Le solite stupidaggini: nel settimanale USA sulle politiche scolastiche "Education Week" si pubblica (l'11 gennaio 2017) un articolo ( di Sarah Spark) nel quale si sostiene con prove alla mano che gli studenti quindicenni che hanno conseguito punteggi elevati nel test PISA sulla cultura matematica svolto nel 2012 hanno in media effettuato almeno un anno di scuola per l'infanzia. Corbellerie simili, perché si tratta di corbellerie, indipendentemente dalla validità delle osservazioni,vengono scodellate regolarmente nelle analisi delle valutazioni soprattutto nei paesi nei quali l'educazione prescolastica è poco diffusa, come per esempio negli USA. L'argomento è utilizzato per convincere i responsabili politici e l'opinione pubblica che è giunta l'ora di sviluppare le scuole per l'infanzia, di generalizzarle.
Ci sono ricercatori che si presterebbero a qualsiasi esercizio pur di sbarcare il lunario. Come si fa a sostenere una cosa simile? Eppure si sfornano prove che convalidano la pertinenza di affermazioni simili. Tesi: se si vogliono ottenere buoni risultati in matematica occorrerebbe cominciare presto e mandare i bimbi nelle scuole per l'infanzia , che un tempo erano semplicemente dette "asili".
Orbene, gli asili o le scuole per l'infanzia sono necessari per altri motivi, soprattutto per i ceti sociali poveri. Se poi chi frequenta quest'istituzione diventa una buon allievo, tanto meglio, ma diventare un buon allievo non è lo scopo primario dello sviluppo dell'educazione prescolastica.
In ogni modo la moltiplicazione delle scuole per l'infanzia è un fenomeno connesso all'espansione del sistema scolastico e al trionfo delle società scolarizzate. Più scuola si fa meglio è nelle società dominate dalla logica matematica deduttiva: le società funzionano meglio, si guadagna di più, si fanno affari migliori, il commercio andrà meglio e la disoccupazione calerà. Per questi e per altri motivi le politiche di espansione delle scuole per l'infanzia conosceranno un successo planetario, ma vale proprio la pena scomodare le valutazioni, sfruttare i punteggi ni test, tirare per i capelli le medie nelle prove strutturate somministrate a dieci anni di distanza dall'età buona per accedere alle scuole per l'infanzia, per impostare politiche a favore dell'infanzia e delle famiglie che sembrano ormai indispensabili.
A dire il vero l'articolo in questione ha un sottotitolo nel quale si dice anche che occorre essere cauti nell'interpretazione dei dati. Questo è il minimo che si poteva dire.
mardi 17 janvier 2017
dimanche 15 janvier 2017
Asili nido
In Italia il governo propone l'istituzione di un sistema integrato di educazione ed istruzione per i bambini da 0 a 6 anni. La novità è di estendere il più possibile il servizio educativo per l’infanzia (in diverse forme, ma soprattutto asili nido e micronidi) a tutto il Paese, fino a coprire entro il 2020 almeno un terzo della popolazione sotto i tre anni. La notizia proviene dal quotidiano La Stampa che ha pubblicato un commento del direttore della Fondazione Agnelli, l'economista Andrea Gavosto. La proposta emana dal precedente governo ed è stata ripresa da quello vigente.
Per prima cosa occorre rilevare che questo passo non costituisce una novità. E' da almeno dal 1970 che a livello internazionale si propone una politica integrata dell'infanzia, che esistono prove della bontà dei nidi dal punto di vista dello sviluppo dei bimbi, di quanto apprendono, che si è dimostrato il beneficio economico per lo Stato della creazione dei nidi ( le madri che possono praticare una professione extra-domestica grazie ai nidi dove si lasciano i bimbi, pagano le imposte sul loro salario), che si ammette l'alto costo dei nidi e anche la grande iniquità del sistema che prevede al massimo l'accoglienza nei nidi del 30% dei bimbi piccoli. Questo tra l'altro è proprio l'obiettivo della legge delega italiana. Anche nei celebri asili-nido di Reggio i posti erano occupati dai bimbi delle classi agiate e non da quelli delle classi popolari le quali dovevano arrabattarsi per piazzare i bimbi in strutture diverse da quelle pubbliche. Quindi nulla di nuovo sotto il sole, ossia nulla che non si conoscesse già.
La novità più rilevante della legge delega italiana è la statalizzazione ambigua degli asili-nido. I comuni sono sempre responsabili della creazione degli asili-nido che sono però sovvenzionati dallo stato. Come lo rivela Gavosto la somma stanziata dalle autorità centrali per promuovere la creazione di asili-nido in Italia è ridicolmente bassa. Ma questa è un'altra faccenda, tipica di un paese nel quale alle buone intenzioni non seguono i fatti. Resta comunque il tentativo di dimostrare che le iniziative governative a livello di ministero e quindi dell'amministrazione centrale sono in grado di suonare la sveglia, di scuotere i comuni dal torpore, di sostituire lodevoli iniziative locali, comunali, con iniziative centrali. Questa è davvero una beata illusione. I comuni tenteranno di liberarsi dall'onere dello sviluppo e della gestione degli asili-nido e si appoggeranno sulle fumose proposte dell'amministrazione centrale. Se ci sono sovvenzioni stanziate dal governo romano perché non approfittarne? Le condizioni poste per ricevere le sovvenzioni non sono un capestro. Si può fare. In questo modo la statalizzazione dell'istruzione pubblica in Italia continua, a scapito del buon senso secondo il quale la decentralizzazione è di gran lunga più efficace.
Infine non si può non sottolineare il fatto che la legge delega sugli asili-nido sancisce il progresso della società secolarizzata. Tutti a scuola . Della scuola non se ne può fare a meno. Poco importa che la scuola sia buona o meno. Del resto si prendono provvedimenti per fare in modo che sia buona ovunque, come per esempio la formazione iniziale prolungata delle insegnanti agli asili-nido. Che poi questo passo di per sé lodevole generi automaticamente la bontà delle prestazioni è un altro affare.
samedi 14 janvier 2017
Naturalizzazione agevolata in Svizzera
Il prossimo 12 febbraio i cittadini svizzeri sono invitati a votare su una modifica della costituzione federale decisa dal Parlamento che agevola la naturalizzazione degli stranieri della terza generazione. Qualsiasi cambiamento della costituzione va sottoposto in Svizzera a una votazione popolare e la proposta di modifica passa solo a doppia maggioranza, ossia se è accettata sia dalla maggioranza dei votanti sia dalla maggioranza dei cantoni ( le Regioni in Italia, i Länder in Germania e via di seguito).
In Svizzera non esiste lo "ius soli". Ciò significa che chi nasce in Svizzera non diventa automaticqmente svizzero se i genitori sono stranieri. Si resta stranieri. Prevale , nel linguaggio giuridico, lo "ius sanguinis".
La naturalizzazione in Svizzera è un cammino del combattente che solo una minoranza di stranieri domiciliati in Svizzera magari da anni o magari nati in Svizzera e scolarizzati in Svizzera intraprende. In genere, si può presentare una domanda di naturalizzazione solo se si è domiciliati nello stesso comune da almeno un decennio. Il Parlamento elvetico non cambia questa pratica ma chiede soltanto di agevolarla per la terza generazione. Del resto , le condizioni previste dalla legge sono drastiche e sono le seguenti:
In Svizzera non esiste lo "ius soli". Ciò significa che chi nasce in Svizzera non diventa automaticqmente svizzero se i genitori sono stranieri. Si resta stranieri. Prevale , nel linguaggio giuridico, lo "ius sanguinis".
La naturalizzazione in Svizzera è un cammino del combattente che solo una minoranza di stranieri domiciliati in Svizzera magari da anni o magari nati in Svizzera e scolarizzati in Svizzera intraprende. In genere, si può presentare una domanda di naturalizzazione solo se si è domiciliati nello stesso comune da almeno un decennio. Il Parlamento elvetico non cambia questa pratica ma chiede soltanto di agevolarla per la terza generazione. Del resto , le condizioni previste dalla legge sono drastiche e sono le seguenti:
- non avere più di 25 anni;
- essere nato in Svizzera e avervi frequentato per almeno cinque anni la scuola dell'obbligo;
- uno dei genitori deve avere soggiornato in Svizzera per almeno dieci anni, avere frequentato la scuola dell'obbligo per almeno cinque anni;
- uno dei nonni almeno deve essere stato domiciliato in Svizzera ( il domicilio lo si ottiene a determinate condizioni) o essere nato in Svizzera.
Quando sono stato direttore dello SRED a Ginevra ho chiesto ai collaboratori che curavano la statistica scolastica del Cantone di considerare svizzeri tutti gli studenti nati in Svizzera e che avevano frequentato le scuole statali in Svizzera. Nondimeno, in ossequio a una fobia elvetica, il numero di questi studenti è stato anche pubblicato nelle tavole in una colonna a parte riservata al totale degli studenti stranieri per anno di scuola e per ordine di scuola, ossia al numero di studenti privi di passaporto elvetico inscritti nelle scuole.
Mi sembra che sia del tutto logico dare alla seconda e a maggior ragione alla terza generazione di stranieri nata e scolarizzata in Svizzera la nazionalità elvetica. In questi giorni ho purtroppo letto inviti pubblicati su Facebook a rifiutare l'agevolazione della naturalizzazione. Trasecolo e non capisco come si possa formulare una argomento simile. Cerco di capire come mai persone istruite e colte possano opporsi a una proposta che mi pare del tutto sensata, anche se non ne condivido la prudenza che la inspira e le restrizioni imposte nella procedura di agevolazione.
Mi ricordo che quando ero piccolo mio padre era uno specialista delle naturalizzazioni. Prendeva in mano le richieste, ne ponderava la chances di successo o di insuccesso, preparava i candidati che allora ( magari ancora oggi) nel Ticino dovevano sottoporsi a un esame per comprovare la loro conoscenza della storia e della geografia del paese, e gongolava quando dopo due o tre anni di incontri, di procedure, le persone ottenevano la cittadinanza elvetica. Era una festa. Giravano anche soldi. L'operazione per lui aveva un senso compiuto solo se i nuovi elettori riconoscenti avrebbero votato per il suo partito.
Non abito più in Svizzera. Suppongo che il patriottismo e il nazionalismo non siano scomparsi, che molte persone ritengono ( ne sono convinte) che la nazionalità implica un determinato modo di pensare, il rispetto di taluni valori, e anche alcuni obblighi. Non è concesso a tutti di essere un cittadino, più o meno buono, di un determinati paese.
Non credo alle fandonie della naturalizzazione e faccio quindi fatica a entrare nei ragionamenti dei difensori della nazionalità. Sono davvero sorpreso quando si proclamano valori connessi alla nazionalità e all'identità, come se questi dipendessero dal possesso di una determinata cittadinanza. Questo succede un po`ovunque in questi tempi. Non sono nemmeno un ingenuo e ammetto che la nazionalità fornisce privilegi e vantaggi a coloro che ne posseggono una piuttosto che un'altra. Per esempio, determinate carriere pubbliche sono precluse a chi non ha una determinata cittadinanza in un determinato paese. Allora ci si oppone allo "ius soli", ossia alla cittadinanza attribuita automaticamente a chi nasce in un certo territorio. Il nazionalismo non è ancora del tutto scomparso , le frontiere politiche continuano a operare e a essere ritenute una barriera protettiva. Di cosa? Di quali privilegi accessibili a una piccola minoranza?
samedi 19 novembre 2016
Oscenità scolastiche parigine
Mi ha sempre sorpreso vedere crocchi di persone adulte, in genere genitori, nonni, zii , davanti alle scuole alla fine delle lezioni in attesa dei bambini. Non ero abituato a scene simili. Qui a Parigi invece sono ricorrenti. A un certo punto si apre la porta o il cancello della scuola e i bimbi cominciano a uscire a frotte in un disordine grandioso. Lo spettacolo è quotidiano. Vi si può assistere davanti alle scuole elementari, mentre davanti alle scuole medie o a quelle dell'insegnamento secondario superiore la scena è leggermente diversa. Non ci sono quasi più adulti in attesa sui marciapiedi ma crocchi di giovani che discutono, giocano . I più grandi fumano o amoreggiano. Si fanno le cose normali ma le porte degli edifici scolastici restano chiuse, sbarrate e i portinai vegliano al rispetto delle regole. Nelle scuole elementari sono loro che regolano il flusso delle uscite con la folla degli adulti che davanti alla porta si agita, grida, si sbraccia per cercare il bimbo da accompagnare. Le persone estranee non entrano nello spazio scolastico e questo è riservato alle attività di insegnamento.
I crocchi di studenti e adulti davanti alle porte degli edifici scolastici parigini sono un fatto abituale che si riproduce anche altrove nel sistema scolastico francese. E' visibilissimo perché ci sono molti edifici scolastici. A Parigi sii potrebbe dire che di scuole ce ne sono ovunque , di ogni grado. Non si può non inciampare in un edificio scolastico. In genere sono tutti assai vetusti. Non si vedono edifici scolastici, un tempo si diceva palazzi scolastici, nuovi, moderni. Ce ne devono essere, ma le scuole sono soprattutto costruzioni vetuste, di un secolo fa, con due entrate diverse, una per i maschietti e un' altra per le femmine. Lo indica una iscrizione sopra la porta d'entrata. Adesso, in genere , una delle due porte è fuori uso, resta chiusa . All'interno esiste il cortile di ricreazione e la palestra. Stupendi sono i licei in genere centenari. Sono monumenti storici che si assomigliano alquanto per l'impostazione, per le dimensioni, per l'organizzazione spaziale. Meriterebbero di poter essere visitati, ma sono chiusi al pubblico. In genere possiedono un paio di chiostri. Sono l'espressione di una cultura scolastica e di un'idea della conoscenza non più attuali ma funzionano sempre, sono curati e accolgono frotte di studenti. Il problema non sta dunque nella carenza di edifici.
L'argomento in voga per impedire ai familiari di entrare nelle scuole è quello della sicurezza. I tempi sono grami infatti. Non si sa mai quel che può succedere ed è dunque opportuno anticipare i rischi e predisporre soluzioni dissuasive. Questo argomento però non tiene. Infatti i crocchi di studenti e familiari davanti alle porte chiuse delle scuole esistevano ben prima degli attentati ed erano il prodotto di un determinato tipo di gestione delle scuole e quindi di un modello di relazione tra le scuole e gli utenti. Gli insegnanti e i loro aiutanti si proteggevano contro ingerenze potenzialmente fastidiose con un controllo puntiglioso delle entrate nelle scuole. Nell'odierno clima protettivo molto pesante , la richiesta di un appuntamento con un insegnante diventa un percorso del combattente. Inoltre i crocchi odierni davanti alle porte delle scuole sono un bersaglio facile per qualsiasi attentatore. Il problema della sicurezza resta irrisolto. Mi meraviglio ogni giorno che non succeda nulla di grave davanti alle scuole con questa logica di governo. L'opinione pubblica ammette questo stato di cose come se fosse "naturalmente" connesso alle specificità del servizio scolastico pubblico. In questo modo, fin da piccoli, si abitua la gente all'idea che ogni servizio pubblico ha le sue regole, esige un proprio modo d'uso.
I crocchi di studenti e adulti davanti alle porte degli edifici scolastici parigini sono un fatto abituale che si riproduce anche altrove nel sistema scolastico francese. E' visibilissimo perché ci sono molti edifici scolastici. A Parigi sii potrebbe dire che di scuole ce ne sono ovunque , di ogni grado. Non si può non inciampare in un edificio scolastico. In genere sono tutti assai vetusti. Non si vedono edifici scolastici, un tempo si diceva palazzi scolastici, nuovi, moderni. Ce ne devono essere, ma le scuole sono soprattutto costruzioni vetuste, di un secolo fa, con due entrate diverse, una per i maschietti e un' altra per le femmine. Lo indica una iscrizione sopra la porta d'entrata. Adesso, in genere , una delle due porte è fuori uso, resta chiusa . All'interno esiste il cortile di ricreazione e la palestra. Stupendi sono i licei in genere centenari. Sono monumenti storici che si assomigliano alquanto per l'impostazione, per le dimensioni, per l'organizzazione spaziale. Meriterebbero di poter essere visitati, ma sono chiusi al pubblico. In genere possiedono un paio di chiostri. Sono l'espressione di una cultura scolastica e di un'idea della conoscenza non più attuali ma funzionano sempre, sono curati e accolgono frotte di studenti. Il problema non sta dunque nella carenza di edifici.
L'argomento in voga per impedire ai familiari di entrare nelle scuole è quello della sicurezza. I tempi sono grami infatti. Non si sa mai quel che può succedere ed è dunque opportuno anticipare i rischi e predisporre soluzioni dissuasive. Questo argomento però non tiene. Infatti i crocchi di studenti e familiari davanti alle porte chiuse delle scuole esistevano ben prima degli attentati ed erano il prodotto di un determinato tipo di gestione delle scuole e quindi di un modello di relazione tra le scuole e gli utenti. Gli insegnanti e i loro aiutanti si proteggevano contro ingerenze potenzialmente fastidiose con un controllo puntiglioso delle entrate nelle scuole. Nell'odierno clima protettivo molto pesante , la richiesta di un appuntamento con un insegnante diventa un percorso del combattente. Inoltre i crocchi odierni davanti alle porte delle scuole sono un bersaglio facile per qualsiasi attentatore. Il problema della sicurezza resta irrisolto. Mi meraviglio ogni giorno che non succeda nulla di grave davanti alle scuole con questa logica di governo. L'opinione pubblica ammette questo stato di cose come se fosse "naturalmente" connesso alle specificità del servizio scolastico pubblico. In questo modo, fin da piccoli, si abitua la gente all'idea che ogni servizio pubblico ha le sue regole, esige un proprio modo d'uso.
dimanche 13 mars 2016
Elezioni pericolose
Anche oggi in Germania l'estrema destra l'ha spuntata in tre Laender. I titoli dei media sono allarmistici o caricaturali. Sbeffeggiano la Cancelliera tedesca e calano lezioni del tipo : Ve lo avevo detto. Per prima cosa tento di sdrammatizzare l'esito del voto: in fondo solo il 10% dei votanti ha privilegiato l'estrema destra nei Laender occidentali, mentre invece un quarto circa degli elettori della Sax , nell'ex- Repubblica Democratica Tedesca nota con l'acronimo DDR , ha votato per l'estrema destra.
Ma non si scherza con le percentuali. Il problema infatti travalica la Germania. Mi viene in mente il successo che incontra un demagogo come Trump negli USA, oppure la marcia in avanti del FN dei Le Pen in Francia, oppure della Lega in Italia o della Lega nel Ticino, senza accenare a quanto succede in Austria, in Ungheria, in Slovenia, in Polonia e anche nel Regno Unito nel dibattito sul Brexit. Una buona percentuale di cittadini vota ormai per candidati che difendono o esprimono soluzioni politiche che non condivido, che mi sembrano grossolane, anzi grottesche. Molti elettori propendono per soluzioni spicce, semplici, comprensibili e invocano politiche dure, radicali. Come fare capire che non ci sono soluzioni semplici nelle societa' complesse, che i cambiamenti nelle societa' democratiche ( ci sono vari tipi di societa' democratiche) richiedono tempo, si discutono e si negoziano? La sfiducia nei dirigenti politici e' elevata e non sempre e' giustificata. Il disorientamento provato da una fetta consistente di elettori e' reale. Il malessere provato e' grande, gli stipendi non sono strepitosi, la disoccupazione e' reale, gli appartamenti costano, gli affitti salgono alle stelle. Eppure in questo marasma si sta anche benone. Gli uccelli di malaugurio sono numerosi e decantano soluzioni semplicistiche e inapplicabili. In questo caso si dovrebbe cedere e mettere alla prova i candidati dirigenti politici che i portavoce promuovono? Penso proprio di no. Questa pista e' gia' stata seguita con esiti disastrosi. Allora si dovrebbe privilegiare l'immobilismo? Nemmeno questa mi sembra una soluzione fattibile in una societa' che volente o nolente cambia moltissimo a velocita' sostenuta.Anni fa si parlava di accelerazione della storia ma la storia non e' andata nella direzione che si sognava e favoleggiava. Come migliorare le condizioni di vita non brillanti di moltissimi elettori? Come convincere coloro che sono adescati dalle sirene che inneggiano alla violenza che il rischio di perdere la piccola fetta di ricchezza e di benesere ottenuta negli anni trascorsi non e' molto realista ( lo spero, ma anche questa prospettiva va dimostrata) , che la giustizia sociale e l'equita' possono migliorare e essere potenziate, che non esiste una minaccia impellente che sfoci ineluttabilmente in un mondo peggiore, piu' povero, piu' ingiusto?( Ne siamo certi?) Basta forse parlare agli elettori, basta controbattere alle affermazioni inattendibili e false ? Probabilmente no. Per convincere che un'altra societa' meno pericolosa, meno rischiosa, piu' giusta e' possibile occorrono fatti, atti che segnalano in modo concreto, visibile la presenza di modelli sociali alternativi.
Ma non si scherza con le percentuali. Il problema infatti travalica la Germania. Mi viene in mente il successo che incontra un demagogo come Trump negli USA, oppure la marcia in avanti del FN dei Le Pen in Francia, oppure della Lega in Italia o della Lega nel Ticino, senza accenare a quanto succede in Austria, in Ungheria, in Slovenia, in Polonia e anche nel Regno Unito nel dibattito sul Brexit. Una buona percentuale di cittadini vota ormai per candidati che difendono o esprimono soluzioni politiche che non condivido, che mi sembrano grossolane, anzi grottesche. Molti elettori propendono per soluzioni spicce, semplici, comprensibili e invocano politiche dure, radicali. Come fare capire che non ci sono soluzioni semplici nelle societa' complesse, che i cambiamenti nelle societa' democratiche ( ci sono vari tipi di societa' democratiche) richiedono tempo, si discutono e si negoziano? La sfiducia nei dirigenti politici e' elevata e non sempre e' giustificata. Il disorientamento provato da una fetta consistente di elettori e' reale. Il malessere provato e' grande, gli stipendi non sono strepitosi, la disoccupazione e' reale, gli appartamenti costano, gli affitti salgono alle stelle. Eppure in questo marasma si sta anche benone. Gli uccelli di malaugurio sono numerosi e decantano soluzioni semplicistiche e inapplicabili. In questo caso si dovrebbe cedere e mettere alla prova i candidati dirigenti politici che i portavoce promuovono? Penso proprio di no. Questa pista e' gia' stata seguita con esiti disastrosi. Allora si dovrebbe privilegiare l'immobilismo? Nemmeno questa mi sembra una soluzione fattibile in una societa' che volente o nolente cambia moltissimo a velocita' sostenuta.Anni fa si parlava di accelerazione della storia ma la storia non e' andata nella direzione che si sognava e favoleggiava. Come migliorare le condizioni di vita non brillanti di moltissimi elettori? Come convincere coloro che sono adescati dalle sirene che inneggiano alla violenza che il rischio di perdere la piccola fetta di ricchezza e di benesere ottenuta negli anni trascorsi non e' molto realista ( lo spero, ma anche questa prospettiva va dimostrata) , che la giustizia sociale e l'equita' possono migliorare e essere potenziate, che non esiste una minaccia impellente che sfoci ineluttabilmente in un mondo peggiore, piu' povero, piu' ingiusto?( Ne siamo certi?) Basta forse parlare agli elettori, basta controbattere alle affermazioni inattendibili e false ? Probabilmente no. Per convincere che un'altra societa' meno pericolosa, meno rischiosa, piu' giusta e' possibile occorrono fatti, atti che segnalano in modo concreto, visibile la presenza di modelli sociali alternativi.
dimanche 28 février 2016
Espulsione automatica dalla Svizzera degli stranieri con crimini
Il voto dei connazionali ticinesi mi fa rabbrividire: 87 117 votanti accettano l'iniziativa e 59501 la rifiutano. Dunque approvazione massiccia della proposta. Il Canton Ticino vota come tutti i piccoli cantoni del cuore alpino, cioè come la Svizzera primitiva. Questa è una espressione usata in modo ricorrente per designare l'insieme di questi cantoni, alpini, piccoli, cattolici in maggioranza. Dunque la Svizzera italiana si allinea con la parte più chiusa del mondo elvetico, quella che ritiene e rivendica di rappresentare l'autenticità elvetica, quella che difende a spada tratta le tradizioni del mondo rurale, valligiano, quella che denuncia le opzioni dei connazionali romandi, dei centri urbani svizzero -tedeschi come Zurigo e che considera lassismo le scelte di questi concittadini. Una parte della popolazione del Canton Ticino considera di essere un baluardo contro il mondo italico corrotto, caotico, disordinato , sporco. Erige una barriera mistica salutare contro le perversioni che possono venire dal Sud, ritiene di avere una missione politica fondamentale che consiste nel prevenire le forme di infezione socio-culturali di mondi diversi. Non è sempre stato così. Gradualmente la popolazione del Canton Ticino ha adottato un riflesso di chiusura che rende impermeabile una società ancorata a forme di vita ora privilegiate, intrise di nostalgia per un passato di povertà, di miseria e di sfruttamento, ma questo passato lo si è scordato mentre invece si ritiene meritevole e giusto il benessere contemporaneo ( non so proprio se si possa parlare di benessere). C'è uno scarto di 30000 voti circa tra la maggioranza che condivide la visione di un mondo chiuso su se stesso e la minoranza che invece ritiene doveroso impegnarsi per salvaguardare una società aperta. Due visioni radicalmente opposte della società si contrappongono. Nel mondo elvetico 400 000 votanti circa invece fanno la differenza in senso opposto. Tutti i principali centri urbani elvetici rifiutano la proposta di fare piazza pulita degli stranieri colpevoli, anche quelli tradizionalmente cattolici come Lucerna o Friborgo. Poi ci sono i cantoni di frontiera simili dal punto di vista geopolitico al Ticino nei quali non si ritiene di doversi chiudere a riccio su se stessi per proteggersi, come per esempio il Giura che è cattolico e francofono, oppure Basilea o Sciaffusa che sono a Nord, al confine con la Germania. Anche nel cantone dei Grigioni, cantone alpino per eccellenza , dove l'ancoraggio alle tradizioni è forte, dove l'esposizione al confronto con gli altri è grande, si è rifiutata l'iniziativa xenofoba per eccellenza. Il risultato del voto del Canton Ticino mi rattrista, mi induce a riflettere sulle ragioni di una scelta simile. I dati statistici mi rinviano un'immagine della società cantonticinese che non è la mia, che non condivido.
mercredi 3 février 2016
Partire, protestare, essere leali
Quando si giunge a una certa età e si intravede la fine prossima si riflette sul passato e soprattutto su quel che si è combinato nella vita. Mi capita la stessa cosa. Ho il ricordo, in questi giorni, di momenti in cui mi sono sentito inutile. L'inutilità è una prova e un sentimento politico; non è solo una emozione. In questi giorni ( fine gennaio 2016) ho letto o ho sentito alla TV ( non mi ricordo più esattamente) una persona ( mi pare la Callas, in un documentario su di lei) dire che a un certo punto della vita si è sentita di colpo e che le è parso di avere fallito la propria esistenza.
Ho di colpo associato questa ammissione alla mia esperienza personale. Anch'io mi sono sentito inutile nella vita a un certo punto. Mi sono venuti in mente due episodi. Dapprima all' OCSE quando non ho più avuto a che fare con il progetto sugli indicatori dell'istruzione, ossia tra il 1996 e il l'aprile 1997. Quel periodo fu una lenta , progressiva caduta nell'inutilità. Non servivo più a niente. Non volevo più continuare a occuparmi di indicatori comparati dell'educazione . L'avevo detto al direttore che ne avevo piene le scatole degli indicatori dopo avere impostato il lavoro e prodotto tre insiemi di indicatori internazionali comparati . Mi sembrava di avere dato il meglio nel lancio di questa impresa che continua tuttora. Stavo all'OCSE in attesa di una proposta di lavoro. Chiedevo di prendere in mano un progetto di lavoro ma dall'alto non giungeva nessuna proposta. Non mi rendevo però conto di quanto succedeva. Non capivo i tentennamenti e i ritardi. Il Capo della direzione dell'educazione nonché direttore del CERI Thomas Alexander non mi diceva nulla e continuava a rassicurarmi ma nonostante le mie sollecitazioni mi lasciava crogiolare nel brodo. Nessuna mia proposta conveniva. Nel frattempo avevo una vita da re. Potevo viaggiare, risiedere in alberghi lussuosi, partecipare a riunioni e conferenze prestigiose quanto inutili, essere mandato in rappresentanza a eventi rinomati e eleganti. In pochi mesi sono stato a Monaco, poi a Seoul e a Tokyo, in Messico e a Washington. Avevo una bella vita, ma ero inutile. Le visite e gli incontri erano protocollari, formali. Mentre subivo questo trattamento all'OCSE si riduceva il personale, si licenziava o si incoraggiavano le partenze con buoni di fuoriuscita favolosi. Ci fu chi ne approfittò alla grande. A dire il vero la sensazione di diventare inutile di botto la provai di colpo subito dopo l'infarto che avevo fatto nell'estate del 1995 dopo l'assemblea del progetto INES che si era tenuta, con successo, a Lahti in Finlandia. Dietro le quinte però le tensioni riguardanti il futuro del progetto erano enormi. Il disaccordo sulla gestione del progetto e gli indirizzi da curare in priorità tra il gruppo che aveva pilotato la realizzazione dell'insieme di indicatori e la direzione dell'OCSE era crescente. Capivo che con la malattia il progetto che avevo realizzato con tenacia crollava di colpo. Non avrei più potuto fare quello che avevo impostato negli anni precedenti. La depressione è durata qualche mese poi ho iniziato a cercare uno sbocco, un'alternativa professionale. E sono finito a Ginevra dove è iniziata un'altra avventura , ma questa è un'altra storia.
A Ginevra ho però avuto la seconda esperienza di inutilità, ma non nel contesto dello SRED e del mondo ginevrino. Ero tornato in Svizzera dopo 22 anni di assenza , con un bagaglio di esperienze internazionali. Avevo lasciato il paese dopo essere riuscito ad aprire una finestra sui lavori dell'OCSE nel settore delle scienze dell'educazione. Il mondo elvetico della scuola era allora , negli anni 70, piuttosto chiuso, fatiscente. Puntava tutte le energie sul Consiglio d'Europa dove le scienze dell'educazione erano assai deboli, non facevano e non fanno tuttora male a nessuno, sono insignificanti, e sull'UNESCO dove la ricerca empirica sulla scuola era pressoché assente ma dove il mondo della diplomazia poteva sbizzarrisci. Agli Elvetici andava ben così ma non a me e non a un gruppetto di colleghi elvetici che invece aspiravano a dialogare e a lavorare con la comunità scientifica internazionale operante nel settore scolastico. Per questa ragione i lavori dell'OCSE mi sembrano interessanti e non capivo come mai in Svizzera ci fosse un disinteresse pronunciato per quella produzione che allora , negli anni Settanta, era gratuita ( lo è di meno in meno ora). Dunque nel 1997 rientro in Svizzera e provo una cocente delusione. Come direttore dello SRED ( il Servizio cantonale ginevrino di ricerche sull'educazione) occupavo uno dei rari posti di responsabilità nel settore della ricerca scientifica sulla scuola esistenti in Svizzera. Mi illudevo con l'esperienza che avevo accumulato ed il posto che occupavo di contribuire alla formulazione della politica elvetica nel settore della ricerca scientifica sulla scuola. Invece sono stato marginalizzato. Vivevo isolato a Ginevra. Nessuna informazione, nessun coinvolgimento, nessuna delega. I posti erano occupati o presi da altri. Ebbi solo un paio di opportunità: nel Consiglio romando della ricerca scientifica sulla scuola che si riuniva un paio di volte all'anno e nella Commissione nazionale elvetica sulle statistiche scolastiche. Qualche vagito insomma, ma ero inutile, non servivo proprio a gran che. Le decisioni erano prese senza che fossi né consultato né interpellato Alle riunioni e alle conferenze delle istituzioni nelle quali si delineò il panorama della politica scolastica del XXI secolo erano designati altri delegati. Il clima elvetico nel settore della ricerca scientifica sulla scuola era cambiato, i giochi erano fatti, non c'era affatto bisogno di me.
Si può essere utili in vari modi, per esempio essendo accomodanti con chi detiene il potere e prestarsi ai bassi servizi. Non era il mio caso. Ero percepito come un intruso che si doveva neutralizzare, ignorare, accantonare. L'operazione è perfettamente riuscita.
La spinta per questa confessione è venuto dalla lettura di un articolo di Freeman Dyson che ha recensito il libro "Plank: Driven by Vision, Broken by War" di Brandon R.Brown, Oxford Univesity Press pubblicato il 22 ottobre 2015 dalla rivista "The New York Review of Books". In questo articolo si cita a un certo punto il libro di Albert Hirschmann pubblicato nel 1970 intitolato "Exit, Voice, and Royalty" ( in italiano "Lealtà, Defezione e Protesta" pubblicato da Bompiani nel 1982) tre risposte alternative possibili per le persone con posti di responsabilità di fronte alle magagne, agli errori, alle insipienze dei dirigenti. Il titolo in italiano non è nell'ordine del titolo in inglese. L'ordine esatto sarebbe "Defezione, Protesta e Lealtà", ossia andarsene ( ossia partire, dimissionare) , protestare ma restare nel posto che si occupa oppure essere leali fino in fondo all'istituzione,tacere nonostante il disaccordo per rispettare altri valori che l'istituzione rappresenta. Le tre opzioni mi hanno sempre affascinato e per inclinazione ho spesso protestato, ma me ne sono spesso andato, sono stato qualche volta leale. La vicenda del fisico Max Plank , uno dei grandi della fisica del XX secolo, tedesco, rimasto a Berlino durante tutto il corso della guerra , fedele al Reich pur disapprovando la politica di Hitler, è quella di una figura tragica posta di fronte a scelte cruciali. La vicenda di Plank è paragonata nell'articolo a quella di Einstein e di altri fisici confrontati al dilemma del rifiuto o della collaborazione con il progetto Manhattan di costruzione dell'ordigno nucleare. Einstein non ha collaborato (Exit), ha protestato (Voice) . Cosa avrebbe fatto Plank, logicamente escluso in quanto tedesco dagli inviti rivolti ai fisici emigrati negli USA?
Non ho la pur che minima ambizione di essere comparato a questi nobili e grandi personaggi del XX secolo. Mi sono trovato in posizioni molto meno importanti ma ho dovuto anch'io operare le mie scelte tra exit ( scappare, andarmene), protestare-voice ( restare e alzare la voce) oppure tacere, collaborare- royalty e criticare dall'interno.
Alcuni amici cari mi chiedono costantemente perché me ne sono andato dal Ticino e dalla Svizzera. Credo che la risposta è duplice. In primo luogo per non sentirmi inutile, in secondo luogo per protesta. Ho optato per l'Exit. Soluzione facile? Non credo. Certamente con un costo che ho assunto più o meno coscientemente. In ogni modo non mi pento affatto. Il libro di Hirschman mi è servito come quadro di riferimento, mi ha aiutato a capire le scelte che ho fatto, i costi costi che ho pagato.
Ho di colpo associato questa ammissione alla mia esperienza personale. Anch'io mi sono sentito inutile nella vita a un certo punto. Mi sono venuti in mente due episodi. Dapprima all' OCSE quando non ho più avuto a che fare con il progetto sugli indicatori dell'istruzione, ossia tra il 1996 e il l'aprile 1997. Quel periodo fu una lenta , progressiva caduta nell'inutilità. Non servivo più a niente. Non volevo più continuare a occuparmi di indicatori comparati dell'educazione . L'avevo detto al direttore che ne avevo piene le scatole degli indicatori dopo avere impostato il lavoro e prodotto tre insiemi di indicatori internazionali comparati . Mi sembrava di avere dato il meglio nel lancio di questa impresa che continua tuttora. Stavo all'OCSE in attesa di una proposta di lavoro. Chiedevo di prendere in mano un progetto di lavoro ma dall'alto non giungeva nessuna proposta. Non mi rendevo però conto di quanto succedeva. Non capivo i tentennamenti e i ritardi. Il Capo della direzione dell'educazione nonché direttore del CERI Thomas Alexander non mi diceva nulla e continuava a rassicurarmi ma nonostante le mie sollecitazioni mi lasciava crogiolare nel brodo. Nessuna mia proposta conveniva. Nel frattempo avevo una vita da re. Potevo viaggiare, risiedere in alberghi lussuosi, partecipare a riunioni e conferenze prestigiose quanto inutili, essere mandato in rappresentanza a eventi rinomati e eleganti. In pochi mesi sono stato a Monaco, poi a Seoul e a Tokyo, in Messico e a Washington. Avevo una bella vita, ma ero inutile. Le visite e gli incontri erano protocollari, formali. Mentre subivo questo trattamento all'OCSE si riduceva il personale, si licenziava o si incoraggiavano le partenze con buoni di fuoriuscita favolosi. Ci fu chi ne approfittò alla grande. A dire il vero la sensazione di diventare inutile di botto la provai di colpo subito dopo l'infarto che avevo fatto nell'estate del 1995 dopo l'assemblea del progetto INES che si era tenuta, con successo, a Lahti in Finlandia. Dietro le quinte però le tensioni riguardanti il futuro del progetto erano enormi. Il disaccordo sulla gestione del progetto e gli indirizzi da curare in priorità tra il gruppo che aveva pilotato la realizzazione dell'insieme di indicatori e la direzione dell'OCSE era crescente. Capivo che con la malattia il progetto che avevo realizzato con tenacia crollava di colpo. Non avrei più potuto fare quello che avevo impostato negli anni precedenti. La depressione è durata qualche mese poi ho iniziato a cercare uno sbocco, un'alternativa professionale. E sono finito a Ginevra dove è iniziata un'altra avventura , ma questa è un'altra storia.
A Ginevra ho però avuto la seconda esperienza di inutilità, ma non nel contesto dello SRED e del mondo ginevrino. Ero tornato in Svizzera dopo 22 anni di assenza , con un bagaglio di esperienze internazionali. Avevo lasciato il paese dopo essere riuscito ad aprire una finestra sui lavori dell'OCSE nel settore delle scienze dell'educazione. Il mondo elvetico della scuola era allora , negli anni 70, piuttosto chiuso, fatiscente. Puntava tutte le energie sul Consiglio d'Europa dove le scienze dell'educazione erano assai deboli, non facevano e non fanno tuttora male a nessuno, sono insignificanti, e sull'UNESCO dove la ricerca empirica sulla scuola era pressoché assente ma dove il mondo della diplomazia poteva sbizzarrisci. Agli Elvetici andava ben così ma non a me e non a un gruppetto di colleghi elvetici che invece aspiravano a dialogare e a lavorare con la comunità scientifica internazionale operante nel settore scolastico. Per questa ragione i lavori dell'OCSE mi sembrano interessanti e non capivo come mai in Svizzera ci fosse un disinteresse pronunciato per quella produzione che allora , negli anni Settanta, era gratuita ( lo è di meno in meno ora). Dunque nel 1997 rientro in Svizzera e provo una cocente delusione. Come direttore dello SRED ( il Servizio cantonale ginevrino di ricerche sull'educazione) occupavo uno dei rari posti di responsabilità nel settore della ricerca scientifica sulla scuola esistenti in Svizzera. Mi illudevo con l'esperienza che avevo accumulato ed il posto che occupavo di contribuire alla formulazione della politica elvetica nel settore della ricerca scientifica sulla scuola. Invece sono stato marginalizzato. Vivevo isolato a Ginevra. Nessuna informazione, nessun coinvolgimento, nessuna delega. I posti erano occupati o presi da altri. Ebbi solo un paio di opportunità: nel Consiglio romando della ricerca scientifica sulla scuola che si riuniva un paio di volte all'anno e nella Commissione nazionale elvetica sulle statistiche scolastiche. Qualche vagito insomma, ma ero inutile, non servivo proprio a gran che. Le decisioni erano prese senza che fossi né consultato né interpellato Alle riunioni e alle conferenze delle istituzioni nelle quali si delineò il panorama della politica scolastica del XXI secolo erano designati altri delegati. Il clima elvetico nel settore della ricerca scientifica sulla scuola era cambiato, i giochi erano fatti, non c'era affatto bisogno di me.
Si può essere utili in vari modi, per esempio essendo accomodanti con chi detiene il potere e prestarsi ai bassi servizi. Non era il mio caso. Ero percepito come un intruso che si doveva neutralizzare, ignorare, accantonare. L'operazione è perfettamente riuscita.
La spinta per questa confessione è venuto dalla lettura di un articolo di Freeman Dyson che ha recensito il libro "Plank: Driven by Vision, Broken by War" di Brandon R.Brown, Oxford Univesity Press pubblicato il 22 ottobre 2015 dalla rivista "The New York Review of Books". In questo articolo si cita a un certo punto il libro di Albert Hirschmann pubblicato nel 1970 intitolato "Exit, Voice, and Royalty" ( in italiano "Lealtà, Defezione e Protesta" pubblicato da Bompiani nel 1982) tre risposte alternative possibili per le persone con posti di responsabilità di fronte alle magagne, agli errori, alle insipienze dei dirigenti. Il titolo in italiano non è nell'ordine del titolo in inglese. L'ordine esatto sarebbe "Defezione, Protesta e Lealtà", ossia andarsene ( ossia partire, dimissionare) , protestare ma restare nel posto che si occupa oppure essere leali fino in fondo all'istituzione,tacere nonostante il disaccordo per rispettare altri valori che l'istituzione rappresenta. Le tre opzioni mi hanno sempre affascinato e per inclinazione ho spesso protestato, ma me ne sono spesso andato, sono stato qualche volta leale. La vicenda del fisico Max Plank , uno dei grandi della fisica del XX secolo, tedesco, rimasto a Berlino durante tutto il corso della guerra , fedele al Reich pur disapprovando la politica di Hitler, è quella di una figura tragica posta di fronte a scelte cruciali. La vicenda di Plank è paragonata nell'articolo a quella di Einstein e di altri fisici confrontati al dilemma del rifiuto o della collaborazione con il progetto Manhattan di costruzione dell'ordigno nucleare. Einstein non ha collaborato (Exit), ha protestato (Voice) . Cosa avrebbe fatto Plank, logicamente escluso in quanto tedesco dagli inviti rivolti ai fisici emigrati negli USA?
Non ho la pur che minima ambizione di essere comparato a questi nobili e grandi personaggi del XX secolo. Mi sono trovato in posizioni molto meno importanti ma ho dovuto anch'io operare le mie scelte tra exit ( scappare, andarmene), protestare-voice ( restare e alzare la voce) oppure tacere, collaborare- royalty e criticare dall'interno.
Alcuni amici cari mi chiedono costantemente perché me ne sono andato dal Ticino e dalla Svizzera. Credo che la risposta è duplice. In primo luogo per non sentirmi inutile, in secondo luogo per protesta. Ho optato per l'Exit. Soluzione facile? Non credo. Certamente con un costo che ho assunto più o meno coscientemente. In ogni modo non mi pento affatto. Il libro di Hirschman mi è servito come quadro di riferimento, mi ha aiutato a capire le scelte che ho fatto, i costi costi che ho pagato.
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