lundi 28 décembre 2015

Mutazione di sistema scolastico in Italia? Ben venga ma non è il caso.

Percorro Facebook e mi imbatto in un articolo intitolato

"La legge 107/2015 e le deleghe, le mutazioni di un sistema". 

Ritorno sui miei passi. Faccio fatica a capire , poi a credere. L'espressione che mi colpisce è " mutazioni di un sistema". Magari, mi dico. Può anche darsi per chi  è dentro questo sistema  scolastico  ( qui si parla chiaramente del sistema scolastico italiano), ma proprio non mi pare che ci sia una mutazione profonda di sistema. Non ho letto tutta l'ampia produzione stimolata dall'adozione della legge  ma a prima vista mi sento proprio di dire che non si è affatto di fronte a una mutazione di sistema. A qualche ritocco, forse anche. A un restauro? Non mi sembra proprio. Il sistema scolastico italiano tratteggiato nella legge 107 non attira affatto l'attenzione, non propone nulla di esaltante, di coraggioso, di totalmente nuovo. Il sistema scolastico è tenuto in  piedi cosi come è. Tutto rimane governato , ma questo è piuttosto un modo di dire, dal centro, ossia dal livello più elevato dell'apparato scolastico, ossia dal ministero dell'Istruzione Pubblica a Roma. Nessuna novità da questo punto di vista. Il Ministero resta quel che è, con le sue più o meno baldanzose Direzioni Generali. Le risorse finanziarie stanziate al sistema non aumentano . Restano quel che sono anche se ormai è ben noto che qualsiasi seria riforma costi, esige fondi. La formazione duale  o l'alternanza scuola-lavoro per i minori e per gli studenti deboli non appare nemmeno all'orizzonte nonostante le tirate in favore dell'apprendistato. La durata della scuola dell'obbligo è ambigua . Si gioca da un lato con il diritto allo studio e dall'altro con l'obbligo scolastico e non si sa bene su che piede si sta quando se ne parla. L'edilizia scolastica è  promossa a parole ma ci sono molte scuole con bagni fatiscenti oppure con un'orgia di computer ...ma in cantina perché non ci sono le prese elettriche per collegare tutti gli apparecchi. La didattica, nella terra di Montessori, resta prevalentemente orale  con lezioni cattedratiche , ma si potrebbe continuare all'infinito. Vorrei solo accennare alle scuole in difficoltà delle periferie, delle borgate, del centro della Sardegna o della Sila. Di scuole in difficoltà ce ne sono ovunque, anche a Milano o in Valle d'Aosta. Non sono una prerogativa del Sud, ma il divario tra il Trentino e il Sud Italia sussiste e non è colpa né del Trentino né delle regioni del Sud, ancor che.... ma su questo punto dovrei informarmi meglio. La rendicontazione è una illusione, l'autonomia scolastica pure. I giochi di prestigio nei salotti e nei locali delle commissioni parlamentari sono invece di casa, ancorché in Parlamento è giusto che ci siano. Si fa finta. Si è molto abili da questo punto di vista. Finta di credere, ma magari c'è anche chi ci crede veramente. Il florilegio di dichiarazioni, di proclami, di allusioni, di citazioni dotte è impressionante ma quando i responsabili scolastici italiani vanno all'estero e si siedono attorno ai tavoli di discussione delle organizzazioni internazionali sono come pulcini bagnati, non aprono il becco, non capiscono di cosa si discuta. Peggio ancora, non hanno nessuna proposta nuova da mettere sul tavolo, da fare valere. Perché? Perché non c'è nulla, nulla di eccelso, nulla di originale. Eppure ci sarebbero molte cose da dire e non solo da fare per controbattere la scuola targata  OCSE che ormai fa  il bello e il brutto tempo sulla scena politica nonostante le resistenze degli insegnanti i quali capiscono bene che quel tipo di scuola non è una soluzione proponibile, che i problemi da trattare sono ben altri perché nelle scuole si vivono situazioni complicate, tensioni che il modello scolastico dominante non potrà né correggere né affrontare. I paesi latini trascinano i piedi, sono meno diligenti , sono più scettici ma dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Francia, dall'Italia e dalla Grecia non arrivano proposte  di una scuola alternativa, magari più corta di quella attuale, magari impostata sul gioco, con attese , standard diversi. Il rumore, il borbottio che viene dalle scuole è pero`significativo. Si deve cambiare qualcosa: i curricoli sono stantii, gli studenti manifestano interessi che collimano sempre meno con quelli sperati o proposti dalla cultura scolastica generale, la domanda di istruzione scolastica da parte delle famiglie, delle aziende, delle comunità locali non solo è forte ma si esprime anche con critiche e denunce talora violente, esacerbate. Eppure si annaspa. Il sistema non evolve proprio. Purtroppo non muta molto.  Si difende invece, e lo fa assai bene. Mi viene da dire che marcia sul posto, ma non è affatto vero. Un giudizio simile è errato e grossolano come lo dimostra appunto la legge 107.

lundi 14 décembre 2015

Elezioni regionali in Francia

Sospiro di sollievo ieri sera all'annuncio dei risultati delle elezioni regionali in Francia. Il FN non ce l'ha fatta a conquistare una regione. Eppure ha tentato. Poco meno di 7 milioni di votanti hanno deposto nell'urna una scheda FN. Circa un terzo degli elettori. Il FN è votato da almeno un terzo di elettori francesi, molti della giovane  generazione. Un vicino che ne ha viste di tutti i colori nella vita e che non è di sinistra dice che si è persa la memoria. Non si può votare il FN .Per me va da sé.  Eppure le proposte del FN allettano, incantano, attirano simpatie. Questo è il problema. Come mai? Perché tanta gente crede alle allodole del FN? Questo partito finora non ha fornito nessuna prova di essere competente per dirigere una società complessa  come quella francese o come lo è qualsiasi società europea. Eppure molti cittadini credono che il partito, che il FN e che altrove i partiti simili  saranno in grado di governare, che governeranno meglio dei partiti che hanno fin qui gestito il potere. Come mai? I governanti che si sono succeduti al potere in Francia in questi ultimi anni erano senza dubbio composti di bravi tecnici, di persone competenti nel loro campo, in grado di dirigere lo stato, l'amministrazione pubblica, i servizi sociali. Eppure qualcosa è andato storto se c'è tanto malumore in aria, se tanta gente è convinta che peggio di cosi non possa andare e che il FN, ossia Marine Le Pen e si suoi accoliti, Marion Le Pen e il suo entourage sono in grado di governare lo stato. Ieri sera nei media francesi e questa mattina, l'indomani, non ci si interroga sulle origini del malessere. Ci si accontenta di dire che è andata ancora bene, che il fronte repubblicano ha reagito alla grande contro il FN. Ammiro la maturità di molti elettori francesi. Penso pero`al solito rito francese. Ci si è fatta una grande paura  con il primo turno e poi al secondo turno si sono rimessi gli orologi all'ora giusta. La spiegazione è semplicistica. L'ho anche utilizzata. Ma non è affatto cosi'. Non è stato solo un rito. I moduli politici del passato, del dopoguerra europeo, non si possono più applicare. Il welfare state è consunto. fa acqua. Lo si deve ripensare ma cio`non significa che lo si debba buttare al macero. Il sistema scolastico è consunto. Ne scrivo nel mio sito. Il lavoro manca. I nuovi posti di lavoro non compensano i posti di lavoro persi. Ci sono persone che restano sul lastrico, prive di lavoro. La disoccupazione è cronica. Si potrebbe continuare. Dulcis in fondo il terrorismo, i clandestini, la fuga di massa dalla povertà e dalla miseria. Non si sa cosa fare, non si propongono alternative. Il FN ne approfitta e la soluzione proposta, una società chiusa, ripiegata su se stessa, gelosa del proprio benessere, egoista, illude, soddisfa chi ha paura di perdere quanto ha, il poco o il tanto, non importa. Molti dichiarano di essere favorevoli a una società aperta, di difenderne i principi. Lo sono anch'io. Ma questo non basta. Ieri sera un esponente del centro destra francese ha dichiarato alla TV , in uno dei soliti dibattiti post-elettorali, che gli eletti, i ministri per esempio, dovrebbero dare le dimissioni dalla funzione pubblica. Per lui questa sarebbe stato il primo segnale di rinnovamento dello stile di governo, un preludio al cambio delle idee. Mi è venuto da piangere. Di fronte al disorientamento di più di sei milioni di elettori si propone una soluzione derisoria, prettamente tecnica, con la speranza che innesti un rinnovo delle idee e dei progetti. Non conosco come funzioni una società complessa come quella francese ma intuisco per esempio che la sequela di provvedimenti proposti dai governi per ridurre la disoccupazione in Francia non è servita a gran che. Magari questi provvedimenti sono necessari con tutto il codazzo di ripercussioni negative che li accompagna, ma non bastano. Ci vuole qualcosa d'altro anche se sono d'accordo nel ritenere che il sistema di protezione sociale costruito in questi ultimi decenni sia un passo rilevante, che il sistema vada preservato o che almeno il principio sia salvaguardato.

mercredi 9 décembre 2015

La tribu' e i suoi riti

Premessa: Scrivo questo post perché la vicenda mi riguarda. Sono nato e cresciuto nel Ticino. Vengo da li`e mi sento autorizzato a esprimere il mio parere. Non vorrei proprio che il mio paese finisca per essere governato da un partito che è molto prossimo all' estrema destra.


In queste ore il parlamento elvetico che siede a Berna e' riunito per nominare il governo. Si tratta dell'unico parlamento al mondo che nomica il governo, ossia l'esecutivo. Il governo elvetico e' molto esiguo. Composto da 7 persone soltanto. Il paese e' piccolo (circa 9 milioni di abitanti) ed e' molto diviso. Le combinazioni per l'elezione del governo sono dunque molteplici. Ci sono regole implicite, non scritte che di solito si rispettano ma che ogni tanto, raramente a mio gusto, vengono violate.
Quest'anno tra i candidati presentati dal partito di destra UDC per il Consiglio Federale ( ossia per il governo della Confederazione elvetica) c'e' un certo Norman Gobbi,  assessore a Bellinzona nel governo del Canton Ticino. La sua candidatura e' una manovra elettorale che mira a soddisfare le rivendicazioni della Svizzera Italiana per un ministro federale di lingua italiana. Orbene Norman Gobbi ha fatto carriera politica nella Lega dei Ticinesi, un partito che si potrebbe quaificare di estrema destra.
L'elezione e' seguita passo passo dalla televisione della Svizzera Italiana che si e' installata nel Palazzo Federale a Berna dove si svolgono le grandi manovre, dove si combinano le alleanze, si concepiscono i colpi bassi  per determinare il voto dei parlamentari e le opzioni dei partiti politici. L'Assemblea Federale , ossia la riunione delle due camere , il Parlamento e il Senato, e' dominata dall'UDC ma per essere eletti nel governo occorre la maggioranza assoluta e l'UDC non l'ha.
La mia e' una voce fuori dal coro: la trasmissione televisiva illustra assai bene il circo in atto. Il rito dell'elezione, iniziato alle 8 di mattina, e' la celebrazione della tribu' alemanna che domina il mondo elvetico. il rituale e`imposto dalla tribù. Pochi anni fa un dissidente della tribù, il signor Blocher, hqa tentato di modificare le regole. Contro di lui si sono scagliati i benpensanti e tra questi i padroni del vapore. I Ticinesi chiedono  uno strapuntino ma lo richiedono anche i Vodesi, ossia i francofoni del canton Vaud con capitale Losanna, un'altra minoranza nel mondo elvetico che conta assai più' in termini simbolici e economici di quella italiano-ticinese ( ci sono moltissimi italiani in Svizzera che non sono affatto rappresentati dai Ticinesi i quali in maggioranza si infischiano della loro presenza). Per altro il Canton Vaud e' un cantone protestante mentre il Ticino e' un cantone cattolico. La componente religiosa e' una variabile del gioco elvetico. Un'altra variabile e' la lingua e una terza la carriera imitare. Il profilo di Gobbi raggruppa queste tre variabili. Ha dunque le carte in regola secondo il rito elvetico ed e' per questa ragione che e' presentato dal partitone UDC, che e' come Forza Italia,  quale candidato.
Assisto al tristissimo spettacolo bernese trasmesso dalla televisione locale ticinese. Spero proprio che i dissidenti , che le voci stonate, che il buon senso prevalgano.

P.S.: Alla fine della giornata i Vodesi hanno vinto. Nel governo elvetico siedono tre ministri romandi. Anche questa situazione non corrisponde alle regole esplicite. In ogni modo ho scritto il post prima che il gioco elettorale fosse finito. Ho indovinato l'esito. Sono contento che Gobbi non sia stato scelto. Non lo conosco. Magari come persona è in gamba ma milita in un partito di estrema destra e dunque ne condivide le opzioni.

mardi 6 octobre 2015

Air France

Mi hanno impressionato alcune reazioni di amici italiani su Facebook a proposito di quanto sucesso all'aeroporto Charles De Gaulle a Parigi ieri, 5 ottobre, dove era riunito il comitato aziendale della compagnia aerea   Air France.

Cosa e' successo?

Tutti sanno o hanno visto alla TV quanto successo. Un gruppo di un centinaio di persone e' riuscita ad entrare nel locale in cui era riunito il comitato ( credo che si dica cosi' in italiano)  con i  dirigenti della compagnia aerea e alcuni di questi hanno corso il rischio del linciaggio. Sono dovuti  scappare e ad alcuni e' stata strappata la giacca e la camicia. Si sono salvati per un pelo. Poco importa la meccanica del fatto, ossia chi ha fatto cosa.

La mia reazione

I post che mi hanno sorpreso erano quelli che inneggiavano agli aggressori, che esprimevano ammirazione per il loro coraggio. I titoli dei postt esprimevano  invidia per l'atto  contro il comitato aziendale, applaudivano il coraggio degli aggressori . Sono rimasto allibito nel vedere in modo palese  la condivisione per un atto che ritenevo violento, pericoloso. Mi sono chiesto come mai era possibile applaudire  un gesto simile, esprimere adesione e sostegno verso un'azione aggressiva contro persone che magari hanno sbagliato , le cui scelte non erano  condivise. Gli avversari si distruggono, si annichiliscono, si dileggiano snudandoli. in questo caso Nei commenti francesi si cita un intervento del 1906  di Jean Jaurès il leader socialista   effettuato nel parlamento francese e si denuncia la violenza della decisione della direzione di Air France che propone di licenziare circa 2500 persone il che ha mandato su tutte le furie il personale della compagnia aerea e i sindacati  che lo rappresentano. Alla violenza di una parte si risponde con la violenza dall'altra.

 Interpretazione

Non capisco come si possa esaltare la violenza fisica nelle relazioni sociali. Le divergenze d'opinione sono comprensibili, ma non si risolvono con lo scontro fisico. Ho pensato allora a Sigmund Freud, a uno dei suoi libri piu' riusciti, "Das Unbehagen in der Kutur" . Lo cito in tedesco perche' non so come il titolo sia stato tradotto in italiano  ( Credo " Il disagio della civilta'") . La tesi di Freud e' nota ed e' pessimista. Condivido la sua opinione. In breve : e' inutile illudersi. Gli uomini non sono ne' angeli buoni, ne' agnelli. Sono lupi. Si sbranano tra loro. La violenza, l'agressivita' sono impulsi vitali, fondamentali per sopravvivere. La pulsione di morte e' primaria, spinge all'autodistruzione. Come venirne fuori, come vivere con i propri simili? Come controllare questo impulso, come evitare il ritorno ad uno stato selvaggio, barbaro e come impedire lo sfacelo? Capisco il fascino per la violenza, la distruzione. Poi ritorno a Freud. La sua risposta: se ne puo' uscire , si puo' evitare il massacro  con la Kultur ossia con la civilta', con l'Aufklaerung, la razionalita', la giustizia. Mi sono ricordato che nel mio insegnamento tantissimi anni fa avevo proprio citato questo libro.

Lo avevo capito in parte, credo che ne avevo intuito la portata. Oggi lo capisco meglio.L'accesso al sapere e' per Freud la forma piu' elevata delle iberta'.

Per Freud gli uomini non sono uguali. Freud non ha le stesse opinioni di Rousseau: e' impossibile realizzare l'uguaglianza perche' le pulsioni sono piu'  forti  degli interessi razionali. Le pulsioni vincono sempre, hanno il sopravvento.  Nessuna societa' puo' costituirsi  senza l'aggressivita', con la rinuncia ai conflitti e all'affermazione di se', ma...si deve passare dallo stato di natura allo stato di cultura per vivere assieme. E' proprio su questo punto che mi sento in disaccordo con i pareri espressi su FB. In quei messaggi d'invidia per quqnto successo a Air France si percepisce il rifiuto di uscire dallo stato di natura, il rifiuto di rinunciare alle pulsioni primitive. Il passaggio allo stato di cultura implica un sacrificio, una rinuncia ed in questo senso la cultura e' un disagio perche' l'aggressivita' e' necessaria all'esistenza.

dimanche 30 août 2015

La scuola targata OCSE

Con il pasare del tempo e con la moltiplicazione dei saggi e delle interviste si riesce a delineare la scuola targata OCSE. La scuola ideale per l'OCSE risulta dalle caretteristiche delle scuole che ottengono  i migliori punteggi nell'indagine PISA. Un po' meno con quelli della popolazione adulta testata nell'indagine PIAAC. I lettori non al corrente delle indagini designate da questi acronimi possono informarsi con una ricerca sul web oppure nel mio sito "oxydiane.net".

L'OCSE si interessa molto della scuola media e della scuola primaria, ossia di quanto capita negli anni di scuola dei quindicenni ai quali si somministrano gli atrumenti ( ossia i test) dell'indagine PISA. L'OCSE invee naviga per quanto riguarda l'insegnamento secondario di secondo grado e l'insegnamento post-secondario o insegnamento terziario. Le analisi dell'offerta scolastica sono dotte ma le proposte sono moderate e ambigue. Molto realismo che sembra fantascienza d'avanguardia per nei sistemi scolastici  zoppicanti come quello italiano ma scarsa visione e soprattutto rimozione delle conoscenze accumulate da decenni di ricerche scientifiche sugli apprendimenti. L'OCSE non esita a calare lezioni di ogni genere per l'istruzione iniziale, l'educazione prescolastica, la scuola dell'obbligo. Sfrutta con grande abikita' la massa di ifnormazioni raccolte dalle indagini che cura , incrocia i dati a piacimento, produce un insieme di indicatori che fa girare la testa.

Vediamo pero'quanto si puo' estrapolare dalle moltissime dichiarazioni prodotte in questi ultimi anni dai responsabili dell'OCSE, dalle pubblicazioni OCSE sulla scuola, dagli esperti coinvolti nelle analisi dei dati PISA o nella preparazione degli strumenti dell'indagine PISA , dai responsabili dei sistemi scolastici ritenuti esemplari, come per esempio quello finlandese o quello polacco, tanto per citare due casi non asiatici. Tra l'altro vale la pena segnalare che gli esperti che lavorano dietro le quinte alla preparazione di PISA oppure queli che analizzano i risultati di PISAo di PIAAC  si esprimono poco su quanto fanno, non raccontano come le scelte vngono operate e non spiegano gli strumenti messi in circolazione. Non si sa nulla dei compromessi raggiunti dietro le quinte, delle piste di lavoro abbandonate.  Sono una maggioranza silenziosa dell'indagine PISA o dell'indagine PIAAC. Nessuno sa come si svolgono i negoziati per giungere ad un accordo di compromesso oppure a una conclusione all'unanimita'.

Dunque quali sono le caratteristiche della formazione iniziale targata OCSE, i criteri che secondo l'OCSE consentano un miglioramento della scolarizzazione iniziale e che hanno dato eccellenti prove di qualita' in paesi assai diversti tra loro come la Corea, la Polonia, la Finlandia e che quindi possono essere raccomdati ai responsabili politici che si interrogano sulla qualita' dei sistemi scolastici di cui si occupano? L'OCSE non esita a vendere la propria mercanzia come la migliore al mondo, prove alla mano. I paesi che chiedono aiuto all'OCSE potrebbero sapere in anticipo cosa l'OCSE raccomandera' proprio perche' ora ci sono i puteggi PISA e PIAAC che servono a meraviglia, che comprovano la pertinenza delle raccomandazioni, che funzionano come un metro ( benchmark) di giudizio. Sono queste cassifiche che condannano i sistemi scolastici di  Svezia, Danimarca o Norvegia e che invece premiano la Finlandia. Dunque vediamo le caratteristiche vincenti dei sistemi scolastici secondo l'OCSE:


  • autonomia delle scuole
  • convergenza dei punti di vista dei responsabii scoastici e degli insegnanti sugli obiettivi dell'istruzione
  • valutazione dei risultati e degi insegnanti
  • miglioramento dei salari degli insegnanti, selezione degli insegnanti, formazione spinta del corpo insegnante e dei leaders, valorizzazione del prestigio sociale della professione
  • pubblicazione dei risultati delle valutazioni
  • rigore nell'insegnamento ( la pubblicazione dei risultati , la valutazione , i test ne sono una componente)
  • disciplina nelle scuole ( va di pari passo con la valutazione, con gli obiettivi)
  • creativita' ( resta un concetto vago)
  • generalizzazione dell'istruzione secondaria di primo grado
  • posticipazione di qualiasi forma di anticipo della transizione dalla scuola al lavoro e della selezione degli studenti in funzione degli indirizzi di studio ( si dice anche lotta contro la selezione precoce ma la soglia dell' eta' a partire dalla quale l'insegnamento e' differenziato non e' chiaramente stabilita)
  • estensione della scolarita' con anticipo dell'inizio della scolarizzazione oppure con la scolarizzaione dell'educazione prescolastica.
  • uso sistematico dei dati statistici per governare le scuole e perimpostare le politiche scolastiche.


L'OCSE non si pronuncia sugli organigrammi ( ignoro la terminologia in voga in Italia per designare le strutture dell'insegnamento). L'OCSE ha incitato la Polonia a creare le scuole medie di tre anni dopo cinque anni di scuola elementare. Nel sistema sovietico la scuola media non esisteva. C'era la scuola unica , come esiste in Danimarca o in Svezia. Il tronco unico per la scuola dell'obbligo (otto o nove anni di scuola indifferenziata) non e' molto caldeggiato dall'OCSE.

Il pacchetto e' assai eterogeneo. Include proposte innovative come l'autonomia e altre assai autoritarie come la pubblicazione dei risultati della valutazione. In Italia si e' optato per una forma mitigata con l'autovalutazione da parte delle scuole nella quale vanno integrati i risutati dei test INVALSI, ossia una valutazione esterna e i voti dati dai professori.

A prima vista ne risulta una rappresentazione di scuola assai tradizionale che non tiene conto dei risultati della ricerca scientifica sull'apprendimento , sullo sviluppo dell'intelligenza o della ricerca scientifica delle neuro-scienze e nemmeno degli sconvolgimenti causati dalla cultura giovanile planetaria oppure dalle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione.



vendredi 31 juillet 2015

A scuola a 4 anni

Ho letto in questi giorni che nella Confederazione elvetica i vari sistemi scolastici adottano di comune accordo l'inizio dell'obbligo scolastico a 4 anni.

Il concordato intercantonale Harmos

Questo è l'effetto del concordato nazionale Harmos che mira , come lo annuncia il nome, a armonizzare gradualmente i sistemi scolastici cantonali ( i Cantoni, ossia l'equivalente delle Regioni in Italia anche se sono molto più piccoli delle Regioni italiane, hanno la competenza totale per la scuola dell'infanzia, per la scuola primaria e la scuola media). Il concordato Harmos fu lanciato subito dopo la pubblicazione dei risultati della prima indagine PISA alla quale non avevano partecipato tutti i Cantoni Svizzeri. Molti Cantoni della Svizzera tedesca avevano rifiutato di autorizzare la campionatura cantonale, mentre invece tutti i cantoni francofoni e il Ticino , solo Cantone italofono, avevano invece partecipato con un loro campione rappresentativo alla prima indagine PISA del 2000. La Confederazione elvetica era pero' riuscita a comporre una campione nazionale rappresentativo  con l'inclusione di quindicenni della macro-area tedesca, dell'area romanda ( questa è la terminologia utilizzata per indicare l'insieme dei cantoni occidentali nei quali si parla il francese) e della macro-area italiana che comprende non solo la popolazione del Cantone Ticino ma anche la popolazione italofona del Cantone Grigioni, il cantone alpino orientale. La logica elvetica era prettamente territoriale. Nel campione italofono non erano inclusi gli italofoni dispersi negli altri cantoni elvetici che costituiscono la maggioranza della popolazione italofona elvetica. Insomma il campione elvetico era un campione bizzarro, ma spetta agli specialisti delle campionature esprimere un parere sull'attendibilità di un tale campione. Fatto sta che anche in Svizzera i risultati dell'indagine PISA provocarono uno scossone quando si capi' che non erano davvero spettacolari nonostante gli investimenti elevati per l'istruzione di base e soprattutto nonostante gli altissimi stipendi versati agli insegnanti. Gli Elvetici vissero allora le ripercussioni di quanto avveniva in Germania: pensavano di avere una delle migliori scuole al mondo e scoprivano che non era affatto il caso. Si doveva fare qualcosa.

Opporsi alla centralizzazione


Siccome uno dei ritornelli ricorrenti della politica elvetica consiste nella lotta tra cantonalismo  e federalismo o per essere più chiari tra centralismo federale e decentralizzazione cantonale  si temette un ennesimo colpo di mano del potere centrale che non ha scarse competenze in materia scolastica per imporre ai sistemi cantonali un modello di istruzione unico tanto più che la Confederazione aveva accettato di pagare le spese per la campionatura delle macro-aree.

Si tenga presente che nella Costituzione elvetica non esiste un articolo sull'istruzione e che l'ultimo tentativo per inserirne uno nel 1973 falli'. L'incubo di un intervento della Confederazione -- questa e' l'espressione usata per designare l'amministrazione centrale -- al fine di migliorare il livello di istruzione dopo l'allarme suonato con la pubblicazione nel dicembre 2001 dei risultati dell'indagine PISA e quindi per imporre regole costringenti a tutti i Cantoni fu reale. A questo punto i Cantoni decisero di prendere la palla al balzo e di prevenire un simile rischio, con un programma, il progetto Harmos per l'appunto, nel quale le autorità cantonali rinunciavano ad una parte di sovranità in materia scolastica e si impegnavano ad adottare soluzioni elaborate di comune accordo per migliorare l'istruzione.

Nei vari cantoni esiste un assessore all'istruzione e tutti gli assessori si ritrovano almeno una volta all'anno per concordare una politica comune. Questa volta si doveva innescare una marcia in più per dimostrare al Parlamento federale e al Senato che i Cantoni erano in grado di auto-governarsi senza ricevere lezioni dal potere centrale. Il gioco sembro' facile perché un'operazione analoga veniva realizzata negli stessi anni in Germania dove i Länder si erano accordati tra loro per restaurare la grandezza della scuola tedesca. Bastava quindi prendere lo spunto da quanto succedeva in Germania e ricalcare la strategia tedesca che era alquanto convincente per una parte della Svizzera tedesca che è anche la parte più rilevante della Confederazione. Si invitarono esperti tedeschi a pilotare come consulenti Harmos. Il che successe puntualmente nel 2004 .
Il concordato intercantonale fu approvato nel 2007 e divenne effettivo con l'adesione di 10 cantoni ( l'adesione era sancita da un voto popolare) il che avvenne nel 2009. I Cantoni firmatari avevano al massimo 6 anni, ossia fino all'inizio dell'anno scolastico 2015-2016 per attuare il concordato. Uno dei provvedimenti consisteva appunto nell'anticipo dell'obbligo scolastico a 4 anni. La scuola per l'infanzia diventava obbligatoria per i bambini che compivano 4 anni entro il 31 luglio.

Le resistenze 

Sette cantoni hanno rifiutato il progetto Harmos e quattro devono ancora pronunciarsi. Non tutto fila liscio dunque anche a livello della Conferenza dei capi di dipartimento della pubblica istruzione ( questa è la denominazione della riunione degli assessori cantonali dell'istruzione che hanno un segretariato permanente. Questa conferenza è nota con l'acronimo CDPE in italiano).

I fautori: personalità in ballo

Tra i promotori di Harmos occorre segnalare Olivier Maradan, romando, che nel 2004 era il vice-direttore del segretariato permanente degli assessori cantonali all'istruzione e che ora è il segretario generale della Conferenza degli assessori all'istruzione della parte francofona della Svizzera e del Ticino. Maradan occupa ed ha occupato  una posizione determinante nell'organigramma della politica scolastica elvetica.  Fu infatti lui a convocare un primo seminario di lavoro a Morat sul concordato intercantonale Harmos e a invitare i  consulenti tedeschi tra i quali il prof. Eckard Klieme che aveva redatto una perizia per la Conferenza tedesca degli assessori regionali all'istruzione sugli standard scolastici divenuta poi il catechismo delle riforme scolastiche in Germania. Gliene che è il direttore del centro internazionale sull'istruzione di Francoforte ( Deutsche Institut für Pædagogische Forschung) fu l'ispiratore di Harmos. Klieme è sempre il direttore del Centro di ricerca di Francoforte e continua a essere uno dei consulenti dell'indagine PISA.

In questa operazione sono coinvolti molti funzionari dell'istruzione pubblica e nessun universitario o ricercatore accademico. Quando nel 2004 Maradan ha lanciato il progetto Harmos, la prof.ssa Linda Allal, Americana di origine che insegnava all'università di Ginevra nel Dipartimento di scienze dell'educazione come esperta della valutazione, ha rifiutato di partecipare al progetto  nonostante la sua perizia in materia di valutazione.

L'obbligo scolastico a 4 anni
 

Questa è una delle novità del progetto Harmos. Si propone di anticipare l'inizio della scolarizzazione in Svizzera dove nella maggioranza dei casi essa comincia a 6 anni e in alcuni casi a 7. Per altro in molti cantoni la scuola per l'infanzia è poco estesa e esiste solo per i bambini dell'anno precedente l'inizio della scolarizzazione. La situazione della scuola per l'infanzia in Svizzera è ben diversa da quella esistente in Italia o in Francia. I promotori di Harmos e la classe politica dirigente elvetica hanno sbandierato questa estensione della scolarizzazione con l'argomento della qualità degli apprendimenti e quello della riduzione delle disuguaglianze. In altri termini si è detto che il modo migliore per elevare il livello di istruzione a quindici anni dopo nove anni di scuola fosse quello di anticipare di uno o due anni l'inizio della scolarità. Orbene, le indagini scientifiche su questo punto (ce ne sono molte) non concordano affatto. Anzi in generale si ritiene che i vantaggi conseguiti con una scolarità precoce si perdano rapidamente. In realtà i benefici maggiori sono di ordine sociale. Anche in Svizzera la popolazione femminile è meno propensa a interrompere o la formazione o le attività professionali quando è coniugata. Le donne credono sempre meno nel modello dell'angelo del focolare, a quello della buona madre di pestalozziana  memoria che si occupa del focolare e dell'educazione dei figli. I risultati dell'indagine PISA sono stati come il cacio sui maccheroni per i responsabili politici dell'istruzione che hanno ritenuto di offrire un servizio accogliente e utile per i pargoli e nel contempo di avocare al servizio scolastico le prestazioni sociali per le famiglie. Un bel colpo. L'operazione ha funzionato e nei cantoni nei quali si è aderito a Harmos a decorrere dall'anno scolastico 2014-2015 l'obbligo scolastico inizierà a quattro anni. Questa decisione è stata presa senza nessuna indagine seria sugli effetti dell'operazione. Ciecamente si è creduto che bastasse rendere obbligatoria la scuola per l'infanzia per ottenere migliori punteggi nei test di comprensione della lettura o di cultura matematica e scientifica a quindici anni. Siccome in molti angoli della Svizzera tedesca come lo comprovano i Cantoni che finora hanno rifiutato di aderire al concordato Harmos circola tuttora il mito della donna angelo del focolare,  il vantaggio procurato dalla scolarità precoce era una carta non indifferente da giocare. L'operazione realizza un sogno di molti pedagogisti , ossia quello della metamorfosi dei bambini in scolari : più presto questa trasformazione avviene migliore sarebbe la scolarizzazione. Mancano le prove di un simile atto di fede. I vantaggi saranno forse evidenti per gli insegnanti dei primi anni di scuola ma finora è nota una sola indagine svolta negli USA su una decina di bambini al massimo provenienti dalle classi sociali povere di benefici a lunga scadenza. Troppo poco.  

mardi 21 juillet 2015

Autonomia delle scuole e responsabilita'

Spesso confondo autonomia con rendicontazione, un termine bruttissimo per rendere l'idea del vocabolo inglese "accountabiity";le scuole devono essere responsabili di quel che fanno , di quanto ottengono. Concordo con questo principio. Ma come? Qui sta il problema.

Per pigrizia  più che per altro spesso ritengo sinonimi i due lemmi che invece non lo sono. Un conto e' l'autonomia e un altro e' la rendicontazione. Ideale sarebbe combinare assieme i due casi, ossia promuovere l'autonomia scolastica e potenziarla con la rendicontazione, ma succede spesso che si rivendica l'autonomia senza rendicontazione  perché' questa andrebbe da se' oppure che si imponga la rendicontazione senza autonomia. Ci sono dunque quattro strategie di politica scolastica  possibili: autonomia con rendicontawione; autonomia senza rendicontawione; rendicontazione con autonomia; rendicontazione senza autonomia.  Per me in Italia sinora si e' promossa un'autonomia senza rendicontazione, un'autonomia spinta direi. Si comincia appena a parlare di rendicontazione la quale si declina con la valutazione ma siccome in Italia la valutazione e' fortemente avversata, specialmente nel Merifione\, il tema della rendicontawione inizia solo ora ad apparire all'orizzonte.
Lo spunto pie questo post vine da un articolo del 2001 di Mike Baker che ho ritrovato per caso nel mio archivio. Baker spiega ai colleghi USA la differenza tra le due strategie, quella dell'autonomia e quella della rendicontazione. Si era allora negli USA agli inizi della rendicontazione con la legge NCLB ("No Child Left Behind") votata quasi all'unanimità' dal Congresso USA nel gennaio 2001. L'articolo e' del 31 ottobre 2001 ed e' stato pubblicato sul settimanale pedagogico USA "Education Week" con il titolo "Accountability vs. Autonomy".

Chi e' Mike Baker? Baker fu un giornalista molto noto in Inghilterra, per decenni incaricato di seguire la politica scolastica inglese per il  servizio scolastico della BBC dopo essere stato invitato come insegnante dall'Istituto per l'Educazione dell'Universita' di Londra. Morto di cancro ai polmoni nel 2012.

Nell'articolo Baker si rivolge ai colleghi USA e li invita a trarre la lezione dall'esperienza inglese dove dapprima Thatcher poi Blair hanno realizzato una riforma scolastica ispirata che combinava rendicontazione e riduzione dell'autonomia, ossia che imponeva un curricolo nazionale alle scuole le quali perdevano quindi parte della loro autonomia e nel contempo realizzava una valutazione nazionale  per essere sicuri che le scuole rispettassero il nuovo curricolo. La strategia inglese mirava a ridurre l'autonomia scolastica tradizionalmente molto ampia , e potenziare i poteri dell'amministrazione centrale imponendo una rendicontazione esigente alle scuole che dovevano dimostrare di applicare i programmi nazionali e di conseguire risultati migliori. Il governo Blair era andato molto avanti con questa politica con l'imposizione di un'ora obbligatoria quotidiana di inglese e di matematica. Una componente importante della riforma inglese fu la creazione di un dipartimento nazionale per l'ispezione delle scuole detto "Office for Standards in Education' noto con l'acronimo OFSTED al quale incombeva la responsabilità' di controllare la qualità' dell'insegnamento. L'OFSTED fu letteralmente odiato dalla maggioranza degli insegnanti. La presenza di ispettori nelle classi fu percepita dagli insegnanti inglesi come offensiva e punitiva.
Per un decennio la riforma inglese ottenne eccellenti risultati come ha dimostrato David Hopkins a un seminario internazionale dell'ADI (http://ospitiweb.indire.it/adi/Conv2006_Atti/Hopkins/Conv2006_Hop_frame.htm). La valutazione impediva alle scuole di imputare tutti gli insuccessi e i loro fallimenti alle famiglie povere. Gli ispettori furono in grado di suggerire agli insegnanti come procedere per ottenere miglioramenti negli apprendimenti. Ci fu pero' anche il rovescio della medaglia. La peggiore situazione fu la pubblicazione dei risultati sui quotidiani con l'indicazione del nome della scuola. Secondo Baker questo fu un vero e proprio disastro.

Una riforma contro gli insegnanti

In ogni modo la conseguenza piu' grave  della riforma e' da associare al fatto che la riforma fu imposta, fu fatta contro gli insegnanti invece che con gli insegnanti per migliorare la scuola. Gli insegnanti furono considerati il capro espiatorio che doveva essere sacrificato, eliminato, per milgiorare le prestazioni scolastiche.   In inghilterra, gli insegnanti non contribuirono affatto alla definizione dei nuovi curricoli o all'elaborazione di nuovi metodi didattici. Tutto cio' ha demoralizzato alquanto il corpo insegnante e ha soprattutto determinato un calo impressionante dei reclutamenti di nuovi insegnanti. La penuria degli insegnanti in Inghilterra e' iniziata con questa riforma, minacciando la qualita' dell'insegnamento cioe' con una conseguenza imprevista che era all'opposto di quanto si mirava ad ottenere.

Penuria di insegnanti

Infatti, a differenza dell'Italia, la prima decade del XXI secolo delle politiche scolastiche inglesi fu caratterizzata dalla preoccupazione di frenare la penuria di insegnanti e dai tentativi di preservare un buon livello di reclutamento dei neofiti.  Non per nulla le organizazioni internazionali si sono proprio occupate di questa faccenda negli stessi anni, a dimostrazione che il programma delle organizzazioni internazionali come l'OCSE nel settore dell'istruzione e' al servizio degli obiettivi delle grandi potenze. L'Italia, per quel che riguarda la formazione e le assunzioni di nuovi insegnanti , e' isolata e non ha ricevuto un grande aiuto dalle organizzazioni internazionali.

In ogni modo la politica scolastica inglese ha disprezzato il corpo insegnante a differerenza di quanto succede in Francia, in Germania, in Svezia o in Finlandia dove gli insegnanti sono un corpo professionale molto apprezzato e rispettato.

Il rischio della svalutazione del corpo insegnante

Nei sistemi scolastici nei quali la rendicontazione e' stata attuata a scapito dell'autonomia si e' verificata una penuria di insegnanti. Questo e' il messaggio che proviene dall'Inghilterra: i dirigenti politici devono coinvolgere gli insegnanti  nelle procedure di riforma scolastica, in tutte le tappe. La strategia politica di riforma scolastica non puo' avere successo contro gli insegnanti, non puo' essere attuata, piacenti o spiacenti, a scapito dell'autonomia professionale degli insegnanti. Si potrebbe obiettare che oggigiorno il livello di professionalita' degli insegnanti non e' del tutto soddisfacente, che tra gli insegnanti ci sono persone che non hanno ne' le qulita' ne' le competenze per esercitare una professione ardua, complessa, esigente, e per certi versi anche rischiosa per la salute. Il risultato della riforma inglese fu la demoralizzazione del corpo insegnante e la svalutazione della professione. Il governo inglese ha operato una svolta radicale nella gestione della scuola: ha ridotto l'autonomia degli insegnanti ed ha potenziato enormemente le competenze del potere centrale.

Cosa succedera' in Italia?

Anche in Italia la riforma scolastica sul tappeto e'  stata  preparata dal ministero senza insegnanti. Occorre anche dire che ovunque le associazioni rappresentative del corpo insegnante , ossia i sindacati dei docenti, non hanno il vento in poppa per una ragione o per un'altra. Il potere scolastico cerca di riprendere in  mano il timone delle riforme dopo averlo ceduto per anni ai sindacati degli insegnanti che facevano il bello e il brutto tempo nei ministeri delle amministrazioni centrali. Colpire i sindacati puo' essere una strategia vincente che si giustifica con decenni di prevaricazioni e di abusi. Ma se si possono colpire i sindacati e escluderli dalle decisioni politiche riguardanti il funzionamento e l'organizzazione delle scuole , non si possono colpire gli insegnanti. L'autonomia richiede un contrappreso: la rendicontazione e quindi la valutazione. Ci vuole un alto livello di autonomia e di rendicontazione per gli insegnanti. Non si puo' impostare una riforma della scuola che preferisca una dimensione al posto dell'altra. O l'una o l'altra. Occorrono entrambe. Questa e' la lezione che si puo' trarre dall'esperienza inglese e da quella statunitense.