jeudi 31 janvier 2013
Matrimonio per tutti
Il Parlamento francese ("l'Assemblée Nationale" come si chiama in Francia) è in ebollizione: vi si discute il progetto di legge che consente a tutti e quindi anche alle coppie omosessuali di sposarsi. Dibattiti incandescenti, interventi maestosi oppure squallidi. Si prevede una discussione di quindici giorni, con ben 5000 emendamenti depositati soprattutto dal campo della destra, che va dai centristi al Fronte Nazionale di Le Pen. Ostruzionismo parlamentare classico. La sinistra è compatta a favore della legge, una scelta di società che prende atto delle trasformazioni profonde che hanno modificato nel corso di questi ultimi sessant'anni la struttura del corpo sociale. Sessant'anni fa, tanto per fare un esempio, non c'erano ancora le pillole anti-concezionali e le gravidanze non volute erano evitate con espedienti e metodi di ogni genere. All'Assemblée Nationale francese si vive in questi giorni una contrapposizione classica: da un lato la destra reazionaria e conservatrice che difende il cosiddetto "ordine costituito" e dall'altro lato la sinistra progressista, che guarda al futuro, che rivendica una concezione liberale della società.
Lo scontro tra queste due visioni opposte della società si riproduce anche fuori dal Parlamento. Le due fazioni hanno occupato nelle settimane scorse la strada con mega-manifestazioni a Parigi e in Provincia. Dapprima è sfilato il mondo cattolico con ben tre cortei immensi a Parigi il 13 gennaio scorso. Tutto l'apparato cattolico si è mobilitato per colpire a fondo la sinistra. La Francia è solo in apparenza laica ma è rimasta profondamente cattolica anche se il cattolicesimo francese da decenni non è molto visibile, non è più trionfante, non fa proselitismo, non produce grandi figure di intellettuali. Ma la Francia resta pur sempre "la figlia preferita della Chiesa". Il cattolicesimo francese vive nella penombra ma questa volta è sceso in strada. Le parrocchie sono state mobilitate, le famiglie numerose pure, i vecchi, gli scout, i militari di carriera con tanta prole, giovani e vecchi. L'organizzazione delle tre sfilate simultanee parigine è stata impeccabile. Tra i cattolici francesi esiste una frangia integrista, Civitas, che ha come stendardo il Sacro cuore. Martedì sera, 29 gennaio, quando è iniziato il dibattito all'Assemblée Nationale quelli di Civitas si sono riuniti davanti al Parlamento per una messa e per una veglia di preghiera allo scopo di intimidire i parlamentari invocando Dio affinché inspiri a quelli della maggioranza socialista un altro parere. Solo due deputati della destra hanno pubblicamente dichiarato di essere favorevoli alla legge. Per ora i mussulmani francesi oppure immigrati in Francia tacciono, non pregano in strada, non sfilano, lasciano fare.
Dunque lo scontro è chiaro,è classico ed è storico perché è in ballo il riconoscimento di mutazioni sociali profonde, il riconoscimento dell'eguaglianza di tutte le persone, di tutte le coppie, di tutti i tipi di famiglia. Gli argomenti della destra sono noti: si tratta di difendere l'ordine naturale, un determinato tipo di famiglia eterosessuale che sarebbe il pilastro fondamentale della società: un padre, una madre ed i figli. La procreazione come finalità ultima. Il riconoscimento delle coppie omosessuali, il diritto di adottare ed elevare figli andrebbe contro natura, aprirebbe le porte a tutti i tipi di perversione. Il cardinale di Lione non ha esitato ad esprimersi in questo senso. Il sindaco razzista di Orange, l'onorevole Bombard ha depositato un emendamento per riconoscere la poligamia. Già che ci siamo andiamo fino in fondo, questo il nocciolo del suo ragionamento.
Tra le famiglie cattoliche con carrozzelle e bambini piccoli mobilitati dalla gerarchia ecclesiastica per sfilare nelle strade di Parigi nessun dubbio in merito, nessun cartello che riconoscesse la mancanza d'amore, di rispetto imperante in molte famiglie, la violenza domestica, il dolore presente nella vita familiare di molte coppie, le gravidanze non volute, il massacro degli innocenti. Questa sarebbe la volontà divina. La famiglia è un nome magico, un mondo roseo, privo di spine. Quel che conta per i bambini invece è sentirsi amati, rispettati, sostenuti, incoraggiati, stimolati. Poco importa avere un padre o una madre di due sessi diversi. Indispensabile è avere attorno a sé persone attente, serene, che vogliono bene ai bambini. In molte famiglie del passato, in molte famiglie tradizionali, questa relazione non è mai esistita. Poco importano le testimonianze numerose di molti giovani cresciuti in famiglie omoparentali,sereni e felici, privi di qualsiasi problema d'identità perché non sono mai stati perseguitati da padri o madri nevrotici e autoritari.
mardi 29 janvier 2013
Educazione multiculturale
Nel no. 18 (nov. 22, 2012) della rivista New York Review of Books, Thimothy Garton Ash professore al St. Anthony College dell'Università di Oxford recensisce cinque libri sul tema del multiculturalismo. I libri sono i seguenti:
Europe’s Angry Muslims: The Revolt of the Second Generation
by Robert S. Leiken
Oxford University Press, 354 pp., $27.95
Muslims in Europe: A Report on 11 EU Cities
by the Open Society Institute
346 pp., available at opensocietyfoundations.org
The Emancipation of Europe’s Muslims: The State’s Role in Minority Integration
by Jonathan Laurence
Princeton University Press, 366 pp., $80.00; $29.95 (paper)
The New Religious Intolerance: Overcoming the Politics of Fear in an Anxious Age
by Martha C. Nussbaum
Belknap Press/Harvard University Press, 285 pp., $26.95
Immigrant Nations
by Paul Scheffer, translated from the Dutch by Liz Waters
Polity, 390 pp., $84.95; $29.95 (paper)
L'articolo integrale è online e accessibile all'indirizzo seguente : http://www.nybooks.com/articles/archives/2012/nov/22/freedom-diversity-liberal-pentagram/?pagination=false
Garton Ash prende lo spunto da queste pubblicazioni per riflettere sul multiculturalismo e sull'interculturalismo, nonché sul vivere assieme. Tutti questi temi hanno alimentato un ampio filone pedagogico in questi ultimi decenni, quello dell'educazione multiculturale e del vivere insieme. Condivido pienamente le argomentazioni di Ash: "la letteratura multiculturale, con la sua tendenza a classare le persone in funzione della cultura, spesso fallisce nel riconoscere la profonda diversità di questo mondo sempre più mescolato".
Ash segnala che i Pakistanesi di Birmingham non hanno nulla a che spartire con quelli di Los Angeles, che i Turchi di Berlino non sono quelli di Sidney, che i Libanesi di Beirut non sono quelli di Parigi. Aggiunge anche che in Germania ci sono Turchi che vi sono nati, che parlano perfettamente il tedesco, che sono cresciuti in Germania. Questi non sono più immigranti ma sono persone con un background migratorio o sono dei "postmigranti" come li chiama Robert L. Leiken. Ma si sa anche che i di conflitti d'identità, che la schizofrenia culturale possono essere molto acuti nella seconda o nella terza generazione.
Nel 1983 sono stato incaricato da Ron Gass allora direttore del CERI, il Centro per l'innovazione e la ricerca pedagogica all'OCSE di occuparmi di educazione multiculturale. A quell'epoca le autorità politiche erano confrontate a due problemi d'integrazione delle minoranze culturali: il finanziamento dei corsi di lingua e cultura d'origine e il finanziamento dell'educazione bilingue intesa come occasione offerta ai figli degli immigrati di svolgere una parte della loro scolarità nella lingua madre e non nella lingua ufficiale dell'insegnamento. Il primo tema era molto rilevante in Europa, il secondo negli Stati Uniti. Come succede di solito in simili occasioni l'OCSE ha iniziato ad occuparsi di queste questioni su richiesta di un governo, in questo caso la Spagna, che si poneva domande sull'opportunità di continuare a finanziare corsi di lingua e cultura spagnola all'estero per i figli di emigrati spagnoli. Su questo terreno il governo italiano era molto combattivo e rivendicativo. Il secondo problema era invece particolarmente scottante negli Stati Uniti e soprattutto in California. Quando fui incaricato di occuparmi di concepire un progetto su questi temi che l'OCSE non aveva mai affrontato in precedenza ho immediatamente deciso di prendere le distanze dall'approccio del Consiglio d'Europa che mi sembrava molto lacrimoso, errato, condiscendente verso le teorie dominanti nelle scuole.
Mi sono subito reso conto che mi era stata data in mano una patata bollente perché molti governi non ne volevano sapere di parlare di multiculturalismo mentre altri invece, come l'Italia per esempio, si servivano dell'occasione per fare valere rivendicazioni arroganti, nazionalistiche. Ho quindi rifiutato di intitolare il progetto "Educazione multiculturale" o qualcosa di simile. Il nome del progetto fu il seguente "Educazione e Pluralismo culturale e linguistico" (acronimo ECALP per "Education and Cultural and Linguistic Pluralism"). A molti anni di distanza l'articolo di Timothy Ash conforta questa scelta che mi fa piacere. Non era un titolo brillante, attraente, ma tant'è. Era giusto.
Ho iniziato il progetto con l'aiuto di Sophia Mapa un'assistente greca che ora insegna all'università Parigi 12, con la quale si è riusciti a costituire un nucleo di esperti internazionali indipendenti dai governi, attivi nelle università o nei centri di ricerca, come Nathan Glaser, Michel de Certeau, Dominique Schnapper per capire meglio il quadro teorico del multiculturalismo. Poi c'è stato un enorme lavoro statistico di raccolta di dati sui figli di immigrati a scuola per avere un'idea dell'ampiezza del fenomeno. Fui aiutato da Catherine Duchêne, una donna disabile, sorda, dalla nascita ma che aveva una eccellente formazione statistica, prematuramente scomparsa. Catherine fu una delle rare persone disabili a lavorare all'OCSE. Gass me l'aveva affidata. Ci si accorse subito che mancavano dati statistici e che la politica multiculturale ignorava le differenze. Un manuale scolastico, se ben ricordo in tre volumi, predisposto per gli studenti di origine turca frequentanti i corsi di lingua e cultura d'origine a Sidney erano stati adottati anche a Berlino. La cultura italiana d'origine era molto folcloristica imperniata su pizza e pastasciutta.
Il governo turco si oppose alla pubblicazione del libro "Enfants de migrants à l'école" uscito nel 1987 perché non voleva che si parlasse dei curdi. Ne ho tratto la conclusione che allora la diversità culturale era inventata dalla scuola e non era che una ideologia, una teoria normativa che poco aveva a che fare con la realtà sociale. I bambini di immigrati erano etichettati come tali e non erano per nulla "empowered" come sostenevano gli Americani favorevoli all'educazione bilingue. Il fatto di frequentare corsi di lingua e cultura d'origine non migliorava i risultati scolastici e le loro prospettive di scolarizzazione. Purtroppo allora non esistevano valutazioni raffinate dei risultati scolastici. Si è dovuto attendere il 2000 con l'indagine PISA per conoscere meglio la situazione scolastica dei figli di immigrati nelle scuole europee.
Nel frattempo avevo abbandonato l'OCSE per dirigere lo SRED a Ginevra (Il Servizio di ricerca sull'istruzione del Canton Ginevra) ed ho obbligato i ricercatori a non più considerare stranieri nelle statistiche scolastiche ginevrine i figli di immigrati a Ginevra, nati e cresciuti a Ginevra. In una relazione preparata per un convegno organizzato a Zurigo dall'ECAP (Ente Confederale Addestramento Professionale) della CGIL, sindacato italiano, ho scoperto nelle statistiche elvetiche che la maggioranza dei giovani della terza generazione di Italiani in Svizzera frequentavano prevalentemente i corsi di formazione professionale. Anche loro avevano seguito i corsi di lingua e cultura d'origine organizzati dal consolato italiano, parlavano lo zurighese ma erano relegati negli indirizzi scolastici meno promettenti, quelli che gli zurighesi evitavano. Non so se qualcosa è cambiato in questi ultimi dieci anni, ma l'articolo di Timothy Garton Ash mi fa pensare di no. I corsi di lingua e cultura d'origine per potenziare l'identità culturale dei figli degli immigrati e per migliorare la loro scolarizzazione esistono tuttora. Il governo italiano è meno "vociferous" in materia, ma è stato sostituito da quello portoghese. Tra i pedagogisti e gli insegnanti molti continuano a ritenere che questa sia la soluzione giusta per rendere la scolarizzazione dei figli degli immigrati che sono anche i figli delle famiglie povere, più giusta e più equa.
dimanche 27 janvier 2013
Yersin
Yersin: non ne avevo mai sentito parlare e l' ho scoperto leggendo il libro di Patrick Deville: Peste & Choléra, edito da Seuil, Parigi, premio Fémina 2012. Il libro non mi è molto piaciuto ma la figura di Yersin descritta nel libro mi ha affascinato.
Alexandre Yersin(1963-1943) nato a Aubonne vicino a Losanna, dopo un soggiorno in Germania è diventati medico a Parigi ed è stato assunto nel gruppo di Pasteur alla fine dell'800.Fu non solo medico, ma esploratore, viaggiatore instancabile, biologo, ricercatore geniale, scopritore del bacillo della peste. Grazie a lui la peste, epidemia tremenda per secoli che ha decimato popolazioni intere, è stata definitivamente debellata. Yersin ha vissuto a fondo la "Belle époque", si è rifugiato in un villaggio costiero a Nord di Saigon, ha scoperto la zona di Dalat ed è morto prima che l'Indocina divenisse un inferno.
Uomo elegante, amante del bello, delle novità e della comodità. Non ha mai smesso di leggere, di studiare, di innovare, di viaggiare. Alla fine dell'esistenza, quando non poteva più viaggiare, leggeva i classici latini e greci e li traduceva.
Durante il mio soggiorno ginevrino di otto anni dal 1997 al 2005 ho incontrato parecchie personalità nella Svizzera Romanda che per un verso o per un altro gli assomigliavano, almeno per l'idea che me ne sono fatto con il libro di Patrick Deville e le fotografie di Yersin su Google e Wikipedia. Figure altrettanto eleganti, distinte, curate, colte, sapienti, curiose, ma anche arroganti e presuntuose. Molta generosità ed umanesimo conditi da un eclettico estetismo. Persone di tutte le età, tra le quali parecchi giovani di buona famiglia che dopo l'università partivano e partono tuttora in missione per la Croce Rossa in zone tremende per svolgere lavori ingrati sul terreno. L'aiuto internazionale li affascina, il gusto per l'esplorazione e l'avventura pure, nella Rodesia per esempio oppure nel Madagascar. Gente ammirevole, per certi versi, ma poco socievole tranne con i pochi nei quali hanno fiducia. Non sono come i fisici del CERN altra categoria di intellettuali e ricercatori che ho conosciuto a Ginevra. I fisici, almeno quelli che ho incontrato a Ginevra, sono di un altro stampo, vivono nella loro comunità di fisici, fanno ricerca scientifica e sognano il Nobel oppure una scoperta che li renderà noti mondialmente. Yersin ha scoperto il bacillo della peste, ha creato un'enorme fattoria nel Viet Nam per produrre siero e vaccini, ha formato sul posto preparatori di laboratorio.
Nel libro, Deville accenna molte volte al funzionamento del gruppo di Pasteur e dei suoi eredi. E' lo spaccato di un cenacolo geniale, composto di ricercatori che si rispettano e si aiutano reciprocamente. Anche al CERN la comunità scientifica ha tratti analoghi. Ho sovente associato questi aspetti alla comunità dell'IEA che ha per decenni perfezionato, impostato e sviluppato le indagini internazionali su vasta scala di valutazione degli apprendimenti degli studenti. Anche questo gruppo era chiuso ed è rimasto chiuso, composto di persone consapevoli delle loro competenze, della loro bravura, ma settari, arroganti, sprezzanti verso coloro che non condividevano le loro opinioni, oppure verso gli estranei che non erano stati iniziati dai "padri". Il cenacolo è esclusivo. Forse qualcosa muterà con le nuove tecnologie, ma i ricercatori che ho incontrato nella grande maggioranza erano gelosi dei propri dati e del proprio sapere, li condividono solo con poche persone simili a loro , obnubilate dall'ammirazione per un certo tipo di intelligenza, per copie simili. Ho frequentato da vicino il gruppo dirigente dell'IEA, l'ho conosciuto assai bene, ed ho sentito sulla mia pelle la loro diffidenza, il loro disprezzo. Non avevo la loro preparazione, non ho partecipato alla loro avventura ed ho anche pagato dal punto di vista professionale per questo. Tutto ciò mi induce a ritenere che il mondo scientifico composto di persone iper-intelligenti, dal fior fiore del successo accademico, dal punto di vista umano non è sempre paradisiaco ed angelico.
Conosco troppo poco Yersin per classarlo in una delle categorie di ricercatori che mi è nota, ma resto di stucco quando penso che durante i miei anni elvetici quando ho avuto modo di essere coinvolto nell'elaborazione e organizzazione di una strategia nazionale di promozione della ricerca scientifica in particolare nel settore dell'istruzione, non ho mai sentito parlare di lui. Eppure lui è nato a Aubonne nel Canton Vaud, ha conseguito la maturità a Morges nei pressi di Losanna, ha dialogato con una fitta corrispondenza per decenni con la madre e con la sorella rimaste in Svizzera anche se lui ha poi ottenuto la nazionalità francese. Non so se c'è traccia di lui nel mondo elvetico, nelle cerchie dove si discetta alla lunga di ricerca scientifica.
jeudi 24 janvier 2013
Django
Ho visto nel pomeriggio l'ultimo film di Tarantino "Django unchained". Bel western, violento come lo sono i film di Tarantino, con molteplici allusioni (clin d'oeil) alla storia del western e ai western all'italiana. Musiche di Morricone non per nulla. Vi recita Leonardo di Caprio. Commovente ricostruzione delle piantagioni di cotone nel Sud degli USA, lungo il Mississipi. Vicenda situata negli anni immediatamente precedenti alla guerra di secessione. Il film è tremendo ma la schiavitù della popolazione nera da parte dei proprietari bianchi delle piantagioni di cotone non lo era di meno. La lotta contro la schiavitù è durata a lungo, come lo dimostra per esempio la serie televisiva USA "Boardwalk Empire" sul trattamento degli afroamericani ad Atlantic City, la spiaggia chic di NY, agli albori del proibizionismo, agli inizi degli anni 20 del XX secolo.
Due decenni fa sono stato ad Atlanta per partecipare all'incontro annuale della Società USA di Ricerche sull'istruzione (AERA). Mi ricordo che un pomeriggio mi ero appartato in un parco del centro città, nei pressi della fabbrica della Coca Cola e ad un certo punto, mentre ero seduto su una panchina del parco, si è avvicinata la polizia che mi ha invitato ad alzarmi e ad andarmene perché era pericoloso stare lì da solo in quel quartiere. Atlanta, la città di Martin Luther King, dominata dai bianchi e dal Ku Klux Klan ( il KKK che impiccava i neri ai piloni della luce).
La storia USA di cui non sono uno specialista è una storia di violenza, di drammi, di massacri, di vendette ed assassini, di ipocrisia e cinismo forgiata dalla forza disinibita. Penso per associazione agli inizi dell'Unità d'Italia. Non siamo molto distanti come clima. Di umanesimo non c'è traccia. Coloro che ostacolano gli affari sono fatti fuori, la vita umana non conta nulla, si uccide e si tortura a freddo, in maniera spietata. Il gangsterismo non è che una manifestazione estrema di questo clima. Molti figli del popolo si sono fatti strada con le armi, sono diventati diventano molto ricchi con la furbizia e la violenza ed è finita anche che si sono ammazzati tra loro. Questa non è una storia edificante. Quando vedo ricostruzioni romanzate come quella del film di Tarantino oppure quella delle serie televisive sulle lotte di potere non posso non pensare alla mitologia scolastica, all'angelismo pedagogico, alle illusioni di molti insegnanti, alle modalità di redenzione dei ceti poveri. Inutile raccontarsi storie edificanti. Le nostre società sono state costruite sulla prevaricazione, sull'egoismo, sul gioco spietato, sui divertimenti mortali. Come spiegare nella scuola questa squallida e triste situazione? Forse non c'è nulla da spiegare. Molto alunni, anche piccoli, quando vanno a scuola già sanno che la vita è questa. L'altra, inneggiata dall'ordine pedagogico e dagli illuministi, è poesia. La società non è per nulla arcadica. Eppure qualcosa si può e si deve fare perché ci sono troppe vittime.
mardi 22 janvier 2013
Ritmi scolastici:sciopero a Parigi
Mobilitazione generale in famiglia a causa dello sciopero degli insegnanti a Parigi: scuola dell'infanzia chiusa per la nipotina. Siccome entrambi i genitori lavorano si è dovuto ricorrere ad aiuti esterni. Le famiglie erano state avvertite da alcuni giorni. Lo sciopero era annunciato ed è stato massiccio. I sindacati della scuola si sono accodati al movimento.
Adesione massiccia del personale scolastico: secondo le stime tra l'80 e il 90% degli insegnanti delle scuole primarie della città hanno scioperato. 372 scuole primarie chiuse, più della metà. Lo sciopero è incomprensibile per la maggioranza della popolazione che sopporta, subisce e si arrangia.
Gli insegnanti chiedono che il governo ritiri la riforma dei ritmi scolastici. Tra le critiche maggiori: il prolungamento di 45 minuti della pausa di mezzogiorno che durerà dalla 11:30 alle 14:15, la mancanza di mezzi e di aiuti, la fretta con la quale si impone un nuovo orario scolastico. A Parigi vige la settimana di 4 giorni: i bimbi vanno a scuola il lunedì, il martedì, il giovedì e il venerdì. Sono a casa il mercoledì e il sabato. Non è davvero una soluzione ideale , ma a Parigi gli insegnanti della scuola primaria non ne vogliono sapere di fare mezza giornata di più di scuola il mercoledì mattina, poiché il sabato ormai non si tocca più. Pediatri, pedagogisti, esperti di ogni genere dibattono sulle malefatte o i benefici dell'interruzione del mercoledì. Gli insegnanti la ritengono benefica. Le famiglie si sono adattate e subiscono, ma la maggioranza vuole il sabato libero. Dunque non resta che il mercoledì. Poveri insegnanti , verrebbe voglia di dire. I bambini sono stanchi come loro. Molti restano in scuola fino alle 18, seguiti nel cosiddetto tempo libero da un altro tipo di personale che a sua volta teme di perdere il lavoro perché questo personale pagato dalla città si occupa dei bambini anche il mercoledì e il sabato. Le famiglie che non possono farne a meno affidano loro i bimbi. Poveri bimbi, ma forse è meglio così piuttosto che stare in casa con genitori nervosi, irascibili, che non possono giocare con loro.
Un bel pasticcio tutto questo. Da anni si discute in Francia di cambiare il calendario scolastico e i ritmi scolastici (pudicamente questo è il sintagma per indicare l'orario di funzionamento delle scuole). Raccolgo materiale da anni sulle riforme in corso un po' ovunque. Quattro punti sono per me evidenti: il primo è l'obsolescenza di questa discussione quando già si intravvede l'emergenza di istruirsi come, quando e dove si vuole. Forse tra una ventina d'anni sarà cosa fatta e il dibattito odierno non avrà più senso. Le scuole saranno case del sapere aperte 24 ore su 24 tutto l'anno per tutti, bimbi come adulti. Il secondo è l'ingerenza dei centri di potere, commerciali, turistici che si sono organizzati in funzione delle vacanze scolastiche e che si oppongono a qualsiasi modifica dello status quo. Il terzo punto è l'assurdità di un calendario scolastico imposto e gestito dal vertice dell'amministrazione scolastica. Dal Nord al Sud della Francia, dall'Est all'Ovest le condizioni climatiche sono del tutto diverse. Il calendario scolastico va gestito localmente e discusso con le famiglie e il personale scolastico. Il quarto punto riguarda l'equità: chi ci perde sono i poveri, le famiglie disagiate che vivono in condizioni difficili, poco decenti, rumorose, con genitori stressati che non hanno aiuti attorno per occuparsi della figliolanza.
Mi sembra impossibile riuscire a risolvere questo rebus. Solo la scomparsa del sistema scolastico così come è ora obbligherà a ripensare in toto la questione.
lundi 21 janvier 2013
Formazione e istruzione professionale
Abito accanto ad un liceo professionale parigino, il liceo Jean Lurçat nel tredicesimo quartiere. E' un mega-liceo con più di 1000 studenti, in maggioranza di colore, con una sezione di formazione terziaria nel campo del commercio o del diritto internazionale, qualcosa di simile. E' il livello BTS, che qui chiamano BAC+2 , ossia due anni di scuola dopo la maturità per ottenere un diploma più spendibile nel mercato del lavoro.
La popolazione che frequenta questo liceo non è quella che frequenta i celebri licei parigini come Henry IV o Louis Le Grand o Fénelon che non sono tra l'altro geograficamente molto distanti. E' una popolazione che proviene dai ceti popolari o poveri. Un mondo del tutto diverso.
Ho visitato il liceo Lurçat che è stato appena restaurato. Aule piccole, corridoi lunghissimi, bianchi come in un ospedale, LIM ovunque ma non so se sono utilizzate. Sembra di no.
Nel vicolo cieco parallelo al liceo ci sono una decina di immobili sorti alla fine del XIX secolo, ognuno con un proprio portone massiccio d'entrata. Durante le pause tra un'ora e l'altra, oppure durante una mezza giornata ci sono ragazzine del liceo che vengono a sedersi sugli scalini d'entrata, che faccia bello o brutto tempo non fa differenza, che chiacchierano ad alta voce e fumano, non so bene cosa. Non è affare mio. Questa mattina, uscendo di casa, ce n'erano tre,tutte piuttosto obese, una delle quali aveva perso gli oggetti dell'astuccio ed i quaderni nella melma della strada innervata ieri . Ridevano. Lì nessuno le controlla. Dopo la pausa tornano in classe. Talora ce ne sia una sola, seduta in lungo e in largo davanti al portone di una casa, che passa ore al freddo (almeno per me). Penso a loro dopo avere letto un articolo sulla licealizzazione della formazione professionale in Francia, sulla morte di questa filiera, proprio come è successo in Italia e faccio il confronto con quanto ho visto in Svizzera, con le indagini svolte dai miei collaboratori dello SRED a Ginevra sulla formazione professionale (Ho citato su Twitter quest'articolo e intendo farne una presentazione nel mio sito www.oxydiane.net). Anche a Ginevra la popolazione che segue la filiera professionale dopo la scuola media non è quella che va al liceo. Per altro a Ginevra come nel Canton Ticino (due appendici estreme della Confederazione Elvetica, la prima in contatto con la Francia e la seconda con l'Italia) la politica scolastica ha promosso la licealizzazione. Questi due sistemi scolastici sono quelli che hanno la percentuale più elevata di studenti che conseguono la maturità di cultura generale tra tutti i sistemi scolastici elvetici che son ben 26. Ciò nonostante la filiera professionale resta di qualità anche perché lo Stato Centrale, ossia l'amministrazione federale che risiede a Berna, la capitale della Confederazione, impone regole e principi di qualità, si potrebbe perfino parlare di standard di qualità, da rispettare che sono verificati, ispezionati regolarmente. Se non si applicano gli standard saltano i sussidi. Nulla di simile in Francia ed in Italia (conosco meno bene il caso spagnolo) dove la centralizzazione della politica scolsstica ha optato per scelte molto accademiche. Anche in Svizzera la filiera della formazione e istruzione professionale è alquanto normalizzata dall' amministrazione centrale ma è applicata rispettando le competenze degli enti regionali, ossia i cantoni come si chiamano in Svizzera. Le decisioni sono concordate anche se, in un certo senso, prevale sempre la maggioranza tedesca. Ritengo che questo sia un bene e una fortuna per la parte latina della Confederazione che è obbligata a rispettare indirizzi di politica scolastica che probabilmente non sarebbero stati applicati.
dimanche 20 janvier 2013
Mali
Sono favorevole all'intervento militare francese nel Mali anche se per principio sono un pacifista. Si doveva fare per impedire lo scempio che stava distruggendo un grande paese africano (Ci sono altre operazioni losche, non militari, non dettate dal fanatismo religioso ma dalla speculazione finanziaria sulla terra agricola e fertile ai bordi del fiume Niger, che lo stanno distruggendolo, ma non è qui il momento per parlarne).
Non sono mai stato nel Mali ma mi pare di conoscere questo immenso paese assai bene per svariate ragioni che qui non voglio esporre. La guerra in corso mi fa pensare ad un caro amico purtroppo estinto prematuramente, Harouna Touré. Harouna era un gentiluomo, di statura elevata, distintissimo, colto. Una persona saggia. L'ho conosciuto nel comitato scientifico del PASEC (http://www.confemen.org/le-pasec) il programma di analisi dei sistemi scolastici dei Paesi francofoni il cui segretariato si trova a Dakar.Era il rappresentante del Mali nel comitato.
Ne approfitto per dire due parole sul PASEC. Per due anni dal 2006 al 2007 sono stato un membro del comitato scientifico del PASEC la cui missione sarebbe quella di valutare e misurare i sistemi scolastici francofoni, in particolare quelli africani. Il programma è molto sostenuto dal Canada francofono, ovviamente dalla Francia e molto meno da altri stati francofoni dell'emisfero Nord. La peculiarità del PASEC consiste nell'impostare valutazioni su larga scala degli apprendimenti dei bambini che frequentano le scuole nei sistemi scolastici africani francofoni, di analizzare questi dati, di formare alla cultura della valutazione gli operatori scolastici soprattutto nei paesi africani e in senso lato nei paesi della francofoni. Il programma esiste da una ventina d'anni. Durante i miei due anni di presenza nel comitato scientifico del PASEC si è tentato di consolidare i programmi di valutazione senza un grande successo. La valutazione degli apprendimenti scolastici nei Paesi africani non può essere svolta come la si fa nei sistemi scolastici avanzati, ma ciò non impedisce di scimmiottare queste valutazione. Ne risultano analisi più o meno attendibili, svolte in condizioni inverosimili, tra un colpo di stato e l'altro, più o meno comparabili. Quando ho capito che non si poteva fare nulla per cambiare la musica ho dimissionato. Avrei potuto restare in carica per due mandati quadriennali. Ho incontrato a Dakar, nel segretariato del PASEC ricercatori africani molto bravi, persone di tutto rispetto, competenti, purtroppo vittime di soprusi e con scarsa libertà di manovra. Non sono loro che comandano, ma i paesi finanziatori e i rappresentanti delle élite africane che occupano i posti dirigenziali con tutti gli annessi e connessi di una gestione all'africana eredita da decenni di sudditanza coloniale. Dunque è nel corso dei alcune riunioni a Dakar per il PASEC che ho avuto modo di conoscere Harouna e altri colleghi africani. Penso a lui, a quanto mi diceva del Mali, poco in verità, del suo impegno nell'amministrazione scolastica del Mali.
Poi il Mali mi fa pensare a Tumbouctou (scrivo il nome della città con la grafia francese), un mito della mia infanzia. Nel XVI secolo l'università di Tombouctou se non erro era frequentata da circa 25000 studenti. E' noto a tutti che a Tombouctou esisteva una grandiosa biblioteca a quell'epoca. Del resto è in corso un progetto internazionale per digitalizzare i manoscritti sopravvissuti e salvarli in questo modo.
Il grandioso passato dell'ex-impero del Mali mi stringe il cuore perché ormai sono rimaste solo le tracce. La colonizzazione, la schiavitù, ha distrutto tutto. Oggi si arranca per riportare il paese a un livello di sviluppo decente, si spendono anche somme colossali ma la miseria, la subordinazione, il servilismo e la corruzione persistono. Non ne vedrò la fine, ma so di sicuro che non si riparerà nulla con la scuola soprattuto se questa imita maldestramente il modello dell'emisfero Nord. La soluzione non risiede neppure nel sistema dei marabù, questo va da sé, e mi sento molto solidale e prossimo ai pochi gruppi di ricerca scientifica africani che lavorano su soluzioni alternative, che esplorano altre modalità di scolarizzazione, che le valutano e le analizzano, ma questi gruppi lavorano quasi nella clandestinità, con pochissime risorse, con scarsi sostegni occidentali.
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