsci e ripete che ogni insegnante è un intellettuale. La qualità degli insegnanti è l'elemento più importante della scuola. Spiega il capitale professionale : capitale è una metafora. Sviluppa il concetto il concetto di capitale messo a punto con Michael Fullam, il collega che ha firmato con lui la maggior parte dei libri sugli insegnanti. Il buon insegnamento è tecnicamente sofisticato. La preparazione di un insegnante richiede una lunga formazione Tre elementi concorrono a costituire qualità dei docenti:

- Capitale umano
- Capitale sociale
- Capitale decisionale

 Il capitale umano comporta:

 - Qualifiche
- Conoscenze
- Preparazione
- Competenze

 Ci vogliono una decina d' anni per sviluppare il capitale umano di un insegnante.

 Il capitale sociale richiede meno tempo per costituirsi. Comporta quel che si può fare con gli insegnanti in servizio:
 - Fiducia reciproca
- Collaborazione
- Responsabilità collettiva
- Reciproca assistenza
- Rete professionale
- Supporto reciproco, condivisione

 Il capitale sociale degli insegnanti migliora il capitale umano di ognuno. Il contrario però non è valido: il miglioramento del capitale umano non accresce necessariamente il capitale sociale. Il capitale decisionale: questa è la forma più recente di capitale esplorata da Hargreaves. La metafora di partenza è quella della giurisprudenza: i giudici devono decidere quando giudicano, anche quando i casi non sono sono chiari. Quel che conta è il giudizio. Nella scuola ciò succede quando gli insegnanti hanno tra le mani i punteggi dei test. Orbene non ci si può limitare a dire che un punteggio può essere positivo o negativo.Qualsiasi punteggio implica una decisione. Ci vogliono circa 10 000 ore per sviluppare la capacità di giudicare ( una decina d'anni). Ne consegue che occorre investire in tutta la carriera per sviluppare la capacità di giudicare

 Marcel Crahay conclude la serie delle relazioni con un esposto denso di dati sulla formazione iniziale, gli stipendi, il supporto degli insegnanti in Europa. Crahay compara molto spesso la situazione italiana a quella finlandese. Il confronto è impietoso. I due sistemi scolastici applicano modelli del tutto diversi di selezione, formazione e gestione degli insegnanti. Crahay invita i responsabili scolastici italiani a cambiare musica il più presto possibile. Se non lo si farà si andrà dritti verso la catastrofe. Tutti i dati comparabili odierni lo comprovano, anche tenendo conto dell'imprecisione dei dati. L'ordine di grandezza non è però errato.Quindi l'allarme per l'Italia è serio.

Alessandra Cenerini riprende queste informazioni nella conclusione. E' ora di cambiare, tuona, di mutare rotta se si vuole una sistema scolastico efficace , equo. La situazione odierna è intollerabile.

mardi 26 février 2013

Lo SRED di Ginevra

Ieri sono stato raggiunto dal passato: un giornalista del Courrier di Ginevra Rachad Armanios che non conosco mi ha telefonato per chiedermi cosa ne penso dell'intenzione di Charles Beer, l'assessore all'istruzione del Canton Ginevra, di rendere autonomo lo SRED trasformandolo in una fondazione di diritto pubblico. Qualcuno allo SRED gli ha fatto il mio nome e qualcuno gli ha dato il numero di telefono di casa qui a Parigi. Gli hanno detto più o meno, da quel che ho capito che l'inizio del tracollo dello SRED, i termini non erano questi, risalgono al mio arrivo nel 1997, quando sono stato nominato direttore dello SRED dall'allora assessore all'istruzione Martine Brunschwig Graf che mi aveva scelto perché desiderava che lo SRED svolgesse ricerche scientifiche che aiutassero il dipartimento dell'istruzione, detto DIP, a pilotare il sistema scolastico ginevrino. Nessuno ha detto al giornalista che quando sono arrivato a Ginevra nel settembre 1997 lo SRED esisteva solo sulla carta, che allora a Ginevra c'erano tre istituti di ricerca sulla scuola, che la Repubblica di Ginevra spendeva più del 33% del bilancio pubblico per l'istruzione (33% non del PIB dunque. Non si sa ancora ora quale sia il PIB di Ginevra), che all'interno della FAPSE (la Facoltà di psicologia e scienze dell'educazione della locale università) c'erano professori legati a filo doppio alla Direzione dell'insegnamento primario che svolgevano ricerche per questa Direzione, che avevano contratti con questa direzione, che il Servizio di ricerche del DIP , ossia lo SRED, ignorava queste ricerche e valutazioni, che le competenze di molti ricercatori all'interno dello SRED erano scadenti e che lo SRED non aveva connessioni internazionali con altri istituti di ricerca all'esterno della Svizzera tranne qualche caso in Francia, che diversi ricercatori erano ipocriti: con me, il direttore, tenevano un discorso ed alle spalle ne facevano un altro, che altri ricercatori o gli stessi avevano relazioni privilegiate con il potentissimo sindacato degli insegnanti, la Société Pédagogique Romande, sezione di Ginevra . In altri termini quando sono giunto sono caduto in un nido di vipere. Non ho un bel ricordo di questi otto anni passati a Ginevra che però mi hanno permesso di capire come funzionano alla base i sistemi scolastici, come si difendono le scuole contro l'apparato scolastico, compresa la ricerca scientifica, come la ricerca scientifica può prostituirsi. Ci sono voluti quasi tre anni per produrre un primo insieme di indicatori sulla scuola del Canton Ginevra. L'impresa è stata boicottata all'interno dello SRED in tutti i modi, fu ritenuta reazionaria, neo-capitalista. Guai infatti rendere trasparente la scuola. Allo SRED si gestiva e si gestisce una eccellente banca dati sulla scuola ma in questa banca dati, un gioiello, ripeto, voluto dai primi sociologi dell'istruzione attivi a Ginevra, mancavano le informazioni che contano per condurre il sistema scolastico ginevrino in un periodo di crisi e di trasformazioni socio-economiche. Non ho potuto spiegare queste cose al giornalista. Troppo complicate. Ho però capito dalla sua telefonata che all'interno dello SRED, otto anni dopo la mia partenza, ci sono ancora collaboratori che non hanno capito dove sta il problema, che non si rimettono in discussione, che continuano a usare lo stesso capro espiatorio, ossia la dipendenza della ricerca scientifica sulla scuola dalle autorità politiche. Lo SRED è in difficoltà. La commissione delle finanze del Parlamento ginevrino ne ha chiesto la soppressione. Ci sono molti posti di lavoro in ballo perché a Ginevra i ricercatori non sono insegnanti distaccati dalla scuola come succede in Italia. L'assessore all'istruzione Charles Beer tenta di salvare lo SRED e propone , a quanto ho capito, di toglierlo dall'amministrazione dello Stato, se ben capisco, e di farne una fondazione autonoma. Questa dev'essere l'autonomia di cui parla "Le Courrier". Quando ero alla testa dello SRED ero riuscito ad ottenere alcuni contratti di ricerca da vari enti grazie ai quali avevo potuto reclutare ricercatori di stampo diverso da quelli che vegetavano nello SRED con la speranza di andare all'Università, perché a questo avrebbe dovuto servire per una parte dello staff lo SRED, cioè come trampolino verso l'Università. A qualcuno il salto è riuscito, ad altri no. In ogni modo lo SRED era considerato come un "refugium peccatorum" per taluni, ossia per quelli che l'università non aveva voluto,o come un SAS in attesa di qualcosa di meglio. Non avevo questa idea e mi sono scontrato con quanti all'interno invece sognavano il passo. Mi sono scontrato anche con la Corte dei conti dello Stato di Ginevra che riteneva che lo SRED non dovesse guadagnare soldi con le ricerche scientifiche. La Corte dei conti ha chiuso un occhio, ha nicchiato quando ha capito che i soldi servivano per migliorare la qualità delle ricerche dato che lo Stato non versava un centesimo di più per le spese di funzionamento. La somma era miserevole e la maggior parte dei 5 milioni di franchi svizzeri versati allo SRED erano destinati a pagare gli stipendi dei collaboratori. Non ho proprio nessuna intenzione e nessuna voglia di rivangare questo passato. Voglio starmene alla larga. Il passato è passato come si dice. Forse, come ha sostenuto una delle figure carismatiche della ricerca scientifica sulla scuola a Ginevra, un bravissimo ricercatore, Daniel Bain, l'epopea dei Centri cantonali di ricerca sulla scuola è conclusa, anche per lo SRED. Ho invitato il giornalista ad occuparsi della dinamica della ricerca scientifica sull'istruzione a Ginevra, su quanto fa la FAPSE ed in particolare la sezione dell'educazione e sulle relazioni tra FAPSE e SRED. La natura della ricerca scientifica sulla scuola, il programma di ricerca della FAPSE e quello dello SRED, la complementarità tra i due programmi: qui sta il nocciolo del problema da sempre. Quando ero allo SRED i miei collaboratori hanno per molti anni lottato sulla definizione della missione dello SRED. Avevano ragione. Vedevano arrivare l'uragano, ma non sapevano erigere un apparato difensivo solido, efficace. E ora la tempesta è scoppiata davvero.

mardi 19 février 2013

Fondazione San Paolo per la Scuola

Ieri 18 febbraio sono stato a Torino per partecipare alla riunione del Consiglio direttivo della Fondazione San Paolo per la scuola. Dopo otto anni i membri scadono e vanno sostituiti. Ero quindi giunto ala fine del mio periodo di mandato e quella di ieri era la mia ultima riunione torinese nella FxS.A metà strada, dopo quattro anni, era cambiato il presidente della FxS che allora era il prof. Lorenzo Caselli di Genova ed giunse un nuovo presidente, il prof. Anna Maria Poggi, romana, ma insegnante diritto costituzionale a Torino. La composizione del Consiglio allora cambiò quasi completamente e della vecchi guardia si rimase solo in due, il prof. Giorgio Chiosso e il sottoscritto. Mi ricordo quando sono stato reclutato. Il direttore della Fondazione Massimo Coda allora alto funzionario nella Compagnia di San Paolo venne a Genova a spiegarmi cosa fosse la FxS e come funzionava. Ero di passaggio a Genova. Ho poi capito che ero stato designato dai membri del consiglio della Fondazione, mi pare su proposta della prof. Ribolzi. Insomma a quell'epoca, la FxS aveva un indirizzo molto pedagogico, era più o meno interessata alla politica scolastica, provava la necessità di avere tra i membri un esperto internazionale, finanziava strani, almeno per me, progetti scolastici che non erano nemmeno delle sperimentazioni. Le valutazioni erano dilettantesche o non esistevano affatto. Più o meno convinto da Coda, sono caduto nella FxS e negli intrighi della politica scolastica piemontese che ho appreso a scoprire poco per volta. Agli inizi del mio coinvolgimento nell'attività della Fondazione mi è parso di avere il ruolo dell'amico critico, di colui che ha uno sguardo esterno su quel che succedeva, si proponeva nell'ambito della Fondazione. Ero sorpreso della piega del programma di lavoro ma ero in grado, più o meno, di collegare le iniziative proposte per il finanziamento a ricerche scientifiche e sperimentazioni in corso nei maggiori sistemi scolastici italiani. Poi ho capito che questo ruolo era un alibi, che era del tutto illusorio attendersi cambiamenti di linea nel programma della FxS e men che meno di chiedere finanziamenti per programmi alternativi. E? tuttora difficile per me specificare quale fosse il ruolo della FxS ma certamente era del tutto diverso da quello di qualsiasi altra fondazione europea specializzata nel settore dell'istruzione. Ho poi anche capito che ciò è in parte attribuibile anche alla funzione che hanno le fondazioni bancarie in Italia. Il loro compito è del tutto diverso da quello delle fondazioni americane o inglesi o olandesi.La mia presenza nella FxS mi è servita per indovinare, direi quasi intuire piuttosto che capire il funzionamento della politica scolastica piemontese, il ruolo che vi ha la Compagni di San Paolo con i suoi capitali e il ruolo devoluto alla FxS. La sola iniziativa nella quale ho avuto un ruolo attivo fu quella della costituzione e dell'organizzazione del dottorato di ricerca sulla valutazione dei sistemi scolastici presso l'Università di Genova, iniziativa fortemente voluta dal prof. Ribolzi e finanziata dalla Compagnia di San Paolo con 200 000 euro l'anno se non erro. Le somme in ballo non sembrano considerevoli di primo acchito ma non sono nemmeno di poco conto. L'esperienza del dottorato purtroppo è andata male per mancanza di studenti interessati. Non metto in conto il contributo all'organizzazione di un paio di incontri internazionali a Torino, uno con Caselli e l'altro con Poggi, la quale invece ha fortemente accentuato l'impegno della Fondazione nel settore della valutazione(ma il dottorato di ricerca di Genova era partito prima di lei)pur in mancanza di una comunità di valutatori qualificati del sistema scolastico in Italia. Il personale stabile della fondazione non è reclutato con il compito di svolgere indagini scientifiche, non è un centro di ricerca né un polo di controllo delle ricerche scientifiche sulla scuola. In conclusione questa esperienza mi è servita per indovinare , per scorgere di trafila direi, alcuni retroscena della politica scolastica italiana e piemontese e soprattutto per scoprire Torino, una gran bella città.

samedi 9 février 2013

La DEPP: la direzione della valutazione, della prospettiva e delle prestazioni del sistema scolastico francese

In aettimana sono andato alla DEPP a trovare Paul Esquieu, il redattore di "L'Etat de l'école", l'insieme d'indicatori del sistema scolastico francese. Non ci andava da più di cinque anni. La DEPP è la Direzione della valutazione, della prospettiva e delle prestazioni(intese come risultati, in francese "performance") del Ministero Nazionale francese dell'educazione nazionale. E' una Direzione prestigiosa, enorme (circa 1000 persone) perché combina la statistica scolastica per tutto il sistema scolastico francese, inteso in senso lato (sorrido perché ogniqualvolta devo scrivere in italiano di queste cose mi tocca specificare, poiché in Italia il sistema scolastico si ferma alla fine dell'insegnamento secondario superiore o , come si dice oggigiorno, dell'insegnamento secondario di secondo grado, mentre invece altrove, per l'appunto anche in Francia, il sistema scolastico "tracima", coinvolge le università, l'educazione per gli adulti, ecc. ecc.) e la valutazione del sistema scolastico e dell'istruzione (come fa l'INVALSI in Italia). Non condivido questa organizzazione, in particolare l'inclusione del servizio di valutazione all'interno dell'amministrazione statale. Propendo per una forte indipendenza e autonomia scientifica, politica, amministrativa, politica, dell'apparato che effettua le valutazioni. La sede attuale della DEPP è alla Rue Dutot nel quindicesimo quartiere della città. Una strada celebre, preceduta dalla rue Dr. Roux, uno dei compagni d'avventura di Pasteur, via che passa del resto proprio in mezzo all'Istituto Pasteur, un insieme imponente di edifici alcuni dei quali sono ancora quelli originali di fine Ottocento. Poco dopo l'istituto Pasteur c'è la DEPP. Vorrei parlare di questa Direzione perché ho avuto molto a che fare con i primi direttori e con alcuni collaboratori, ho collaborato alla realizzazione delle prime edizioni dell'insieme francese di indicatori della scuola -- il celebre opuscolo "L'Etat de l'école"-- ma soprattutto perché alla DEPP ho incontrato ricercatori di qualità, specialisti di statistica scolastica che dietro le quinte svolgevano e svolgono tuttora un grande lavoro. Le chiamerei le formiche dei laboratori. Ho inoltre un debito con la DEPP perché questa direzione mi ha fornito un grande aiuto quando si è trattato di avviare la costruzione del primo insieme di indicatori internazionali dell'istruzione noto con l'acronimo INES. Con gli Stati Uniti, dove furono due le persone per me determinanti, Emerson Elliott che era Commissioner del National Center for Education Statistics (NCES) e Jeanne Griffith,prematuramente scomparsa, che credo fosse la direttrice del settore relazione internazionali al NCES, la Francia fu il secondo paese dell'OCSE che nel 1988 ha sostenuto senza tentennamenti la necessità di produrre un sistema internazionale d'indicatori dell'istruzione. In quegli anni, nel mondo della scuola non si era affatto convinti che la produzione di un insieme d'indicatori dell'istruzione fosse opportuna ed anzi si riteneva che fosse perniciosa. L'idea di produrre dati sulle prestazioni del sistema scolastico, di raccogliere dati sul funzionamento dei sistemi scolastici era percepita come un'eresia, una violazione del sacrosanto dovere di educare e istruire il popolo, una missione questa che non ha prezzo, di per sé incommensurabile. Dunque l'avvio della storia dell'insieme d'indicatori internazionali comparati non fu affatto roseo, non fu una passeggiata. Senza il sostegno degli Stati Uniti e della Francia non si sarebbe fatto nulla. Ne sono convinto. Per la Francia le persone chiave almeno per me in questa storia furono tre: il ministro dell'Educazione René Monory, il direttore e fondatore della DEP (allora l'acronimo aveva una sola "P") Jean-Pierre Boisivon e Claude Seibel alto funzionario dell'INSEE, l'Istituto Nazionale Francese della Statistica e degli Studi Economici, vivaio, in un certo senso, degli specialisti di statistica francese. Beninteso, all'interno della DEP c'era un gruppo di collaboratori che fu dirottato a lavorare sugli indicatori comparati come ce n'era uno a Washington D.C. La comparazione dei dati sulla scuola non era affatto una faccenda anodina. I criteri di comparazione dovevano essere specificati in maniera minuziosa e per farlo occorrevano specialisti dediti a questo compito. Il connubio tra Francia e Stati Uniti è pressoché incomprensibile. Gli Americani cercavano due cose: dati comparabili sull'istruzione che convalidassero gli allarmismi federali sullo stato mediocre dell'istruzione di base USA e poi una leva per ampliare e migliorare le loro statistiche scolastiche. A Washington i responsabili dello NCES dovevano negoziare con 50 stati ogni raccolta di dati e se dietro le quinte si poteva segnalare la presenza di un cane da guardia ringhioso come l'OCSE anche i responsabili delle statistiche degli Stati più restii potevano essere intimoriti e indotti a collaborare. A Parigi invece era un altro paio di maniche. I Francesi ritenevano di avere le migliori statistiche scolastiche del mondo (il che non era e non è vero) di essere alla punta della raccolta dei dati statistici sulla scuola, di disporre di un apparato statistico eccellente e di potere calare la lezione a tutti vendendo come modello il loro sistema scolastico. Si sbagliavano di grosso. Ma la loro macchina di produzione delle statistiche scolastiche era davvero impressionante. Non mi era allora ben chiara e non mi è ancora ora la ragione del coinvolgimento alla punta del combattimento della Francia. Le autorità scolastiche francesi ritenevano che il loro sistema scolastico fosse eccellente e partivano quindi da una posizione ben diversa di quella degli Americani. I Francesi non erano particolarmente attratti dalla comparabilità. Questa era per gli specialisti della DEP una questione puramente intellettuale, un esercizio mentale di rigore e di disciplina, forse una procedura di conoscenza ma non un atto politico. Lo era invece per gli Americani e per me: per noi la comparazione era uno strumento politico, una strategia e un metodo di conoscenza. Ho quindi sfruttato le competenze dei Francesi, il loro gusto per gli algoritmi, le classificazioni, i formalismi statistici. Molti Specialisti francesi che lavoravano alla DEP ritenevano che il loro apparato burocratico scolastico possedesse già tutto quanto fosse necessario per pilotare e gestire il sistema scolastico. Il malinteso era considerevole e quando si accorsero che l'organizzazione internazionale influenzata dagli USA andava in una direzione poco convenevole per la politica scolastica francese, anzi in una direzione pericolosa per la scuola francese perché suscettibile di mettere in evidenza le pecche del sistema scolastico francese e della cultura scolastica che lo forgiava, fecero marcia indietro. La Francia tirò i remi in barca. Ho potuto però beneficiare dello stato di grazia iniziale e organizzare con le autorità francesi l'incontro internazionale che ha permesso di lanciare il progetto internazionale sugli indicatori dell'istruzione. L'organizzazione a Poitiers nella primavera del 1988, nella sede ancora in cantiere del Futuroscope, della Conferenza internazionale sugli indicatori dell'istruzione fu il primo passo che ha permesso d'impostare tutto il lavoro. Quello fu forse l'evento che ha dato la stura a tutta l'avventura degli indicatori internazionali dell'istruzione. L'incontro avvenne pochi mesi dopo un'altra conferenza internazionale sulla qualità dell'istruzione organizzata a Washington nell'autunno del 1987.La questione era all'ordine del giorno: le autorità politiche volevano informazioni fresche sul rendimento delle scuole e queste informazioni non c'erano. Poco per volta tutti i paesi si adeguarono, riconobbero che si doveva fare qualcosa, che assieme si poteva progredire, scegliere le informazioni utili e apprendere a raccoglierle e a produrle. Tutto ciò sembra facile ma non lo è affatto. Non parteciai alla riunione di Washington perché a quel momento non era ancora stato deciso chi all'interno dello staff dell'OCSE avrebbe dovuto occuparsi del progetto degli indicatori dell'istruzione. Ero il solo tra i miei colleghi ad avere sostenuto all'interno dell'OCSE la tesi della crisi della qualità dei sistemi scolastici e ad invocare la necessità di statistiche scolastiche più complete, più pertinenti. Avevo appena finito di curare un volume sui figli di immigrati nelle scuole dei sistemi scolastici dell'OCSE ed avevo messo in evidenza la mancanza di dati statistici su quella categoria di studenti. L'incontro di Washington avrebbe dovuto essere annacquato dai colleghi dell'OCSE della direzione dell'educazione ma è andata loro buca. I partecipanti alla riunione di Washington hanno infatti finito per elencare una lista di dati mancanti nelle statistiche scolastiche tradizionali senza le quali le politiche scolastiche non potevano pilotare l'evoluzione dei sistemi scolastici. Rientrati a Parigi, il direttore dell'educazione Ron Gass mi affidò contro tutti la responsabilità di prendere in mano il progetto sugli indicatori dell'istruzione. Non avevo una formazione in campo statistico, non l'ho tuttora, ma capivo quel che non andava e cosa si doveva fare. Per prima cosa cercai una dozzina di esperti internazionali specialisti nel campo della valutazione e della statistica scolastica i quali mi diedero un colpo di mano fondamentale e mi protessero ben bene contro gli attacchi sferrati dai colleghi inferociti dalla decisione di Gass. Fu proprio in questo momento critico che la DEP diretta da Jean-Pierre Boisivon, lui pure come il sottoscrito privo di qualsiasi formazione specialistica nel campo della statistica scolastica, propose di organizzare immediatamente un incontro internazionale per concludere e capitalizzare i risultati delle discussioni di Washington. Ed è a questo momento che presi in mano il progetto INES e lo portai avanti fino al 1995. Per un paio di anni la DEP è stata molto attiva nel progetto INES dell'OCSE. Tra l'altro fu la DEP e in questo caso Denis Meuret che allora lavorava alla DEP, a proporre di impostare un'indagine internazionale molto originale sui livelli di decisione, sui modi di decidere e sui tipi di decisione vigenti all'interno dei vari sistemi scolastici per compararli tra loro. Questa fu una novità assoluta e quest'indagine, perfezionata, è stata ripresa dall'OCSE per produrre indicatori comparabili sulle competenze decisionali nella scuola che sono stati inclusi nell'insieme d'indicatori internazionali dell'istruzione pubblicato nel 2012.