mercredi 26 février 2014
Programma Erasmus dell'Unione Europea e studenti elvetici
Proprio oggi 26 febbraio 2014 la notizia secondo la quale gli studenti elvetici non potranno più beneficiare delle borse di studio Erasmus dell'Unione Europea a decorrere dal prossimo anno scolastico che inizierà n settembre per passare un anno all'estero in una università straniera. Sorpresa tra i giovani universitari elvetici. La mia prima reazione: occorreva pensarci prima e mobilitarsi contro la propaganda scandalosa per la riduzione della popolazione immigrata e contro la libera circolazione della popolazione in Europa. La seconda reazione: non ho trovato nessun dato statistico su come hanno votato i giovani elvetici in particolare nella mia regione d'origine, il Ticino, parte della Svizzera italiana. Spero che analisi del genere siano state fatte o saranno fatte.
samedi 15 février 2014
La trasformazione dei giardini d'infanzia
Sono iniziate le vacanze di primavera a Parigi. Dureranno due settimane e le coppie con bambini piccoli che hanno i nonni sono fortunate perché in queste due settimane ci si deve occuparsi dei piccoli. Quasi tutti i genitori lavorano . Solo un terzo della popolazione parigina ( 20 milioni di abitanti, compresa la periferia immediata della città) ha le risorse per andare in vacanza altrove, soprattutto in montagna a sciare. I centri del tempo libero sono strapieni, ma la presenza dei centri non dispensa i genitori dal ricercare aiuti. Si devono accompagnare i piccoli al centro e si devono andare a ritirarli. Che bene vada, al più tardi verso le 18 ma molti adulti-genitori non terminano di lavorare alle 18. I nonni o chi ne fa le veci sono indispensabili. Questa è la stranezza di un orario scolastico concepito per il personale scolastico e non per le famiglie o per i bambini. Ma non è di questo che vorrei parlare.
La mia nipotina, di cinque anni, è in vacanza anche lei. Frequenta una scuola per l'infanzia in un quartiere della città ed è venuta a trovarmi con i quaderni e con la pagella di valutazione. I quaderni, belli, non c'è dire, sono tre, ma il quarto è rimasto a scuola. Sono impressionato dalla massa di lavoro svolto dalla bambina e dalle educatrici dopo l'inizio dell'anno scolastico ma ciò che mi ha interessato è la pagella: le maestre valutano le competenze dei bimbi sono una griglia dettagliata, per fortuna priva di voti ma con giudizi espressi in tre colori: un circolino verde per indicare che la competenza è stata acquisita, un circolino arancio per indicare che la competenza è parzialmente acquisita (Il bambino sa fare quanto richiesto ma con un aiuto, il che significa che l'apprendimento è in corso) e un circolino rosso per indicare che la competenza non è acquisita , il bimbo non sa ancora fare quanto richiesto (l'apprendimento scolastico non è acquisito).
La nipotina frequenta la sezione dei grandi , ossia l'ultimo anno della scuola per l'infanzia. In settembre inizia la scolarizzazione, ossia andrà a scuola. Adesso si trova in una classe di 29 bimbi con due maestre.
La pagella che i genitori devono controfirmare è accompagnata da un biglietto nel quale si specifica che l'obiettivo è quello di seguire i progressi del bambino lungo la scolarità nella scuola per l'infanzia. Aiuta in altri termini a capire a che punto si trova il bambino rispetto alle competenze che ci si aspetta da lui quando inizierà la scuola primaria nell'autunno del 2008.
Dunque non ci sono ambiguità in materia: la scuola per l'infanzia è una pre-scuola il cui compito è quello di preparare la metamorfosi in allievo dei bambini. Nella pagella non c'è nessuna definizione delle competenze. Tutto ciò non impedisce alla scuola primaria francese di bocciare in massa. Si sa dai dati comparati internazionali che la percentuale delle bocciature in Francia è tra la più elevate al mondo. Questo significa o che la metamorfosi non è riuscita, ossia che le educatrici della scuola per l'infanzia non fanno bene il loro lavoro , oppure che i professori della scuola primaria (ormai si chiamano così) non sono contenti della preparazione degli allievi che ricevono.
Vediamo come è strutturata la pagella. Le rubriche che la compongono sono le seguenti:
La mia nipotina, di cinque anni, è in vacanza anche lei. Frequenta una scuola per l'infanzia in un quartiere della città ed è venuta a trovarmi con i quaderni e con la pagella di valutazione. I quaderni, belli, non c'è dire, sono tre, ma il quarto è rimasto a scuola. Sono impressionato dalla massa di lavoro svolto dalla bambina e dalle educatrici dopo l'inizio dell'anno scolastico ma ciò che mi ha interessato è la pagella: le maestre valutano le competenze dei bimbi sono una griglia dettagliata, per fortuna priva di voti ma con giudizi espressi in tre colori: un circolino verde per indicare che la competenza è stata acquisita, un circolino arancio per indicare che la competenza è parzialmente acquisita (Il bambino sa fare quanto richiesto ma con un aiuto, il che significa che l'apprendimento è in corso) e un circolino rosso per indicare che la competenza non è acquisita , il bimbo non sa ancora fare quanto richiesto (l'apprendimento scolastico non è acquisito).
La nipotina frequenta la sezione dei grandi , ossia l'ultimo anno della scuola per l'infanzia. In settembre inizia la scolarizzazione, ossia andrà a scuola. Adesso si trova in una classe di 29 bimbi con due maestre.
La pagella che i genitori devono controfirmare è accompagnata da un biglietto nel quale si specifica che l'obiettivo è quello di seguire i progressi del bambino lungo la scolarità nella scuola per l'infanzia. Aiuta in altri termini a capire a che punto si trova il bambino rispetto alle competenze che ci si aspetta da lui quando inizierà la scuola primaria nell'autunno del 2008.
Dunque non ci sono ambiguità in materia: la scuola per l'infanzia è una pre-scuola il cui compito è quello di preparare la metamorfosi in allievo dei bambini. Nella pagella non c'è nessuna definizione delle competenze. Tutto ciò non impedisce alla scuola primaria francese di bocciare in massa. Si sa dai dati comparati internazionali che la percentuale delle bocciature in Francia è tra la più elevate al mondo. Questo significa o che la metamorfosi non è riuscita, ossia che le educatrici della scuola per l'infanzia non fanno bene il loro lavoro , oppure che i professori della scuola primaria (ormai si chiamano così) non sono contenti della preparazione degli allievi che ricevono.
Vediamo come è strutturata la pagella. Le rubriche che la compongono sono le seguenti:
- impadronirsi del linguaggio, con 14 sotto-rubriche (per esempio "prendere la parola nel gruppo classe", "esprimersi in modo appropriato", "recitare una storia o una poesia", " costruire frasi servendosi del presente, del passato e del futuro", ecc.);
- scoprire la scrittura, con 9 sotto-rubriche ( per esempio "prepararsi ad imparare a scrivere", "ascoltare una storia e dimostrare che la si è capita", " riconoscere il proprio nome", ecc.);
- prepararsi ad imparare a scrivere con 10 sotto-rubriche( per esempio " tenere in mano correttamente la matita" ( posso assicurare che ciò non succede), " scrivere il proprio nome in lettere maiuscole"," scrivere i numeri da uno a dieci", "copiare diverse forme");
- diventare un allievo, con 14 sotto-rubriche (per esempio ," integrarsi nel gruppo classe", "padroneggiare le proprie voglie" ( se ciò fosse comune a molti adulti......), "rispettare le regole di vita","rispettare i compagni","rispetto dell'adulto", ecc.);
- scoprire il mondo, con 4 sotto-rubriche (per esempio,"situarsi in una giornata di scuola", "situare le diverse attività realizzate nel corso della settimana", ecc.);
- orientarsi nello spazio, con 6 sotto-rubriche ( per esempio , "distinguere le posizioni davanti, dietro, sopra, sotto, di fianco", "distinguere destra e sinistra", "spostarsi in un labirinto", ecc.);
- scoprire le forme e le grandezze, con tre sotto-rubriche (per esempio "distinguere forme geometriche semplici", ecc.);
- trattare le quantità e i numeri, con sei sotto-rubriche ( per esempio , a 5 anni, contare fino a 30):
- prendere consapevolezza del mondo ecologico dei viventi, con tre sotto-rubriche (per esempio " rispettare le regole d'igiene" (il che non succede), ecc.);
- sensibilità, immaginazione e creazione, con 7 sotto-rubriche ( per esempio " conoscere i colori", " partecipare al canto corale", "ripetere ritmi semplici", ecc.).
Le educatrici devono valutare ogni sotto-rubrica. Immagino il lavoro enorme alle spalle degli psicologi o dei pedagogisti che hanno preparato gli schemi di ogni rubrica, il lavoro di fotocopia delle educatrici, quello micidiale di valutazione di ogni bambino, ecc. Non esiste più il giuoco. Tutto è prescritto.
La creatività , l'immaginazione dei bimbi si manifesta altrove, a casa, nei centri di tempo libero, presso i privati, quando ci sono genitori intelligenti che capiscono , che non investono esclusivamente nel successo scolastico dei pargoli. La creatività esiste ancora per fortuna ma non si manifesta quasi più nemmeno a ricreazione. Nelle scuole per l'infanzia, nelle aule si impara la disciplina, i bimbi sono quieti, calmi, come la maggioranza dei prigionieri a Guantanamo. L'orgia di colori della scuole per l'infanzia non deve illudere. Adesso, in tre anni, in Francia e forse anche altrove, si preparano i bimbi ad andare a scuola. Non si bocciano per fortuna, non devono ripetere l'anno se non acquisiscono le competenze definite dai programmi, ma sono annichiliti, apprendono a ubbidire, a essere sottomessi. Esiste un baratro tra comportamenti scolastici e quelli domestici. Due mondi diversi quando è concessa ai bimbi la libertà di muoversi , di creare di non apprendere le regole, i codici imposti dalla scuola. Per fortuna si impara anche fuori dalla scuola, ma le ingiustizie in questo modo restano, come si perpetuano con il modello in voga. Infatti, chi non ce la fa nella scuola per l'infanzia (ce ne sono) è immediatamente scartato nella scuola primaria, il che significa, in Francia, essere bocciato, magari ripetere tre, quattro volte la prima elementare. Succede anche questo. La segregazione scolastica entra immediatamente in azione ed è preparata dalla scuola per l'infanzia.
lundi 10 février 2014
Contingentamento dell'immigrazione in Svizzera
Il voto di ieri , 9 febbraio, mi intriga, mi interpella, mi disturba come del resto disturba tutto il mondo politico europeo.
Quello del mio cantone di origine, il Ticino, cantone di poco più di 300 000 abitanti, mi indispettisce ancora di più.
Il risultato globale, nazionale, è uno schiaffo al mondo europeo che si sta costruendo con difficoltà da decenni. La Svizzera è divisa: la parte romanda, ossia quella francofona ha votato contro il contingentamento, la parte tedescofona , tranne Zurigo, il centro economico del paese , pure. L'esito finale è tiratissimo. Il 50,3% dei votanti è stato favorevole alla proposta di contingentare l'immigrazione e di rinegoziare gli accordi con l'Unione Europea sulla libera circolazione della manodopera, sugli accordi di Schengen, ecc. ossia su tutto quanto dà fastidio agli Elvetici tradizionalisti. Sarebbe bene notare che su una faccenda simile ha votato solo circa la metà del corpo elettorale, esito dato come notevole in Svizzera. Di solito nelle cosiddette votazioni durante le quali si chiede il parere del popolo o si invita il cosiddetto popolo a proporre nuove leggi o a modificare la costituzione la percentuale dei votanti è inferiore.
Non voglio ripetermi ma mi permetto di riprendere alcuni commenti a caldo fatti dopo la pubblicazione dei risultati. E' la prima volta dopo quarant'anni di tentativi che un referendum popolare (così si chiama) sulla limitazione del numero degli stranieri in Svizzera passa. Di tentativi ce ne sono stati molti. Si potrebbe dire che sono ricorrenti. Una parte di questo paese di cuccagna non sopporta gli stranieri, vorrebbe vivere in piena autarchia e teme di perdere il benessere nel quale bagna senza chiedersi come questo benessere sia stato forgiato. Si ringrazia la classe politica che ha avuto il merito di prendere le decisioni che hanno permesso di giungere a questo punto. Tra coloro che hanno contribuito a costruire questo stato federalista benestante c'è però un buon 20% di stranieri.
E' bene iniziare con alcune informazioni statistiche. La tavola che segue mi è stata fornita dall'amico Beo Beltrametti, che ringrazio. Si vedono molto bene due sequenze: l'ossessione dei tentativi per "proteggere" ( questo è un verbo ricorrente) la Svizzera dagli stranieri e il degrado del voto del Ticino dopo il 1988. Premetto che sono partito dal Ticino nel 1969 e mi dispiace il risultato di ieri: 82652 sì al contingentamento e 38589 No (il 68,2% contro il 31,8, una delle percentuali di accettazione più alte in Svizzera).
Quello del mio cantone di origine, il Ticino, cantone di poco più di 300 000 abitanti, mi indispettisce ancora di più.
Il risultato globale, nazionale, è uno schiaffo al mondo europeo che si sta costruendo con difficoltà da decenni. La Svizzera è divisa: la parte romanda, ossia quella francofona ha votato contro il contingentamento, la parte tedescofona , tranne Zurigo, il centro economico del paese , pure. L'esito finale è tiratissimo. Il 50,3% dei votanti è stato favorevole alla proposta di contingentare l'immigrazione e di rinegoziare gli accordi con l'Unione Europea sulla libera circolazione della manodopera, sugli accordi di Schengen, ecc. ossia su tutto quanto dà fastidio agli Elvetici tradizionalisti. Sarebbe bene notare che su una faccenda simile ha votato solo circa la metà del corpo elettorale, esito dato come notevole in Svizzera. Di solito nelle cosiddette votazioni durante le quali si chiede il parere del popolo o si invita il cosiddetto popolo a proporre nuove leggi o a modificare la costituzione la percentuale dei votanti è inferiore.
Non voglio ripetermi ma mi permetto di riprendere alcuni commenti a caldo fatti dopo la pubblicazione dei risultati. E' la prima volta dopo quarant'anni di tentativi che un referendum popolare (così si chiama) sulla limitazione del numero degli stranieri in Svizzera passa. Di tentativi ce ne sono stati molti. Si potrebbe dire che sono ricorrenti. Una parte di questo paese di cuccagna non sopporta gli stranieri, vorrebbe vivere in piena autarchia e teme di perdere il benessere nel quale bagna senza chiedersi come questo benessere sia stato forgiato. Si ringrazia la classe politica che ha avuto il merito di prendere le decisioni che hanno permesso di giungere a questo punto. Tra coloro che hanno contribuito a costruire questo stato federalista benestante c'è però un buon 20% di stranieri.
E' bene iniziare con alcune informazioni statistiche. La tavola che segue mi è stata fornita dall'amico Beo Beltrametti, che ringrazio. Si vedono molto bene due sequenze: l'ossessione dei tentativi per "proteggere" ( questo è un verbo ricorrente) la Svizzera dagli stranieri e il degrado del voto del Ticino dopo il 1988. Premetto che sono partito dal Ticino nel 1969 e mi dispiace il risultato di ieri: 82652 sì al contingentamento e 38589 No (il 68,2% contro il 31,8, una delle percentuali di accettazione più alte in Svizzera).
La situazione geografica del Canton Ticino, confinante con l'Italia, non è facile. Quell'angolino di terra subisce le ripercussioni della vita politica italiana, ma questo argomento avrebbe potuto essere neutralizzato se ci fosse stata nel Ticino una politica diversa da decenni. E adesso riprendo due messaggi inviati a mio fratello Antonio dopo che ho conosciuto i risultati nonché due suoi brevi commenti: Primo messaggio da parte mia: Dunque è andata come previsto. Che figuraccia. Provo disagio e vergogna. Forse non avrei dovuto partire dal Ticino per tentare di fare qualcosa con gli amici che avevo. Invece sono scappato. Ho molta simpatia per i Romandi ed anche per i Ginevrini. Quelli hanno capito. Non è una questione di etica. E' una di intelligenza, di cultura. Non capiterà nulla per fortuna. E' impossibile chiudere le frontiere. Più chiavistelli si inventano, più inventivi sono i ladri ( scusa, direi i poveri, i fuggiaschi o i rifugiati, non so cosa dire). Tutti a messa però lì a pregare per chi? Buon Carnevale con la SAM benefica. Prima risposta del fratello Antonio, ex-sindaco di Massagno. Ho tolto l'informazione sul suo voto:
Si capisce proprio che sei arrabbiato e che hai ancora nel cuore il tuo Paese.
Seconda risposta del fratello Antonio
Il contingentamento era in vigore fino a pochi anni fa, è in vigore anche in altri paesi, tra cui il Canada, per non parlare di altri sistemi poco libertari in giro per il mondo. Questo per dire che non è la fine del mondo e che gl'altri argomenti in votazione hanno mostrato quanta apertura c'è nel nostro popolo.
... capisco anche la debolezza e la paura che si misura tra la gente. Secondo messaggio mio: Non è vero. Il Canada, l'Australia, gli Stati Uniti, paesi che conosco assai bene, ecc. non hanno un contingentamento. Selezionano duramente l'immigrazione, ma va a vedere negli USA , oppure solo in Inghilterra quel che succede. La Gran Bretagna è un'isola. Si direbbe: ohibò, è facile controllare le entrate e invece no. Basta vedere in TV quel che succede a Calais. Arrivano dall'Iran, dall'Afghanistan, dalla Mongolia, fanno una vita da topi. E' zeppa di clandestini. Oppure va in Marocco a Ceuta ( non verifico il nome della città spagnola sulla costa africana). Gli Spagnoli hanno costruito tre muri per impedire l'immigrazione clandestina, eppure non funziona. Ancora settimana scorsa ci sono state fughe. Gente disperata che tenta di tutto, pronta a corrompere e poliziotti, politici, sindaci, deputati corruttibili; Vedrai cosa succederà lì. Magari capita già, ma tu vivi in un paese del silenzio, dell'ipocrisia, delle bocche cucite.
Sono d'accordo con te: non succederà nulla, ma per me è triste. Il voto ticinese in particolare. Quello nazionale , il totale, è un'altra cosa. Gli argomenti erano quelli di gente colta , avvertita, alla testa di un sistema politico che è quello che è, non perfetto, ma efficace. Non è il mio. C'è un divario enorme tra Ginevra e il Ticino per esempio. La destra ginevrina è nauseabonda però non scema. Si possono vedere su Internet, nel sito dello stato di Ginevra, i risultati per comune . I pochi che hanno votato per il contingentamento sono tutti quelli di estrema destra, facilmente localizzabili. Li vedo benissimo. Onex non è in quella zona.
Purtroppo se si votasse nelle macro-democrazie si avrebbe un risultato analogo o peggiore e per questa ragione il sistema politico democratico è costruito in modo diverso ed obbliga i responsabili politici, sindacali, culturali a ragionare in un altro modo. Il popolo no; Ubbidisce, è manipolabile, ha paura.
Come puoi dire che c'è molta apertura nel Ticino ? 80 000 voti contro 30 000 . E' questo il popolo al quale alludi? Bel popolo. Se si ha paura occorre spiegarla, uscire dagli aneddoti, discuterne, trovare soluzioni alternative, impostare politiche adeguate. Raddoppiare il numero delle guardie di frontiera? Chi paga? A Ginevra si andava dalla Svizzera alla Francia senza nessun controllo. Non c'erano guardie ai valichi tranne che in un paio, noti a tutti. Nel Ticino quando vengo mi sento in prigione. Passo da Brissago, da Ponte Tresa, da Brogeda, da Stabio e ti controllano. Cosa è cambiato? Lo sai anche tu che senza frontalieri l'economia cantonale andrebbe a rotoli. Chi lavorerebbe negli ospedali, nelle urgenze? Conosco un sacco di gente che lo fa a Locarno e sta di casa a Cannobio: avanti e indietro tutti i giorni. Pagata normalmente non c'è che dire. Da dove venivano le badanti del papà di Tere? Pagate non in nero , anche le tasse. Italiane frontaliere. Ma lasciamo perdere. Ormai quel che conta sono altre cose. Io sto qua , egoista, evito lo squallore, aspetto la fine, guardo la miseria e la povertà che ci sono qui, studio il mondo nel quale ho lavorato per 21 anni. Però mi piace quel che hai fatto e fai. Quel coraggio io non l'ho avuto.
P.S.: Ho citato Onex perché quando il fratello era sindaco di Massagno c'è stato il gemellaggio tra Massagno (periferia di Lugano) e Onex, città periferica di Ginevra. |
samedi 18 janvier 2014
Chega de Saudade
Un brano che vent'anni fa suonavo al sax e che so ancora canticchiare anche se il sax non lo posso più suonare nell'appartamento di Parigi. Sensazione di tristezza questa sera dopo avere letto sul Corriere del Ticino che l'associazione svizzera degli insegnanti ha preso posizione contro le esigenze del programma Harmos concernenti l'insegnamento delle lingue straniere nella scuola elementare. Non spiego qui cosa sia Harmos. Coloro che conoscono la politica scolastica elvetica lo sanno. Chi non lo sa magari trova una spiegazione su Google.
Di solito non penso più a quel che succede nel campo scolastico elvetico dove sono stato attivo per alcuni anni. Ho rimosso dalla memoria anche gli otto anni ginevrini che hanno concluso la mia vita professionale.
Questo accenno ad Harmos e ai tentativi di realizzare un sistema di valutazione empirica dell'istruzione nello spazio scolastico elvetico riportano a galla dentro di me quanto ho provato durante il mio ultimo soggiorno elvetico a Ginevra : delusioni, un sentimento di sradicamento, di estraneità, enormi difficoltà a trovare punti di riferimento che mi erano noti in precedenza. Ho avuto la sensazione di essere caduto in un mondo chiuso a riccio, orgoglioso, convinto della propria superiorità, almeno nel campo scolastico. Le scuole ginevrine non sono malvagie anche perché dispongono di molte risorse, hanno alle spalle una tradizione pedagogica considerevole, molto attrezzato dove si realizzano programmi sorprendenti. Il sistema scolastico ginevrino è un piccolo sistema. Proprio per questa ragione è facile capirlo. I miei anni ginevrini mi hanno permesso di conoscere meglio le scuole, di incontrare direttori di scuola e insegnanti che operavano sul terreno , di capire come si difendevano dall'amministrazione, di comprendere come fosse arduo modificare le mentalità e le tradizioni imperanti nella scuola, di osservare dal vivo le strategie messe in atto dalle scuole, dagli insegnanti, per difendersi, di constatare il contrasto tra narrazione prodotta dall'apparato scolastico, in particolare dalla base, e constatazione delle famiglie che mandano i figli a scuola, che collegano i comportamenti scolastici della prole con i loro ricordi personali.
In questo periodo ho anche scoperto altri aspetti della cultura elvetica dopo una ventina d'anni di lavoro a Parigi all'OCSE. Quando ero a Berna , negli anni Settanta, il clima socio-politico era diverso Berna era allora, almeno dal punto di vista elvetico, assai distante da Ginevra. Credo lo sia ancora ora. Era come se questi due mondi fossero del tutto diversi. In quegli anni ero giovane e forse non ho fatto attenzione a particolari comportamenti nel mondo dell'amministrazione federale a Berna dove lavoravo. Ho avuto anche là qualche sorpresa spiacevole ma non vi ho fatto molto caso. A Ginevra, dopo l'esperienza internazionale, invece i comportamenti dei collaboratori e dei subalterni erano diventati per me più trasparenti, più leggibili. Con l'esperienza e con l'età si apprende a vivere. Fui soprattutto colpito dall'importanza riservata nel mondo ginevrino alla gerarchia, al principio di autorità. Molta subordinazione, tanta ipocrisia ( mi dispiace dirlo) nei confronti all'autorità, che è rispettata in modo formale. Non ero abituato nel periodo passato all'OCSE a vivere quotidianamente in una simile atmosfera di lavoro. Nel mondo dell'OCSE convivevano due culture entrambe di origine anglosassone: la durezza e la brutalità del disaccordo espresso faccia a faccia, pochi formalismi, e una ipocrisia nelle relazioni professionali raffinata, difficile da rilevare. A Ginevra invece quest'ultima era palpabile e occorreva prenderla in conto per realizzare qualcosa. Fu per me una grande lezione rendermi conto che le procedure democratiche rendevano assai ardua qualsiasi trasformazione, che la società non si modella a piacimento, che la vita collettiva è esigente , che è molto meno manipolabile con strumenti non tradizionali, che occorre un lungo apprendistato per impadronirsi di questi strumenti, per fare leva sulle forze e gli argomenti che convincono e creano una maggioranza. Ma a questo punto sono andato in pensione, ho ora più tempo per osservare la vita sociale, per leggere, per cullarmi con l'ascolto di "Chega de Saudade" dentro di me e magari, tipico effetto di questi anni, per rivangare un passato tramontato.
Di solito non penso più a quel che succede nel campo scolastico elvetico dove sono stato attivo per alcuni anni. Ho rimosso dalla memoria anche gli otto anni ginevrini che hanno concluso la mia vita professionale.
Questo accenno ad Harmos e ai tentativi di realizzare un sistema di valutazione empirica dell'istruzione nello spazio scolastico elvetico riportano a galla dentro di me quanto ho provato durante il mio ultimo soggiorno elvetico a Ginevra : delusioni, un sentimento di sradicamento, di estraneità, enormi difficoltà a trovare punti di riferimento che mi erano noti in precedenza. Ho avuto la sensazione di essere caduto in un mondo chiuso a riccio, orgoglioso, convinto della propria superiorità, almeno nel campo scolastico. Le scuole ginevrine non sono malvagie anche perché dispongono di molte risorse, hanno alle spalle una tradizione pedagogica considerevole, molto attrezzato dove si realizzano programmi sorprendenti. Il sistema scolastico ginevrino è un piccolo sistema. Proprio per questa ragione è facile capirlo. I miei anni ginevrini mi hanno permesso di conoscere meglio le scuole, di incontrare direttori di scuola e insegnanti che operavano sul terreno , di capire come si difendevano dall'amministrazione, di comprendere come fosse arduo modificare le mentalità e le tradizioni imperanti nella scuola, di osservare dal vivo le strategie messe in atto dalle scuole, dagli insegnanti, per difendersi, di constatare il contrasto tra narrazione prodotta dall'apparato scolastico, in particolare dalla base, e constatazione delle famiglie che mandano i figli a scuola, che collegano i comportamenti scolastici della prole con i loro ricordi personali.
In questo periodo ho anche scoperto altri aspetti della cultura elvetica dopo una ventina d'anni di lavoro a Parigi all'OCSE. Quando ero a Berna , negli anni Settanta, il clima socio-politico era diverso Berna era allora, almeno dal punto di vista elvetico, assai distante da Ginevra. Credo lo sia ancora ora. Era come se questi due mondi fossero del tutto diversi. In quegli anni ero giovane e forse non ho fatto attenzione a particolari comportamenti nel mondo dell'amministrazione federale a Berna dove lavoravo. Ho avuto anche là qualche sorpresa spiacevole ma non vi ho fatto molto caso. A Ginevra, dopo l'esperienza internazionale, invece i comportamenti dei collaboratori e dei subalterni erano diventati per me più trasparenti, più leggibili. Con l'esperienza e con l'età si apprende a vivere. Fui soprattutto colpito dall'importanza riservata nel mondo ginevrino alla gerarchia, al principio di autorità. Molta subordinazione, tanta ipocrisia ( mi dispiace dirlo) nei confronti all'autorità, che è rispettata in modo formale. Non ero abituato nel periodo passato all'OCSE a vivere quotidianamente in una simile atmosfera di lavoro. Nel mondo dell'OCSE convivevano due culture entrambe di origine anglosassone: la durezza e la brutalità del disaccordo espresso faccia a faccia, pochi formalismi, e una ipocrisia nelle relazioni professionali raffinata, difficile da rilevare. A Ginevra invece quest'ultima era palpabile e occorreva prenderla in conto per realizzare qualcosa. Fu per me una grande lezione rendermi conto che le procedure democratiche rendevano assai ardua qualsiasi trasformazione, che la società non si modella a piacimento, che la vita collettiva è esigente , che è molto meno manipolabile con strumenti non tradizionali, che occorre un lungo apprendistato per impadronirsi di questi strumenti, per fare leva sulle forze e gli argomenti che convincono e creano una maggioranza. Ma a questo punto sono andato in pensione, ho ora più tempo per osservare la vita sociale, per leggere, per cullarmi con l'ascolto di "Chega de Saudade" dentro di me e magari, tipico effetto di questi anni, per rivangare un passato tramontato.
Scuole paritarie
Questo è un business tutto italiano come fa rilevare Paolo Latella dell'Istituto Tecnico economico di Lodi in un articolo pubblicato nel supplemento scuola dall'Indice dei Libri del mese di dicembre 2013 . L'articolo è partigiano perché attacca le scuole paritarie senza produrre nessun confronto internazionale. Alla fine le scuole paritarie sono presentate come scuole private. Si mette nel sacco tutto quanto non è statale e si denunciano privilegi e protezioni di cui fruiscono le scuole private in Italia poiché manca un presupposto minimo di serietà per certificarle e controllarle. Ma l'articolo inizia bene ed è appunto per questa ragione che ne parlo. Infatti propone una distinzione tra scuole private e quelle dette paritarie ( questo è un lessico tipicamente italiano) che in Italia non sono che una parte delle scuole private . Ci sono tra l'altro scuole paritarie private e scuole paritarie pubbliche.
Non tutta la parte iniziale dell'articolo è limpida. Infatti la confusione in Italia sulla classificazione delle scuole è massima e mi rendo conto che venti anni di lavoro internazionale per produrre indicatori internazionali comparabili tra loro sui servizi d'istruzione non sono serviti a gran che se uno specialista come Latella si imbroglia nella classificazione. Tra l'altro non capisco come si possano classificare i Centri di formazione professionale regionali (i Cfp) tra le scuole paritarie. Di sicuro mi sfuggono dettagli che fanno la differenza e che un non-iniziato ignora.
A dire il vero la questione è complessa ovunque sul piano internazionale e la distinzione tra scuola private e scuole pubbliche (non solo statali) non è un'operazione semplice, già al livello dei nidi d'infanzia, poi a quello delle scuole per l'infanzia e su su fino all'università. Anche laddove la distinzione sembra chiara e netta tra istituti privati e istituti statali per esempio , se si esamina da vicino , nel dettaglio, l'impostazione di questi istituti ci si imbatte in grandi difficoltà a classificarle e costantemente ci si può chiedere : questo istituto è pubblico, è statale od è privato? Tralascio di parlare di paritarie che è un concetto usato solo in Italia. Quando agli inizi degli anni 90 del XX secolo l'OCSE ha iniziato a produrre l'insieme di indicatori internazionali comparati sull'istruzione ci si è subito scontrati con questo problema. Mancava e credo manchi tuttora un criterio di classificazione coerente, univoco, ossia non ambiguo, dei vari tipi di scuola. Come fa notare Latella all'inizio del suo articolo ci sono infatti vari tipi di scuole private e la frontiera tra scuola private, scuole pubbliche e scuole statali è piuttosto labile. Occorrerebbe un accordo internazionale per produrre definizioni precise che permettano classificazioni comparabili.
Nel corso dei primi anni di produzione dell'insieme di indicatori internazionali dell'istruzione prodotto dall'OCSE si è proceduto un po' ad orecchio, ad occhio croce come si suol dire, fidandosi delle classificazioni che inviavano i responsabili delle statistiche dei diversi servizi scolastici. C'erano certamente errori negli indicatori finali perché le categorie di scuole inserite in un servizio scolastico non corrispondevano tra loro. Per esempio a Roma gli interlocutori del MIUR che fornivano le statistiche scolastiche all'OCSE non capivano le distinzioni, ma adesso, dopo tanti anni, ammetto che anch'io faccio fatica a capire le classificazioni italiane e l'articolo di Paolo Latella non mi aiuta molto. Mi resta il dubbio che le comparazioni internazionali sulla proporzione di scuole gestite dallo stato e scuole private non siano corrette e non ho nessuna idea del margine di errore.
Ne parlo perché nei media italiani regolarmente si accusano le scuole private di essere responsabili della bassa media dei punteggi dei quindicenni nell'indagine PISA dell'OCSE sulle competenze e conoscenze. Mi sembra che la classificazione ambigua delle scuole private italiane non consente affatto di sostenere un' affermazione del genere. Latella indica che gli studenti delle scuole non statali paritarie in Italia sono frequentate da circa il 12 % degli studenti, diciamo grosso modo un decimo degli studenti ma non precisa quali siano gli ordini di scuola presi in considerazione per addizionare il numero di studenti e per calcolare questa percentuale. Bisognerebbe inoltre sapere quale parte di questo 12% frequenta scuole paritarie primarie e scuole medie paritarie per analizzare con pertinenza i punteggi dell'indagine PISA che riguarda i quindicenni, sapere se i quindicenni che si trovano nelle scuole paritarie pubbliche hanno svolto tutta la loro scolarizzazione nelle scuola paritarie o meno.
La proporzione del 10% circa di studenti nelle scuole private (meglio, nelle scuole paritarie pubbliche) è identica a quella che si ha a Ginevra nel settore privato , ma a Ginevra le scuole private sono del tutto private (affermazione questa troppo "tranchante") perché in effetti non è proprio così. Alcune sono pubbliche nel senso che lo Stato di Ginevra e altri stati ne riconoscono i diplomi, poiché le scuole accettano di essere ispezionate dalle autorità ginevrine , accettano di svolgere un programma simile a quello di un altro servizio scolastico statale , o quello ginevrino oppure quello francese o quello USA, oppure ammettono nel consiglio di amministrazione della scuola rappresentanti di altri servizi statali d'istruzione, ma queste scuole non sono paragonabili alle scuole paritarie italiane che sono sì scuole private ma che sono anche scuole pubbliche. Sono simili. A Ginevra infatti molte scuole private sono sussidiate dalle organizzazioni internazionali, sia direttamente sia indirettamente quando si pagano le rette di iscrizione che le famiglie devono versare per iscrivere i figli in queste scuole. Dunque , queste scuole potrebbero essere tutte inserire nella stessa categoria, costruire un mega-insieme chiamato scuole private nel quale sono inclusi tutti i diversi tipi di scuole non statali, pubbliche o non pubbliche, sussidiate o non sussidiate, ispezionate o non ispezionate.
Personalmente ritengo private le scuole alternative, quelle che non ricevono nessun sussidio dallo stato, quelle nelle quali le rette d'iscrizione sono pagate dalle famiglie che non ricevono nessun aiuto finanziario, quelle che non sono ispezionate, che sono del tutto autonome, che svolgono un proprio programma d'apprendimento, che sono del tutto diverse da quelle statali, che attuano metodi di insegnamento particolari, che propongono e offrono modalità di scolarizzazione peculiari . Queste scuole sono pochissime, fanno fatica a sopravvivere. Ce ne sono alcune. Le scuole statali , quasi ovunque , monopolizzano l'istruzione scolastica, impongono un curricolo scolastico rigido. Tra quest'insieme di scuole e quelle private-private esiste un "mare nostrum" confuso, più o meno esteso perché è difficile isolare le scuole puramente statali. La politica scolastica giuoca con queste realtà e la statistica scolastica è il più delle volte persa in questo mondo.
Non tutta la parte iniziale dell'articolo è limpida. Infatti la confusione in Italia sulla classificazione delle scuole è massima e mi rendo conto che venti anni di lavoro internazionale per produrre indicatori internazionali comparabili tra loro sui servizi d'istruzione non sono serviti a gran che se uno specialista come Latella si imbroglia nella classificazione. Tra l'altro non capisco come si possano classificare i Centri di formazione professionale regionali (i Cfp) tra le scuole paritarie. Di sicuro mi sfuggono dettagli che fanno la differenza e che un non-iniziato ignora.
A dire il vero la questione è complessa ovunque sul piano internazionale e la distinzione tra scuola private e scuole pubbliche (non solo statali) non è un'operazione semplice, già al livello dei nidi d'infanzia, poi a quello delle scuole per l'infanzia e su su fino all'università. Anche laddove la distinzione sembra chiara e netta tra istituti privati e istituti statali per esempio , se si esamina da vicino , nel dettaglio, l'impostazione di questi istituti ci si imbatte in grandi difficoltà a classificarle e costantemente ci si può chiedere : questo istituto è pubblico, è statale od è privato? Tralascio di parlare di paritarie che è un concetto usato solo in Italia. Quando agli inizi degli anni 90 del XX secolo l'OCSE ha iniziato a produrre l'insieme di indicatori internazionali comparati sull'istruzione ci si è subito scontrati con questo problema. Mancava e credo manchi tuttora un criterio di classificazione coerente, univoco, ossia non ambiguo, dei vari tipi di scuola. Come fa notare Latella all'inizio del suo articolo ci sono infatti vari tipi di scuole private e la frontiera tra scuola private, scuole pubbliche e scuole statali è piuttosto labile. Occorrerebbe un accordo internazionale per produrre definizioni precise che permettano classificazioni comparabili.
Nel corso dei primi anni di produzione dell'insieme di indicatori internazionali dell'istruzione prodotto dall'OCSE si è proceduto un po' ad orecchio, ad occhio croce come si suol dire, fidandosi delle classificazioni che inviavano i responsabili delle statistiche dei diversi servizi scolastici. C'erano certamente errori negli indicatori finali perché le categorie di scuole inserite in un servizio scolastico non corrispondevano tra loro. Per esempio a Roma gli interlocutori del MIUR che fornivano le statistiche scolastiche all'OCSE non capivano le distinzioni, ma adesso, dopo tanti anni, ammetto che anch'io faccio fatica a capire le classificazioni italiane e l'articolo di Paolo Latella non mi aiuta molto. Mi resta il dubbio che le comparazioni internazionali sulla proporzione di scuole gestite dallo stato e scuole private non siano corrette e non ho nessuna idea del margine di errore.
Ne parlo perché nei media italiani regolarmente si accusano le scuole private di essere responsabili della bassa media dei punteggi dei quindicenni nell'indagine PISA dell'OCSE sulle competenze e conoscenze. Mi sembra che la classificazione ambigua delle scuole private italiane non consente affatto di sostenere un' affermazione del genere. Latella indica che gli studenti delle scuole non statali paritarie in Italia sono frequentate da circa il 12 % degli studenti, diciamo grosso modo un decimo degli studenti ma non precisa quali siano gli ordini di scuola presi in considerazione per addizionare il numero di studenti e per calcolare questa percentuale. Bisognerebbe inoltre sapere quale parte di questo 12% frequenta scuole paritarie primarie e scuole medie paritarie per analizzare con pertinenza i punteggi dell'indagine PISA che riguarda i quindicenni, sapere se i quindicenni che si trovano nelle scuole paritarie pubbliche hanno svolto tutta la loro scolarizzazione nelle scuola paritarie o meno.
La proporzione del 10% circa di studenti nelle scuole private (meglio, nelle scuole paritarie pubbliche) è identica a quella che si ha a Ginevra nel settore privato , ma a Ginevra le scuole private sono del tutto private (affermazione questa troppo "tranchante") perché in effetti non è proprio così. Alcune sono pubbliche nel senso che lo Stato di Ginevra e altri stati ne riconoscono i diplomi, poiché le scuole accettano di essere ispezionate dalle autorità ginevrine , accettano di svolgere un programma simile a quello di un altro servizio scolastico statale , o quello ginevrino oppure quello francese o quello USA, oppure ammettono nel consiglio di amministrazione della scuola rappresentanti di altri servizi statali d'istruzione, ma queste scuole non sono paragonabili alle scuole paritarie italiane che sono sì scuole private ma che sono anche scuole pubbliche. Sono simili. A Ginevra infatti molte scuole private sono sussidiate dalle organizzazioni internazionali, sia direttamente sia indirettamente quando si pagano le rette di iscrizione che le famiglie devono versare per iscrivere i figli in queste scuole. Dunque , queste scuole potrebbero essere tutte inserire nella stessa categoria, costruire un mega-insieme chiamato scuole private nel quale sono inclusi tutti i diversi tipi di scuole non statali, pubbliche o non pubbliche, sussidiate o non sussidiate, ispezionate o non ispezionate.
Personalmente ritengo private le scuole alternative, quelle che non ricevono nessun sussidio dallo stato, quelle nelle quali le rette d'iscrizione sono pagate dalle famiglie che non ricevono nessun aiuto finanziario, quelle che non sono ispezionate, che sono del tutto autonome, che svolgono un proprio programma d'apprendimento, che sono del tutto diverse da quelle statali, che attuano metodi di insegnamento particolari, che propongono e offrono modalità di scolarizzazione peculiari . Queste scuole sono pochissime, fanno fatica a sopravvivere. Ce ne sono alcune. Le scuole statali , quasi ovunque , monopolizzano l'istruzione scolastica, impongono un curricolo scolastico rigido. Tra quest'insieme di scuole e quelle private-private esiste un "mare nostrum" confuso, più o meno esteso perché è difficile isolare le scuole puramente statali. La politica scolastica giuoca con queste realtà e la statistica scolastica è il più delle volte persa in questo mondo.
vendredi 3 janvier 2014
Xenofobia elvetica
Il 9 febbraio prossimo gli elettori elvetici potranno o dovranno votare sul numero degli immigranti che la Svizzera può tollerare. Questa è una delle specificità del sistema democratico elvetico: si raccolgono 10 000 firme per presentare una proposta di legge che può essere generica o dettagliata ed il corpo elettorale va a votare, ossia è chiamato alle urne. L'iniziativa s'intitola " Contro l'immigrazione di massa". Ci sono stati quindi 10 000 elettori in Svizzera che hanno firmato una proposta per limitare il numero degli immigrati .
Non è la prima volta che ciò succede. Ci- è successo per ben cinque volte dopo il 1970.
La prima volta è stata nel 1970, quando il capopopolo James Schwarzenbach, una specie di Bossi, ha lanciato la sua iniziativa. In quegli anni, l'obiettivo erano gli immigrati italiani. L'obiettivo era di limitare al 10% la percentuale degli immgirati, il che avrebbe provocato l'espulsione dalla Svizzera di 300 000 persone. Questa celebre iniziativa nota come iniziativa Schwarzenbach fu rifiutata dal 54% dei votanti. Esito alquanto tirato dunque.
Nel 1974 si ritenta . Sono sempre gli stessi ambienti xenofobi e l'iniziativa è bocciata dal 66% degli elettori. In quegli anni abitavo a Berna, in un quartiere popolare, abitato da molti italiani. Ero stato designato come scrutatore e avevo partecipato allo scrutinio in un seggio che aveva dato una maggioranza di voti favorevoli all'iniziativa. Mi ricordo tuttora la gioia dei presenti , soddisfattissimi di questo risultato, ma la loro sconfitta sul piano nazionale fu sonora. In ogni modo tutti ebbimo una gran paura che l'iniziativa fosse accettata e fu allora che molti Italiani in Svizzera tornarono in Italia.
Nel 1977 si riprova e questa volta la percentuale dei voti contrari al controllo dell'immigrazione e favorevoli all'adozione di una soglia massima di immigrati fu superiore al 70%.
Quarto tentativo dieci anni dopo , nel 1978, sempre su iniziativa della parte xenofoba della popolazione che vuole limitare l'immigrazione ma anche questa volta l'iniziativa è bocciata con il 67% dei voti.
Ultimo e quinto tentativo nel 2000 con una iniziativa che vorrebbe limitare la proporzione degli stranieri in Svizzera al 18% ma anche questo quinto tentavo va a male ed il 64% dei votanti rifiuta la proposta.
Oggigiorno in Svizzera, uno dei paesi più ricchi del mondo, che accoglie una delle percentuali più elevate di rifugiati politici, abitato da quasi nove milioni di persone, vivono grosso modo due milioni di stranieri ( per l'esattezza 1,86 milioni) pari al 23,2% della popolazione totale. Pressapoco il doppio degli stranieri che ci sono in Italia in un territorio grande come la Lombardia e il Piemonte messi assieme ma con una popolazione inferiore al totale di queste due regioni italiane. Due terzi degli stranieri che vivono in Svizzera provengono dai paesi dell'Unione Europea. Il bersaglio di questa nuova iniziativa xenofoba non è più l'immigrato italiano ma i cittadino dell'Unione Europea. Il profilo degli xenofobi è in parte cambiato e questa votazione, come si usa chiamarla in Svizzera, è pericolosa proprio per questa ragione. I sostenitori sono in parte gli stessi di quelli di quarant'anni fa ma in parte ce ne sono di nuovi, che provengono da altri ceti sociali soprattutto contrari agli accordi tra Svizzera e Unione Europea. Si tratta di antieuropeisti.
Se ne verranno delle belle nei prossimi anni:è già annunciata una nuova iniziativa contro la libera circolazione dei cittadini croati e quasi sicuramente ce ne sarà un'altra o ce ne saranno due altre contro la libera circolazione dei cittadini rumeni e bulgari. Nel piccolo mondo di Heidi, con il suo charme e la sua ricchezza , sulla quale si dovrebbe indagare, gli immigrati fanno paura, sono percepiti come una minaccia dell'ordine, del benessere, della pulizia, della disciplina. Infatti i promotori dell'iniziativa sulla quale si voterà in marzo propongono perfino di modificare l'aiuto pubblico allo sviluppo che in Svizzera è gestito dalla cooperazione tecnica, uno degli Uffici della Confederazione e di dedicare il 10% dell'aiuto allo sviluppo al controllo delle nascite nei paesi poveri in via di sviluppo perché questo sarebbe sì un modo efficace per ridurre l'immigrazione. C'è da sperare che anche questo tentativo, il sesto, sia sbaragliato da un corpo elettorale che fin qui ha dimostrato di capire molto meglio degli xenofobi quali sono le fonti del benessere elvetico.
Non è la prima volta che ciò succede. Ci- è successo per ben cinque volte dopo il 1970.
La prima volta è stata nel 1970, quando il capopopolo James Schwarzenbach, una specie di Bossi, ha lanciato la sua iniziativa. In quegli anni, l'obiettivo erano gli immigrati italiani. L'obiettivo era di limitare al 10% la percentuale degli immgirati, il che avrebbe provocato l'espulsione dalla Svizzera di 300 000 persone. Questa celebre iniziativa nota come iniziativa Schwarzenbach fu rifiutata dal 54% dei votanti. Esito alquanto tirato dunque.
Nel 1974 si ritenta . Sono sempre gli stessi ambienti xenofobi e l'iniziativa è bocciata dal 66% degli elettori. In quegli anni abitavo a Berna, in un quartiere popolare, abitato da molti italiani. Ero stato designato come scrutatore e avevo partecipato allo scrutinio in un seggio che aveva dato una maggioranza di voti favorevoli all'iniziativa. Mi ricordo tuttora la gioia dei presenti , soddisfattissimi di questo risultato, ma la loro sconfitta sul piano nazionale fu sonora. In ogni modo tutti ebbimo una gran paura che l'iniziativa fosse accettata e fu allora che molti Italiani in Svizzera tornarono in Italia.
Nel 1977 si riprova e questa volta la percentuale dei voti contrari al controllo dell'immigrazione e favorevoli all'adozione di una soglia massima di immigrati fu superiore al 70%.
Quarto tentativo dieci anni dopo , nel 1978, sempre su iniziativa della parte xenofoba della popolazione che vuole limitare l'immigrazione ma anche questa volta l'iniziativa è bocciata con il 67% dei voti.
Ultimo e quinto tentativo nel 2000 con una iniziativa che vorrebbe limitare la proporzione degli stranieri in Svizzera al 18% ma anche questo quinto tentavo va a male ed il 64% dei votanti rifiuta la proposta.
Oggigiorno in Svizzera, uno dei paesi più ricchi del mondo, che accoglie una delle percentuali più elevate di rifugiati politici, abitato da quasi nove milioni di persone, vivono grosso modo due milioni di stranieri ( per l'esattezza 1,86 milioni) pari al 23,2% della popolazione totale. Pressapoco il doppio degli stranieri che ci sono in Italia in un territorio grande come la Lombardia e il Piemonte messi assieme ma con una popolazione inferiore al totale di queste due regioni italiane. Due terzi degli stranieri che vivono in Svizzera provengono dai paesi dell'Unione Europea. Il bersaglio di questa nuova iniziativa xenofoba non è più l'immigrato italiano ma i cittadino dell'Unione Europea. Il profilo degli xenofobi è in parte cambiato e questa votazione, come si usa chiamarla in Svizzera, è pericolosa proprio per questa ragione. I sostenitori sono in parte gli stessi di quelli di quarant'anni fa ma in parte ce ne sono di nuovi, che provengono da altri ceti sociali soprattutto contrari agli accordi tra Svizzera e Unione Europea. Si tratta di antieuropeisti.
Se ne verranno delle belle nei prossimi anni:è già annunciata una nuova iniziativa contro la libera circolazione dei cittadini croati e quasi sicuramente ce ne sarà un'altra o ce ne saranno due altre contro la libera circolazione dei cittadini rumeni e bulgari. Nel piccolo mondo di Heidi, con il suo charme e la sua ricchezza , sulla quale si dovrebbe indagare, gli immigrati fanno paura, sono percepiti come una minaccia dell'ordine, del benessere, della pulizia, della disciplina. Infatti i promotori dell'iniziativa sulla quale si voterà in marzo propongono perfino di modificare l'aiuto pubblico allo sviluppo che in Svizzera è gestito dalla cooperazione tecnica, uno degli Uffici della Confederazione e di dedicare il 10% dell'aiuto allo sviluppo al controllo delle nascite nei paesi poveri in via di sviluppo perché questo sarebbe sì un modo efficace per ridurre l'immigrazione. C'è da sperare che anche questo tentativo, il sesto, sia sbaragliato da un corpo elettorale che fin qui ha dimostrato di capire molto meglio degli xenofobi quali sono le fonti del benessere elvetico.
jeudi 19 décembre 2013
INVALSI
In questi giorni , prima metà di dicembre, in Italia i circoli che si occupano dell'istruzione scolastica sono in agitazione per il futuro dell'INVALSI, ossia dell'Istituto Nazionale di valutazione del sistema d'istruzione. Infatti il ministro dell'istruzione Carrozza, una ricercatrice, ha composto una commissione per la scelta del futuro presidente dell'INVALSI dopo le dimissioni di Paolo Sestito un economista della Banca d'Italia che ha preso il posto di Piero Cipollone, altro economista della Banca d'Italia, come presidente dell'INVALSI.
Il ministro ha avallato le proposte di qualcuno nel ministero che ha suggerito una rosa di cinque persone del tutto ignote nell'ambito della ricerca scientifica internazionale sulla valutazione scolastica, nel senso che non hanno pubblicato quasi nulla in materia di valutazione dell'istruzione, di studi comparati tra sistemi scolastici. Conosco alcuni membri designati di questa commissione che rispetto alquanto ma devo pur constatare che nessuno di loro è mondialmente noto per pubblicazioni sulla valutazione. Il prof. De Mauro è un esimio linguista e a mia conoscenza solo il prof. Vertecchi ha avuto a che fare con le valutazioni internazionali quando il ministro italiano dell'istruzione era l'on. Luigi Berlinguer.
Le vicende italiane della valutazione non mi lasciano indifferente ed è per questa ragione che ne parlo. La storia della valutazione comparata contemporanea in Italia è patetica. Bisogna risalire al prof. Aldo Visalberghi che nel corso degli anni Sessanta del Ventesimo secolo ha traghettato l'Italia verso l'IEA, l'Associazione Internazionale di Valutazione dei Risultati Scolastici, associazione che esiste tuttora. L'IEA era ed è un'associazione internazionale di ricercatori che funziona grazie a risorse fornite dagli Stati che hanno la responsabilità di un sistema d'istruzione scolastica. Per anni l'IEA è stata soprattutto finanziata dalla Svezia e poi dagli USA. Il prof. Visalberghi con uno sparuto gruppetto di suoi collaboratori ha partecipato ad una serie di indagini dell'IEA. Quasi nessuno ne era al corrente in Italia. Il gruppetto di ricercatori era annidato nella sede del CEDE, il centro europeo dell'educazione, denominazione alquanto pomposa, che si trovava a Frascati, nella villa Borromini, laddove ora si trova l'INVALSI. I risultati degli studenti italiani comparati a quelli degli studenti di altri sistemi scolastici non furono brillanti già nel corso degli anni Sessanta. Quelli erano gli anni dei pionieri. Si sperimentava infatti la valutazione su vasta scala e si comparavano i risultati degli studenti di diversi sistemi scolastici. Gli strumenti messi a punto dall'IEA non erano come quelli dell'indagine PISA e la popolazione scolastica alla quale erano somministrate le prove dell'IEA era quella dei tredicenni e non dei quindicenni come è il caso nell'indagine PISA.
Il prof. Visalberghi era una persona rispettata e competente sul piano internazionale. Direi che era una figura assai nota anche perché i suoi interventi negli incontri internazionali erano solidi, sostanziosi e quindi ascoltati, ma in Italia , non so per quali ragioni, Visalberghi non era né molto seguito né molto ascoltato. Con me si lamentava dei problemi di gestione di Villa Falconieri. Le risorse erano scarse e servivano in primo luogo per riparare il tetto o le fughe d'acqua del monumento storico che era Villa Falconieri.
Per anni l'Italia ha partecipato alle indagini internazionali dell'IEA, lo ha fatto molto di più della Francia, ma senza che i risultati mediocri degli studenti italiani suscitassero una reazione nei media o nel ministero dell'istruzione pubblica. Più volte Visalberghi mi è parso rassegnato. L'Italia pertecipava alle indagini, pagava la sua quotaparte, ma non traeva nessuna indicazione pratica da questa esperienza. Si potrebbe dire che questo era un caso di partecipazione per onore di firma e spesso ho avuto la sensazione che Visalberghi fosse presente per il proprio piacere personale ( esagero con questa affermazione che però mi serve per spiegare la situazione).
Quando l'on. Luigi Berlinguer è diventato ministro dell' istruzione nel primo governo di Romano Prodi e quando Visalberghi era ormai andato in pensione, l'on. Berlinguer si rivolse all'OCSE per chiedere un parere sul suo progetto di riforma del servizio d'istruzione statale italiano. Il direttore dell'istruzione all'OCSE Thomas Alexander mi chiese di entrare nel gruppo di periti designato per esaminare il progetto di riforma tratteggiato dal ministro Berlinguer. Questo tipo di esame si svolge secondo una procedura formale standardizzata. Nel capitolo 5 del documento si tratta di valutazione e si raccomanda al ministro di istituire un sistema di valutazione indipendente, che incentri la sua attività sulla definizione di parametri di valutazione, di istituire un ente indipendente incaricato di svolgere ricerche in proprio materia di valutazione dell'istruzione. Il passaggio sulla valutazione fu redatto da Alejandro Tiana che è ora rettore dell'Università spagnola distanza (UNED) di Madrid, la più importante università spagnola. Il testo fu scritto nel 1997 ma le raccomandazioni sono cadute nel vuote. Non ci siamo ancora. In quegli anni le argomentazioni sulla valutazione erano capite da pochissime persone. Mi ricordo per esempio che il CENSIS si occupava della questione , che Giorgio Allulli aveva un interesse per l'argomento. Erano i nuovi venuti sulla scena italica della valutazione, che si affiancavano a Visalberghi. Non posso però dire che erano gli eredi di Visalberghi. I loro interessi erano di un altro genere, più politici che scientifici.
Una decina d'anni dopo, quando presidente dell'INVALSI era Piero Cipollone, fui invitato a presiedere la giuria incaricata del concorso per la selezione di alcuni collaboratori scientifici dell'INVALSI. In questa occasione ho scoperto la complessità della burocrazia dell'amministrazione statale italiana ed ho conosciuto Paolo Sestito, Piero Cipollone e Lucrezia Stellacci che rappresentava il ministero nella commissione. Ma l'aspetto più rilevante di quell'esperienza sono stati i sotterfugi messi in atto per salvare tre o quattro candidati. La media dei risultati era talmente scadente nella maggior parte dei casi al punto da costringere la giuria ad abbassare la soglia della media pur di potere selezionare un numero minimo di candidati. Molti concorrenti lavoravano da anni all'INVALSI ma non avevano una conoscenza accettabile dei principi con i quali erano costruiti gli strumenti delle prove strutturate.
Infine, un'esperienza per me sconvolgente fu la partecipazione alla commissione internazionale del MIUR per costruire un sistema nazionale di valutazione dell'educazione. Si era all'epoca del ministro Maria Stella Gelmini. Il direttore generale Giovanni Biondi era stato incaricato dal ministro di concepire un sistema nazionale di valutazione. Occorre subito dire che questa operazione non è del tutto facile e che pochi sistemi scolastici statali nel mondo dispongono di un sistema di valutazione coi fiocchi che fornisca informazioni attendibili sui risultati scolastici e che serva a capire in che direzione va la politica scolastica statale. Un sistema nazionale di valutazione dell'istruzione non si improvvisa. Ho subito capito che di internazionale in quella commissione c'era ben poco. Invece, mi ci è voluto del tempo per capire che il sistema nazionale di valutazione era già pronto nella mente del direttore generale e forse anche del ministro e che la commissione non serviva ad altro che ad avallare il progetto. Infine, alle riunioni alle quali ho partecipato non si è mai parlato del servizio nazionale di valutazione, l'argomento per il quale ero stato invitato ad entrare nella gruppo di lavoro. Il tema di cui si discusse a lungo era la valutazione dei docenti. Ci fu detto in riunione che questo era la questione che il Ministro voleva risolvere in priorità e il direttore Biondi aveva a questo riguardo forgiato due metafore: la traversata del Mar Rosso e l'arrivo nella terra promessa. Il Mar Rosso era evidentemente la valutazione dei docenti. Occorreva dapprima attraversare il Mar Rosso per poi approdare alla Terra Promessa , ossia alla costituzione del servizio nazionale di valutazione. La traversata del Mar Rosso fu pilotata in gran parte da Attilio Oliva e da Andrea Ichino, entrambi membri della commissione. Senza di loro il progetto "Valorizza" di valutazione degli insegnanti non sarebbe giunto in porto. Ma la traversata fu più lunga e perigliosa di quanto supposto e della valutazione del sistema scolastico statale non se ne parlò mai. A questo punto sono uscito dalla commissione. La strategia messa in atto per giungere alla Terra Promessa mi era del tutto incomprensibile.
Ed ora siamo da capo. L'INVALSI che dovrebbe essere un pilastro del sistema nazionale di valutazione è senza presidente, nessuno sa bene quali debbano essere i suoi compiti, quale potrebbe essere il profilo del sistema nazionale di valutazione ; i pedagogisti sono pressoché assenti dalla scena, le università italiane a differenza di quelle tedesche non sono attrezzate per impostare valutazioni su vasta scala, le autorità scolastiche del MIUR avallano tutto quanto viene dal contesto internazionale senza disporre di nessun strumento critico non dico per guidare una contestazione delle prove internazionali, come per esempio i test sul "problem solving" , ma per lo meno per pilotare piste alternative di valutazioni empiriche. La cultura della valutazione nel contesto italiano è carente a pressoché tutti i livelli e poche sono le esperienze italiane, se ci sono, di prove empiriche su vasta scala di valutazione degli studenti, delle scuole , degli insegnanti, dei dirigenti.
Il ministro ha avallato le proposte di qualcuno nel ministero che ha suggerito una rosa di cinque persone del tutto ignote nell'ambito della ricerca scientifica internazionale sulla valutazione scolastica, nel senso che non hanno pubblicato quasi nulla in materia di valutazione dell'istruzione, di studi comparati tra sistemi scolastici. Conosco alcuni membri designati di questa commissione che rispetto alquanto ma devo pur constatare che nessuno di loro è mondialmente noto per pubblicazioni sulla valutazione. Il prof. De Mauro è un esimio linguista e a mia conoscenza solo il prof. Vertecchi ha avuto a che fare con le valutazioni internazionali quando il ministro italiano dell'istruzione era l'on. Luigi Berlinguer.
Le vicende italiane della valutazione non mi lasciano indifferente ed è per questa ragione che ne parlo. La storia della valutazione comparata contemporanea in Italia è patetica. Bisogna risalire al prof. Aldo Visalberghi che nel corso degli anni Sessanta del Ventesimo secolo ha traghettato l'Italia verso l'IEA, l'Associazione Internazionale di Valutazione dei Risultati Scolastici, associazione che esiste tuttora. L'IEA era ed è un'associazione internazionale di ricercatori che funziona grazie a risorse fornite dagli Stati che hanno la responsabilità di un sistema d'istruzione scolastica. Per anni l'IEA è stata soprattutto finanziata dalla Svezia e poi dagli USA. Il prof. Visalberghi con uno sparuto gruppetto di suoi collaboratori ha partecipato ad una serie di indagini dell'IEA. Quasi nessuno ne era al corrente in Italia. Il gruppetto di ricercatori era annidato nella sede del CEDE, il centro europeo dell'educazione, denominazione alquanto pomposa, che si trovava a Frascati, nella villa Borromini, laddove ora si trova l'INVALSI. I risultati degli studenti italiani comparati a quelli degli studenti di altri sistemi scolastici non furono brillanti già nel corso degli anni Sessanta. Quelli erano gli anni dei pionieri. Si sperimentava infatti la valutazione su vasta scala e si comparavano i risultati degli studenti di diversi sistemi scolastici. Gli strumenti messi a punto dall'IEA non erano come quelli dell'indagine PISA e la popolazione scolastica alla quale erano somministrate le prove dell'IEA era quella dei tredicenni e non dei quindicenni come è il caso nell'indagine PISA.
Il prof. Visalberghi era una persona rispettata e competente sul piano internazionale. Direi che era una figura assai nota anche perché i suoi interventi negli incontri internazionali erano solidi, sostanziosi e quindi ascoltati, ma in Italia , non so per quali ragioni, Visalberghi non era né molto seguito né molto ascoltato. Con me si lamentava dei problemi di gestione di Villa Falconieri. Le risorse erano scarse e servivano in primo luogo per riparare il tetto o le fughe d'acqua del monumento storico che era Villa Falconieri.
Per anni l'Italia ha partecipato alle indagini internazionali dell'IEA, lo ha fatto molto di più della Francia, ma senza che i risultati mediocri degli studenti italiani suscitassero una reazione nei media o nel ministero dell'istruzione pubblica. Più volte Visalberghi mi è parso rassegnato. L'Italia pertecipava alle indagini, pagava la sua quotaparte, ma non traeva nessuna indicazione pratica da questa esperienza. Si potrebbe dire che questo era un caso di partecipazione per onore di firma e spesso ho avuto la sensazione che Visalberghi fosse presente per il proprio piacere personale ( esagero con questa affermazione che però mi serve per spiegare la situazione).
Quando l'on. Luigi Berlinguer è diventato ministro dell' istruzione nel primo governo di Romano Prodi e quando Visalberghi era ormai andato in pensione, l'on. Berlinguer si rivolse all'OCSE per chiedere un parere sul suo progetto di riforma del servizio d'istruzione statale italiano. Il direttore dell'istruzione all'OCSE Thomas Alexander mi chiese di entrare nel gruppo di periti designato per esaminare il progetto di riforma tratteggiato dal ministro Berlinguer. Questo tipo di esame si svolge secondo una procedura formale standardizzata. Nel capitolo 5 del documento si tratta di valutazione e si raccomanda al ministro di istituire un sistema di valutazione indipendente, che incentri la sua attività sulla definizione di parametri di valutazione, di istituire un ente indipendente incaricato di svolgere ricerche in proprio materia di valutazione dell'istruzione. Il passaggio sulla valutazione fu redatto da Alejandro Tiana che è ora rettore dell'Università spagnola distanza (UNED) di Madrid, la più importante università spagnola. Il testo fu scritto nel 1997 ma le raccomandazioni sono cadute nel vuote. Non ci siamo ancora. In quegli anni le argomentazioni sulla valutazione erano capite da pochissime persone. Mi ricordo per esempio che il CENSIS si occupava della questione , che Giorgio Allulli aveva un interesse per l'argomento. Erano i nuovi venuti sulla scena italica della valutazione, che si affiancavano a Visalberghi. Non posso però dire che erano gli eredi di Visalberghi. I loro interessi erano di un altro genere, più politici che scientifici.
Una decina d'anni dopo, quando presidente dell'INVALSI era Piero Cipollone, fui invitato a presiedere la giuria incaricata del concorso per la selezione di alcuni collaboratori scientifici dell'INVALSI. In questa occasione ho scoperto la complessità della burocrazia dell'amministrazione statale italiana ed ho conosciuto Paolo Sestito, Piero Cipollone e Lucrezia Stellacci che rappresentava il ministero nella commissione. Ma l'aspetto più rilevante di quell'esperienza sono stati i sotterfugi messi in atto per salvare tre o quattro candidati. La media dei risultati era talmente scadente nella maggior parte dei casi al punto da costringere la giuria ad abbassare la soglia della media pur di potere selezionare un numero minimo di candidati. Molti concorrenti lavoravano da anni all'INVALSI ma non avevano una conoscenza accettabile dei principi con i quali erano costruiti gli strumenti delle prove strutturate.
Infine, un'esperienza per me sconvolgente fu la partecipazione alla commissione internazionale del MIUR per costruire un sistema nazionale di valutazione dell'educazione. Si era all'epoca del ministro Maria Stella Gelmini. Il direttore generale Giovanni Biondi era stato incaricato dal ministro di concepire un sistema nazionale di valutazione. Occorre subito dire che questa operazione non è del tutto facile e che pochi sistemi scolastici statali nel mondo dispongono di un sistema di valutazione coi fiocchi che fornisca informazioni attendibili sui risultati scolastici e che serva a capire in che direzione va la politica scolastica statale. Un sistema nazionale di valutazione dell'istruzione non si improvvisa. Ho subito capito che di internazionale in quella commissione c'era ben poco. Invece, mi ci è voluto del tempo per capire che il sistema nazionale di valutazione era già pronto nella mente del direttore generale e forse anche del ministro e che la commissione non serviva ad altro che ad avallare il progetto. Infine, alle riunioni alle quali ho partecipato non si è mai parlato del servizio nazionale di valutazione, l'argomento per il quale ero stato invitato ad entrare nella gruppo di lavoro. Il tema di cui si discusse a lungo era la valutazione dei docenti. Ci fu detto in riunione che questo era la questione che il Ministro voleva risolvere in priorità e il direttore Biondi aveva a questo riguardo forgiato due metafore: la traversata del Mar Rosso e l'arrivo nella terra promessa. Il Mar Rosso era evidentemente la valutazione dei docenti. Occorreva dapprima attraversare il Mar Rosso per poi approdare alla Terra Promessa , ossia alla costituzione del servizio nazionale di valutazione. La traversata del Mar Rosso fu pilotata in gran parte da Attilio Oliva e da Andrea Ichino, entrambi membri della commissione. Senza di loro il progetto "Valorizza" di valutazione degli insegnanti non sarebbe giunto in porto. Ma la traversata fu più lunga e perigliosa di quanto supposto e della valutazione del sistema scolastico statale non se ne parlò mai. A questo punto sono uscito dalla commissione. La strategia messa in atto per giungere alla Terra Promessa mi era del tutto incomprensibile.
Ed ora siamo da capo. L'INVALSI che dovrebbe essere un pilastro del sistema nazionale di valutazione è senza presidente, nessuno sa bene quali debbano essere i suoi compiti, quale potrebbe essere il profilo del sistema nazionale di valutazione ; i pedagogisti sono pressoché assenti dalla scena, le università italiane a differenza di quelle tedesche non sono attrezzate per impostare valutazioni su vasta scala, le autorità scolastiche del MIUR avallano tutto quanto viene dal contesto internazionale senza disporre di nessun strumento critico non dico per guidare una contestazione delle prove internazionali, come per esempio i test sul "problem solving" , ma per lo meno per pilotare piste alternative di valutazioni empiriche. La cultura della valutazione nel contesto italiano è carente a pressoché tutti i livelli e poche sono le esperienze italiane, se ci sono, di prove empiriche su vasta scala di valutazione degli studenti, delle scuole , degli insegnanti, dei dirigenti.
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