samedi 23 novembre 2019

"Passa la gioventù"

Il titolo evoca un inno scout ticinese. "Passa la gioventù, vittorie alate....".Sono stato scout ( non so se si scrive scout o scout). Un mese fa circa, a inizio ottobre,  sono andato al settantesimo della sezione scout  di cui feci parte , la "Tre Pini "di Massagno, un borgo presso Lugano. Questa sezione scout è una delle più importanti del Ticino. Il numero unico 1949-2019 pubblicato per l'occasione è magnifico. Mi sono spostato da Parigi a Lugano per questo anniversario molto bene organizzato e  durante il quale ho  incontrato vecchi compagni che non vedevo più da decenni, che avevo perso di vista e che non ho riconosciuto lì per li`.

La " Tre Pini " fu creata da mio padre che fu uno dei capi dello scoutismo cattolico ticinese. Lo hanno ricordato. Ne hanno parlato. Mio padre, in gergo scout  si chiamava "Pino Solitario" perché dove viveva non c'era una sezione scout e adesso , da alcuni anni, in cima a  una collina, ci sono tre pini . Sono stato capo pattuglia sia nei lupetti ( lupi verdi) sia tra gli scout (pattuglia Pipistrelli); in seguito, non ricordo più come,  sono diventato capo della sezione esploratori  della "Tre Pini". Per pochi anni. Poi me ne sono andato approfittando del fatto che non potevo più, per ragioni di studio o di lavoro o di servizio militare, essere attivo nella "Tre Pini". Il mio ultimo campeggio fu a Chironico nel 1959. Ho fatto in tempo prima di smettere ad inventare il grido  (chi è scout sa cosa è) della "Tre Pini" che ho scoperto con piacere essere in voga tuttora. Non mi sono più occupato di scoutismo per anni ed ora posso fare i conti con questo movimento . Ho nipoti che sono in una sezione scout laica a Boulogne, periferia ovest di Parigi. Ne sono assai felici. Le uscite e i campeggi contano molto per loro. Forse contavano molto anche per me. Non mi ricordo più tranne che ho pianto quando arrivato a Saignelégier dove si svolgeva il campo nazionale, da Vicques dove ero andato per migliorare la pratica e la conoscenza del francese,   non ho potuto dormire con i compagni nella tenda della pattuglia Pipistrelli, la mia pattuglia. Mi avevano sbattuto fuori. Non c'era più posto. Pioveva ed è piovuto molto in quel campo nazionale. Questo è il ricordo che mi è rimasto di quel campo.

Non ho molti altri ricordi di quei tempi e di quanto succedeva allora. Non saprei dire se ho la tempra scout. Non credo. Mio padre, ritenuto gran capo scout, per me non lo è affatto. Godeva dei campeggi via da casa. Tra l'altro non voleva creare una sezione scout a Massagno. Vi  e' stato costretto da mia madre che non sapeva, non voleva,  occuparsi della prole  il sabato pomeriggio.  Così è nata la "Tre Pini" nel 1949 , infarcita di fratelli, sorelle, cugini e cugine, ed oggi di nipoti. A Massagno risiedevano allora diversi capi scout e credo fu facile per i miei, per Pino Solitario,  creare la "Tre Pini" pescando nel serbatoio massagnese. In quegli anni c'erano sezioni scout cattoliche ovunque, a Lugano nell'Oratorio della città, a Agno, a Stabio, a Balerna, a Gondola, a Vogarono in Valle Verzasca nota ora come le Malvine di Milano. Non faccio nessun sforzo per ricordarmene altre.  I capi della  prima "Tre Pini" risiedevano a Massagno.  Il padre era un buon organizzatore. Gestiva campeggi in estate, collaborava regolarmente alla rivista mensile dell'AEC  (si veda dopo) intitolata "Fiordaliso" e animava molto bene mostruose ( nel senso che erano immense) adunate scout, detti anche bivacchi,  con un complice, scomparso pure lui, Ugo Ballabio, che veniva appunto da Agno.

Adesso entro nel vivo dei commenti. Lo scoutismo cattolico, di cui la "Tre Pini " doveva essere un modello esemplare ( il padre ne era consapevole più della madre), fu il frutto di una strategia della curia vescovile per diversificare l'azione cattolica. In quegli anni nacquero sezioni scout  nei paesini più remoti, come per esempio Vogorno. C'era una sezione scout cattolica a Gordola e una a Locarno. Mio padre fu scelto (non so da chi), per animare questa strategia, ma ignoro la storia dell'AEC ossia dell'associazione esploratori cattolici ticinese. Parlava spesso con tutti i capi scout si allora del campeggio cantonale dell'AEC svoltosi a Mogno in Val Maggia. Il campeggio ebbe luogo prima dell'inizio della seconda guerra mondiale.  Credo che svolgesse l' incarico  di animatore degli scout cattolici  assai bene, con soddisfazione della curia. Non dava fastidio. Era riverito e rispettato  e lui aveva contatti e relazione con prelati vicini al vescovo, con consiglieri vescovili. Per questa ragione, ossia per la matrice cattolica  dell'associazione,   lui dava  molta importanza alla promessa scout, una cerimonia alla quale teneva moltissimo. Capisco ora che le sue attese per gli scout fossero molto diverse da quelle di mia madre, almeno agli albori. Poi mia madre si è allineata e ha adottato la strategia del padre. Da parte mia invece ho cominciato a dubitare della pertinenza del metodo educativo scout sui vent'anni, dopo essere cresciuto per un decennio circa nell'ambiente scout o in quello che io percepivo come tale.


Una pietra d'inciampo per me fu il culto di Baden Powell l'inventore dello scoutismo. Baden Powell fu un generale inglese che combattè in Sudafrica  la  seconda guerra dei Boeri (BP acronimo  combatté per l'Inghilterra anche in India).  Affascinato dal modo con il quale gli esploratori dell'esercito lavoravano e dalle informazioni che fornivano, li educo' a modo suo, organizzandoli in pattuglie. Fu mal visto dalla gerarchia militare. Ritenne alcune esperienze fatte con gli esploratori di cui disponeva allora  per la teoria educativa che lo rese celeberrimo in seguito.  Occorre qui aggiungere che i Boeri erano i discendenti dei coloni olandesi insediati nel Sudafrica e a quell'epoca (agli inizi del XX secolo) si opponevano agli inglesi i quali tentavano di estendere e di potenziare il Commonwealth britannico. Per l'Inghilterra il Sudafrica  popolato pure da coloni inglesi era una nazione da tenere nel girone del Commonwelht. Baden Powell era un ufficiale inglese in guerra contro i Boeri ai quali gli Inglesi non volevano concedere il potere. La guerra non era contro le tribù'  africane come ho pensato per anni. I Boeri furono tra i creatori e gli animatori dell'apartheid  dopo il 1950. Furono loro a fare adottare l'afrikaner cioè la loro lingua che era un misto di inglese e olandese come lingua ufficiale della Sudafrica  (non so più se le nazioni in italiano siano femminili o maschili).

Tornato in patria, ossia in Inghilterra, Baden Powell ando' in pensione e elaboro' poco per volta una propria teoria pedagogica di formazione dei giovani inglesi estrapolata dalle sue esperienze militari. Fu un successone.  E' questa storia che mi ha rivoltato e che ci era raccontata ogni tanto dai capi del movimento.  E' questa la parte che ricordo. Si dice che BP estrapolava la sua teoria educativa dallo spirito bellico per educare i giovani alla pace e non alla guerra. Non sono molto al corrente di questa opzione. In ogni modo il successo pedagogico fu garantito: i giovani potevano fare esperienze anche pericolose per i criteri odierni , ossia crescere protetti. Fare esperienze di adulti giocando. Lo scoutismo incontrò i favori del pubblico, dei leaders politici e religiosi. Le famiglie si fidavano dei capi scout  ai quali affidavano la prole fuori dalla scuola.

Il movimento scout inventato dal generale in pensione era rigorosamente maschile . Ai miei temi era così e non era cambiato dalle origini. Le ragazze erano accolte in un movimento esclusivamente femminile, le guide, di cui non so molto. Solo i maschi entravano nelle sezioni scout. Non e' più cosi' oggigiorno. Le sezioni scout sono miste, con maschi e femmine.

Tralascio di commentare la situazione nel Ticino, che ai miei tempi comprendeva due associazioni scout: una cattolica, l'AEC (Acronimo per "Associazione esploratori cattolici", di cui mio padre  era il capo), e una laica, l'AGET (acronimo per "Associazione giovani esploratori ticinesi"). Adesso non é più cosi. La "Tre Pini"  di cui si è festeggiato il settantesimo ( anniversario assai raro per una sezione scout) era la sezione scout di Pino Solitario e ovviamente si moveva nel girone cattolico.Mi ricordo che nelle gare tra pattuglie e tra sezioni scout  c'era spesso una prova religiosa ( si dovevano apprendere a memoria risposte a domande catechistiche) e un prete, quando si usciva alla domenica, doveva celebrare una messa da campo per gli scout.

Lo scoutismo è  una pedagogia positiva? (Ci si può chiedere se ci sono pedagogie negative). Difficile dirlo. Molto dipende dai capi, dal loro potere carismatico, dallo spirito di sacrificio che li anima, dal piacere che trovano anche a fare i capi.  In genere si ritiene di si', lo si proclama anche, si afferma che è buono, che va bene per tutti, che sia una grande innovazione.  Se penso ai miei giovani nipoti che crescono in contesti urbani complicati, devo ammettere che lo scoutismo è una proposta formativa valida per loro. Il sistema scout aiuta non solo le famiglie che non sanno come cavarsela nelle vacanze scolastiche ma forse aiuta anche molto i giovani a crescere , a fare esperienze straordinarie più o meno protetti, a apprendere a cucinare, a cavarsela da soli nella vita quotidiana, a trovare amici autentici che aiutano o con i quali crescere.

Ho visto nello scoutismo che ho praticato solo il lato para-militaresco ( ma si era ancora in pieno dopoguerra e in piena guerra fredda tra il 1945 e il 1950) , che ho rifiutato a partire dai  vent'anni e quindi  non mi restava altro che curare quando ero uno scout attivo l'aspetto religioso, fin che ha resistito in me. Adesso nello scoutismo  e nel Ticino molte cose sono cambiate. Le due associazioni scoutistiche cantonali, una cattolica e una laica sono scomparse e  hanno fusionato.  Non saprei più commentare la situazione attuale  ma alla celebrazione del settantesimo della "Tre Pini" l'aspetto religioso ( si è andati a messa tutti quanti)  era fortemente presente come pure quello para-militare,più discreto e in parte totalmente assente. Il capo della "Tre Pini" odierna è  un ufficiale superiore dell'esercito elvetico. Secondo mio fratello Sandro molto attivo nella "Tre Pini", adesso negli scout , si fanno le stesse cose di un tempo, quindi un indirizzo para-militare nel movimento scout qua e là deve essere tuttora presente. Ai miei tempi , parlo degli anni cinquanta del secolo scorso,  il movimento scout serviva anche a preparare a fare il soldato, a selezionare  in modo assai subdolo, cioè senza dare molto nell'occhio,  i futuri capi militari, cioè i futuri ufficiali. Ciò succedeva nel contesto elvetico.

mardi 3 septembre 2019

Populismi

Se ne parla molto. Sul quotidiano Le Monde, in francese, due articoli che non sono un gran che sul populismo. Uno recensisce un libro che pretende di fornire elementi per capire il populismo e l'altro è una divagazione sul tema.

Il primo articolo, intitolato " Les ressorts culturels du vote populiste" ad opera di Françoise Fressoz è la recensione di un volume opera di un collettivo di 4 ricercatori intitolato "Les origines du populisme", casa editrice Le Seuil, Parigi. I quattro hanno effettuato un'analisi molto econometrica del populismo basata sull'analisi di informazioni provenienti da  diverse banche dati. Gli autori ammettono che nelle banche dati consultate ( le più fornite di Francia) mancano  indicatori che spieghino il fenomeno come per esempio "il livello di soddisfazione " oppure " la fiducia nelle altre persone". La deficienza di indicatori appropriati per spiegare la povertà, la miseria fu tra l'altro già segnalata anni fa in un opuscolo pubblicato se ben ricordo del BIT o "Bureau International du Travail" che ha sede  a Ginevra. Solo l'ultimo autore fra i quattro, Martial Foucault, non è un economista. Gli altri tre lo sono. Il secondo articolo è di Géraldine Schwarz, si intitola " Il faut parler aux populistes " Schwarz è un autore franco-tedesca, che abita a Berlino, e che nell'articolo  insiste sulla difficoltà di dialogare con i populisti i quali giuocano facilmente e volentieri con la contrapposizione tra" noi" e "loro". "Loro" sono gli avversari, i nemici, tutti coloro che denunciano i populisti. Ci sono spunti di René Girard, il professore francese deceduto qualche anno fa e che ha fatto carriera a Stanford,  nell'articolo, ma Géraldine Schwarz non è Girard.

Se si analizza il fenomeno occorre in primo luogo esprimersi al plurale e parlare di populisti. I populisti sono diversissimi tra loro: ci sono almeno i razzisti puri e duri, i poveri che non sanno più a che santo votarsi, le persone perse stordite dall'evoluzione tecnologica e che si rifugiano nel culto della tradizione e del passato ( i nostalgici "del bel tempo che fu" ), gli individualisti che si trovano isolati nelle società contemporanee. Mettere tutte queste persone nello stesso sacco è un errore. Quindi qualsiasi tentativo per sintetizzare le informazioni a disposizione è di per sé errato.

Pochissimi spiegano in modo convincente i populismi, come fu del resto il caso con il fenomeno dei "gilets jaunes" che tuttora dà luogo a molteplici interpretazioni ma a nessuna spiegazione soddisfacente.

Il grosso della questione sono le famiglie proletarie i cui votanti erano fino a poco tempo fa elettori di partiti di sinistra che davano loro speranza o illusioni. Molte sostengono ora l'estrema destra o i partiti politici che sbandierano temi di destra, come il razzismo, la preferenza nazionale, l'uscita dall'Unione Europea, ecc. Questi temi si ritrovano ovunque. Per esempio nei Länder  della ex DDR in Germania come il Brandeburgo o la Sassonia. Questi Länder hanno subito con la riunificazione della Germania un vero trauma.  Come dare torto a questi elettori , non solo sa quelli tedeschi? Vivono male la transizione da un tipo di società a un altro ma vivono anche fisicamente davvero male: le condizioni d'abitazione sono pessime, mancano i soldi per fare le vacanze o per vestirsi bene, per acquistare per esempio le scarpe alla moda , gli ospedali non sono più a portata di mano e nemmeno gli uffici postali. Peggio: pochi parlano o agiscono per loro. I porta-parole, gli interpreti del loro disagio sono latitanti o non sono più in grado di proporre soluzioni convincenti.  Sono poi svaniti i luoghi di ritrovo nei quali sfogarsi o compensare con gente di analoga sventura la propria miseria. Insomma la povertà è rimasta, le cause della miseria sfuggono, non si conoscono più, i luoghi nei quali consolarsi sono spariti, i portavoce tacciono. Allora ci si affida a chi sembra li ascolti, a  chi propone soluzioni rapide di conforto, a chi sembra più convincente. In parte si spiega l'ondata populista che appare ovunque. C'è proprio di avere paura perché mancano le spiegazioni e gli interpreti. Una parte degli elettori si rifugia nel mito, in un passato che non si è vissuto ma che si celebra. E`il ritorno delle false glorie passate. Le associazioni specializzate in questo genere di operazioni, come molte società sportive oppure le chiese, gongolano, raccolgono aderenti, vanno a gonfie vele. Siamo tutti in un'epoca come questa, disorientati. Almeno lo sono. Non so se c'è qualcuno che non lo sia.





lundi 2 septembre 2019

Decentralizzazione

Ho letto un articolo stimolante sulla decentralizzazione, non solo sulla decentralizzazione scolastica che è una parte della decentralizzazione. L'articolo è in francese, ed è stato pubblicato dal  quotidiano Le Monde di mercoledì 28 agosto, intitolato: "Un nouvel acte de décentralisation - oui, mais lequel? " scritto da Patrick Roger. Lo ripropongo qui in calce nel testo originale perché è difficile trovarlo su Internet. Infatti è riservato agli abbonati del quotidiano. Leggendolo ho pensato all' Italia, ai problemi, per non dire, alle difficoltà che si incontrano quando si propone la decentralizzazione. L'autore ha in mente  la decentralizzazione in Francia ma l'articolo si applica alla procedura di decentralizzazione in quanto tale ed è valido ovunque, in qualsiasi  contesto amministrativo.

Come ben si sa, in Francia vige un regime centralizzato e per esempio in Svizzera un regime decentralizzato ma i due paesi sono assai diversi. Quello alpino è piccolo ed ha poco più di 9 milioni di abitanti e quello francese invece è grande e contempla più o meno 70 milioni di abitanti. Si può ritenere che è più facile decentralizzare in Svizzerà che non in Francia. Infatti, i due sistemi di per sé non sono comparabili e le tecniche per governare un paese di 70 milioni di abitanti nn sono quelle utilizzate per un paese di 9 milioni di abitanti.  In Francia si tenta  da anni   di decentralizzare il sistema amministrativo  ma la decentralizzazione è imperfetta come si dice nell'articolo anche se si avanza poco per volta in quella direzione. L Francia odierna ha ancora un'impostazione centralizzata ma non è più centralizzata come lo era cinquant'anni fa. In Svizzera invece la decentralizzazione è un dato di fatto da decenni e il paese se la cava discretamente. E in Italia? Non si parla affatto di decentralizzare. I pochi che sollevano questa esigenza sono mosche bianche. Si parla invece assai di autonomia e si confonde spesso autonomia con decentralizzazione. Orbene, le due riforme, perché di riforme amministrative si tratta , non sono la stessa cosa anche se hanno punti di somiglianza in comune come la distribuzione delle  competenze decisionali tra i vari livelli amministrativi. Il problema sta proprio qui: nella distribuzione  delle competenze decisionali  e nel modo in cui queste competenze possono essere svolte o applicate. Questo è appunto un terreno ideale per l'abilità retorica italiana capace di disquisire a non finire su questi aspetti senza agire, senza fare nulla. Orbene: la decentralizzazione è una ridistribuzione dei poteri decisionali dal centro amministrativo o dal vertice dell'apparato amministrativo, ossia dall'amministrazione statale verso la periferia, ossia le regioni, i dipartimenti, i comuni, ossia dove esistono enti amministrativi che non sono al vertice dell'amministrazione statale verso mentre l'autonomia è invece il grado di indipendenza decisionale del livello amministrativo inferiore. L'autonomia è un modo di gestione mentre la decentralizzazione è un tipo di organizzazione decisionale . Ci sono regimi assai decentralizzati, come per esempio quello elvetico, nei quali gli enti amministrativi locali non hanno nessuna autonomia decisionale, ossia non sono in grado di prendere nessuna decisione che li riguarda oppure che possono prendere solo pochissime decisioni che li riguardano, che possono decidere in piena indipendenza,  ossia in modo autonomo, su faccende irrisorie, come per esempio il posteggio delle biciclette sul piazzale della stazione ferroviaria se ce n' è una oppure sul sagrato della chiesa. Le decisioni che contano come il livello di tassazione e quindi il conto preventivo delle autorità locali sono inquadrate al massimo da regole e regolamenti vari, su su fino alla costituzione. Le decisioni che contano sono prese dallo Stato, ossia dal vertice dell'amministrazione.

Restiamo per ora alla questione della decentralizzazione. I Francesi  per attenuare la procedura e fare finta di decentralizzare senza farlo usano il concetto di decentramento. Il concetto serve per mantenere nelle mani dello Stato  molte competenze decisionali chiave e per cederne pochissime su questioni marginali o che danno fastidio allo Stato centrale. Per esempio la riforme del sistema pensionistico e la riduzione dei quaranta e passa regimi speciali vigenti , ossia dei regimi pensionistici per professioni particolari, creati man mano dal Parlamento per soddisfare le richieste provenienti dagli enti che interpretano le richieste , i malumori della forza lavoro. La gestione del sistema pensionistico  resta in Francia saldamente nelle mani del potere centrale statale. Stessa cosa per la gestione ospedaliera oppure per la gestione del corpo insegnante.

L'autore dell'articolo usa due concetti interessanti per spiegare le difficoltà della decentralizzazione: quello di decentralizzazione ascendente e quello opposto di decentralizzazione discendente. Sono due modalità decisionali diverse. Come pure ricorre a un concetto chiave che è quello della sussidiarietà : ci sono enti amministrativi che vanno aiutati a prendere decisioni, a finanziarle e a controllarne gli esiti mentre ci sono enti amministrativi che se la cavano da soli. L'uniformità non è la regola nella gestione di un sistema decentralizzato e questo è per l'appunto un altro problema. E' poi errato ritenere , come succede spesso, che il livello decisionale superiore, è più competente, meglio attrezzato per decidere.







De gauche à droite : Hervé Morin,  Dominique Bussereau, François Baroin, donnent une conférence de presse le 3 juillet 2018 au siège (ADF) à Paris
De gauche à droite : Hervé Morin,  Dominique Bussereau, François Baroin, donnent une conférence de presse le 3 juillet 2018 au siège (ADF) à Paris JACQUES DEMARTHON / AFP

Analyse. Il y a presque un an, le 26 septembre 2018, les présidents de l’Association des maires de France (AMF), François Baroin, de l’Assemblée des départements de France (ADF), Dominique Bussereau, et de Régions de France, Hervé Morin, soutenus par le président du Sénat, Gérard Larcher, lançaient l’« appel de Marseille pour les libertés locales ». Les signataires se prononçaient en faveur d’une « nouvelle étape de décentralisation ».
« Notre démarche était prémonitoire », écrivaient-ils six mois plus tard, en rendant leur contribution au grand débat national. Le mouvement des « gilets jaunes » était passé par là ; ils voulaient y voir la confirmation du refus des citoyens « de voir les décisions publiques qui les concernent s’éloigner chaque jour un peu plus d’eux ». « Un acte III de la décentralisation », insistaient-ils, « est la condition préalable nécessaire à toute amélioration structurelle de la situation économique et sociale du pays », qui passe à leurs yeux par « la fin de la dépendance des collectivités à l’égard de l’Etat ». Le ton était ferme, déterminé, catégorique : une décentralisation, sinon rien.


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Dimanche 1er septembre, les mêmes acteurs se retrouveront à Epreville-en-Lieuvin, dans l’Eure, fief du président de la région Normandie, Hervé Morin. Au menu de cette rencontre, une table ronde sur le thème « La décentralisation est-elle la bonne réponse à la crise ? ». Le glissement sémantique n’est pas anodin : de la forme affirmative, les « trois mousquetaires » – qui, comme leurs illustres prédécesseurs, sont quatre – ont préféré opter pour une prudente formule interrogative.


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A l’issue du grand débat national, Emmanuel Macron a semblé reconnaître que la décentralisation, sous sa forme actuelle, « manque de cohérence ». « On a souvent transféré des bouts de compétences avec une partie des financements qui allaient avec, soulignait-il lors de sa conférence de presse du 25 avril. L’Etat a gardé une partie de ses compétences, ce qui crée un imbroglio, mais surtout on n’a jamais transféré la responsabilité démocratique qui va avec. Une vraie République décentralisée, ce sont des compétences claires que l’on transfère totalement en supprimant les doublons, on transfère les financements et on transfère la responsabilité qui va avec. » Dit autrement : vous voulez plus de compétences, d’accord, mais assumez-les jusqu’au bout.

Une variable d’ajustement

Le chef de l’Etat a fixé une échéance : « Cette réforme, cet acte de décentralisation, devra aboutir pour le premier trimestre 2020. » Pour autant, plus l’horizon se rapproche, moins il s’éclaircit. Qu’attendent les protagonistes de cet « acte de décentralisation » ? Il n’est pas sûr qu’ils le sachent eux-mêmes. Dans leur contribution du 13 mars, l’AMF, l’ADF et Régions de France, rassemblées dans Territoires unis, proposaient de « refonder la décentralisation sur une autre lecture de la subsidiarité », principe selon lequel une compétence est exercée au niveau le plus proche de ceux qu’elle concerne tant que l’échelon supérieur n’est pas plus efficace pour le faire. C’est au nom de ce principe qu’à partir de 1982, avec la loi Defferre, puis, dans un deuxième temps, avec les lois Raffarin, dont la loi constitutionnelle du 28 mars 2003, l’Etat a progressivement accordé de nouvelles compétences aux collectivités.
Mais il s’agit là d’une subsidiarité « descendante » : le pouvoir réglementaire des collectivités est limité, l’Etat garde une mainmise de fait en ayant le pouvoir de décider d’imposer des dépenses contraintes aux collectivités, tout en limitant les ressources financières dont elles disposent pour y faire face. « La culture décentralisatrice n’est pas en France solidement établie. C’est particulièrement vrai pour l’Etat, qui appréhende encore trop souvent les collectivités comme une variable d’ajustement », jugent Vincent Aubelle et Nicolas Kada dans la volumineuse somme consacrée aux Grandes figure de la décentralisation, publiée sous leur direction (Berger-Levrault, 824 p., 49 euros).

Un triptyque exigeant

Ainsi, Territoires unis proposent-ils de « remplacer la subsidiarité descendante par la subsidiarité ascendante, en examinant d’abord quelles sont les missions qui doivent être exercées au niveau local et par quelle collectivité, puis de définir les missions qui, à l’évidence, ne peuvent être exercées que par l’Etat ». Dans cette situation, les collectivités se verraient confier, dans les compétences dont elles auraient la charge, « un pouvoir réglementaire d’application des lois se substituant à celui du premier ministre ». L’objectif est ambitieux mais sa formulation reste délibérément floue et générale : rien ne dit, en effet, que les différents niveaux de collectivités soient d’accord entre eux sur les compétences à exercer par chacun.


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« Repenser la subsidiarité entre l’Europe, l’Etat et les différents niveaux de collectivité » : c’est aussi ce que préconise l’Assemblée des communautés de France (AdCF) dans sa contribution pour « un nouvel acte de décentralisation » remise en juillet. Cependant, sa lecture diverge dans la mesure où, plutôt que de nouveaux transferts (ou « défausses ») de compétences, elle plaide pour « une gouvernance multiniveaux ». « Il importe de bien établir le rôle d’autorité organisatrice des politiques publiques locales et de distinguer, entre les collectivités, les fonctions de coordination et celles de maître d’ouvrage », insiste l’AdCF.
Reste que la légitimité de la décentralisation repose sur un triptyque exigeant : renforcement de la démocratie locale, respect des identités culturelles et efficacité de la gestion publique. Tout nouvel acte de décentralisation devra nécessairement s’en inspirer, sous peine d’échouer.



mardi 26 mars 2019

Ginevra

Sono stato per otto anni a Ginevra, dal 1997 al 2005, dove ho diretto lo SRED ossia il "Service de recherche en Education"  del Dipartimento dell'Istruzione pubblica del Cantone. Non è stata una bella esperienza. In altri termini il soggiorno ginevrino non mi è piaciuto ed infatti appena pensionato nel luglio  2005 sono tornato a Parigi. Adesso non ho nessuna intenzione di parlare di questa esperienza professionale ma in questo post evoco solo la Ginevra turistica.

Lo spunto di questo post è un libro che mi è capitato per caso in mano , caduto per terra dalla mia biblioteca , intitolato "Le voyage à Genève: une géographie littéraire" che raccoglie dodici saggi di scrittori francesi che hanno avuto a che fare con Ginevra. I saggi sono stati  raccolti da Bertrand Lévy, che non è Bernard Henri Lévy. Bertrand Levy era , al momento della pubblicazione del libro nel 1994,  professore di geografia all'Università di Ginevra . Il volume è stato pubblicato dalla casa editrice ginevrina Metropolis. Gli autori dei saggi non sono figure di second'ordine della letteratura francese, ma grossi nomi della letteratura francese dell'800 e del 900. Per esempio Henri Stendhal, un vicino di casa per Ginevra perché nato a Grenoble, René Chateaubriand, Alexandre Dumas, Victor Hugo, Gustave Flaubert ecc. I testi riuniti in questo volume raccontano come questi autori sono passati per Ginevra, cosa hanno visto, cosa li ha impressionati.

Il volume è un'opera letteraria, nel senso che i testi su  Ginevra, scritti dagli autori in  età diverse, in momenti della loro carriera non simili,  ma tutti passati per Ginevra o che vi  hanno soggiornato, poco o a lungo,  sono pagine di diari e sono  eminentemente letterari. Non offrono  né un'analisi sociologica né una politica.   A mio parere non servono per capire Ginevra ma ne illustrano alcuni aspetti. Sono impressioni assai superficiali.  Pochi  hanno intravvisto la facciata nascosta del mondo ginevrino che ammalia i Francesi. A Ginevra , un cuneo nella Francia dell'Ovest, si parla francese, ma un francese nemmeno savoiardo, un francese speciale con  inflessioni e espressioni proprie. A Ginevra ci sono i discendenti dei Calvinisti  e i discendenti degli Ugonotti. Sono un  club che ha in mano la città,  che detiene i centri di potere, che non molla quanto controlla. Non a caso la festa più sentita è "l'Escalade"  cioè la commemorazione agli inizi di dicembre della vittoriosa difesa della città e del protestantesimo quando la città fu  attaccata dai cattolici del duca Carlo-Emmanuele primo di Savoia. La commemorazione ha generato una vera e propria festa nazionalista durante la quale si canta un inno di gloria in un dialetto ginevrino , Cé qu'è liana, ( "Celui qui est en haut", cioè Dio) inno che si apprende a memoria (almeno le prime delle 68 strofe) nelle scuole statali del Cantone e che è quasi un inno nazionale per Ginevra e che si canta, quel giorno negli uffici e nelle case . In una delle prime domeniche di dicembre la Compagnia del 1602,  nella quale non si entra se non si ha  un pedigree inappuntabile di buon ginevrino,  organizza il celeberrimo corteo della Escalade , corteo molto lugubre, che sfila nella città storica  immersa nel buio, perché si spengono tutte le luci in omaggio di quell'epoca. La sfilata omaggia le tecniche militari della fine del Cinquecento.

Non sono un Francese, e la mia esperienza ginevrina è parziale, non è né quella di un Francese né quella di un cittadino elvetico di passaggio perché a Ginevra ho vissuto otto anni, dal 1957 al 2005. Inoltre non sono né un sociologo, né un politico, né un letterato. Ma sono un cittadino elvetico che ha risieduto  a Ginevra e che ha avuto a che fare professionalmente con il potere politico che governa la città e il Cantone e con la vita quotidiana. Ho percorso quotidianamente le strade della città, ho frequentato i negozi, mi son servito dei trasporti pubblici, ogni tanto, poche volte,  sono stato invitato da vicini. Ho pagato le tasse. Non sono mai andato allo stadio, non ho viaggiato sul lago con un battello, non sono andato a sciare. Insomma non ho fatto molte cose che si fanno di solito quando si abita a Ginevra ma ho conosciuto la città, ho incontrato in modo anonimo i suoi abitanti.

Ho risieduto in un quartiere molto borghese, Champel, nei pressi dell'Ospedale Cantonale. Non ho abitato nel centro storico della città né nella periferia cittadina, ossia nelle città satellite come Carouge, Onex o Meyrin né nei piccoli comuni agricoli del piccolo cantone.

La città non mi è piaciuta. Non è gran che. E' divisa dal lago e dal fiume Rodano. Da una parte la riva sinistra , commerciale, borghese e dall'altra la riva destra male intrattenuta. Il governo della città non riesce del resto a gestire in modo armonioso le due parti. Il Centro storico è piccolo. La città ha perso le industrie. La zona  operaia e quella internazionale vivono una vita a parte. Quella internazionale ha  pochi contatti con la città elvetica.

Architettonicamente la città non è bella. Pochi immobili prestigiosi, pochi edifici eleganti. I due quartieri popolari  che mi vengono in mente -- le Lignon et les Avanchets --   sono tristi. Le Lignon non è proprio un quartiere popolare e fu a suo tempo, negli ani 60 del XX secolo,  decantato come una grande innovazione urbanistica. Les Avanchets sono  una città a se stante, tra la stazione e l'aeroporto. Le Lignon è un insieme della città di Vernier. Les Avanchets sono  impersonali. Mi piace invece il fiume, il viaggio sul Rodano che  in città ci sta poco. Ho lavorato al Quai du Rhône, tra il quartiere di Saint Jean  dalla parte popolare, e il quartiere  della Jonction dalla parte borghese della città e vedevo il fiume passare sotto le finestre. Era maestoso.

Non sono affascinato dalla città che però ha il pregio di essere multietnica. La città accoglie tutti e quando si prendono i servizi pubblici si sentono molte lingue perché gli utenti parlano. Poveri diavoli vanno nei ricchi negozi del centro  ad acquistare prodotti delle loro terre di origine e spendono un sacco di soldi. Da questo punto di vista in questa città  ci si trova di  casa da qualunque parte si provenga a condizione di starsene tranquilli nei propri affari:  non si entra nelle sfere ristrette del potere locale se non si è membri di una famiglia storica o se non si vive a Ginevra da più di una generazione. I partiti politici tentano di essere una famiglia ma sono molto litigiosi perché il sistema amministrativo-politico lo consente, anzi stimola il litigio. La città è un inno all'individualismo che contraddistingue la società contemporanea. Forse pullulano le associazioni private. Non lo so. A me l'individualismo e l'anonimato convengono.

Infine un'osservazione sula paesaggio. A moltissimi Ginevra piace per il paesaggio, per il lago, il Giura, il Salève  e lontano il Monte Bianco. Ma tutto questo non mi  interessa. Paesaggi belli se ne trovano ovunque. Non andrei a Ginevra per il paesaggio o per la facilità, un paio di ore di automobile,  di raggiungere posti  con bella vista oppure zone libere da traffico per poi intrupparmi sulle piste da scii. Detestavo la domenica vuota di Ginevra. La città vuota. Pochi ristoranti aperti. Questo modo di vivere mi infastidiva. Sono scappato via appena ho potuto.  Quindi un mondo zeppo di contraddizioni, borioso e democratico, presuntuoso e modesto, aperto e chiuso nel contempo, ricchissimo e povero. Ma adesso entro nelle vicende professionali. Qui è un altro capitolo.




dimanche 17 mars 2019

I Campi Elisi a fuoco e fiamme

Il 18esimo sabato di manifestazione ai Campi Elisi. Tutto è stato  distrutto. Non sono ancora passato da lì,  ma una rete televisiva trasmette in diretta dai Campi Elisi le manifestazioni e si riconosce assai facilmente il percorso  filmato.   Si vedono le insegne dei negozi di lusso e delle banche, le terrazze dei ristoranti saccheggiate. Si passeggia per immagini. Fa strano questa mediazione visiva. Non è più necessario andare fisicamente in un posto per rendersi conto di quanto successo. Potenza delle immagini, della società dello spettacolo.

Il potere politico è in crisi? Lo Stato cede ? E' la fine dello Stato come annunciato anni fa dallo storico Eric Hobsbawn? La polizia è ovunque. Ovviamente le telecamere sono dietro ai poliziotti . I gendarmi  si vedono di schiena. Il presidente Macron intanto è nei Pirenei a sciare. Immagini radiose provengono da laggiù. Oggi, domenica, si scopre che alcune fotografie sono false e sono state scattate lo scorso anno. Ancora immagini. Indignano ? Taluni si sono indignati. Come mai il presidente non è presente a Parigi, come mai tace e non si fa vedere nei luoghi della contestazione?

Le immagini presidenziali hanno un doppio senso: da un lato il presidente, ossia il capo dello Stato, ritiene che non c'è nulla di grave. Questa è l'interpretazione dei nostalgici della monarchia assoluta illuminata. Il Capo non c'è, dunque non è grave.  La polizia fa il suo mestiere sul posto: picchia e spegne gli incendi. Nel sistema amministrativo-politico francese il presidente lascia l'incombenza di farsi vedere al primo ministro. Quando è in profondo disaccordo con il primo ministro, lo licenzia. Non è il caso fin qui. Macro innova, è moderno si dice. Non litiga con il primo ministro. Il presidente- monarca lascia  fare. Non si vede. Non sta nel palazzo della Repubblica-monarchia,  ossia all'Eliseo, dove sabato  mattina presto , ossia verso le 7 , parecchie persone con il gilet giallo  lo aspettavano in strada. Avrebbero tentato di entrare nel palazzo del presidente e speravano  di prendere il presidente. Lui era però nei Pirenei. Da lì alcune immagini del presidente sorridente mentre i Campi Elisi bruciavano. Ancora una volta la realtà costruita con le raffigurazioni e di fronte a quella la realtà delle urla, degli scoppi, del fumo, delle sirene dei pompieri e dei lacrimogeni.

La violenza degli agitatori ( si parla di 1500) persone  è stata tale da indignare la Francia. Anche l'assenza manipolata del presidente ha indignato una frangia dei Francesi.  Dall'altro lato la paura dello Stato in pericolo. Questo è quanto teme una parte della popolazione.  Forse è proprio quanto voleva il presidente: suscitare indignazione, sconforto con la trasmissione delle immagini e con i commenti dei media. Difficile dire se questa era la sua strategia, ma non si sa mai.  Si vedrà come andrà al 19esimo  sabato, ossia il prossimo sabato. Intanto il numero dei "gilets jaunes" che manifestano in tutta la Francia, cala.  E' ora di smettere: questo è il messaggio che il presidente intende inviare ai "gilets jaunes". Molti dalla sua parte lo dicono. Per farlo si appoggiano su un'opinione pubblica preoccupata dalle immagini trasmesse dai media o dai "reportage" delle emittenti radiofoniche. Ci si rende conto che c'è qualcosa che non va e allora si corre ai riapri. Si fomentano paure e tensioni. Si dice a una parte della popolazione che si rischia di perdere tutto. Poco importa se una parte dell'opinione pubblica ha già perso tutto o quanto non ha mai posseduto e vive male. La Repubblica, lo stato, l'economia, non hanno bisogno di questa violenza, è quanto si proclama o è quanto affermano i cosiddetti benpensanti cioè coloro che hanno qualcosa. Del resto il presidente non poteva dire altro. Forse il suo messaggio passa. Adesso l'indignazione contro le distruzioni cresce. Forse , si dice, la strategia utilizzata mirava proprio a questo. Ce ne volevano molte di distruzioni. E' il tema alla moda nei media i quali fanno e rifanno i conti dei negozi e dei ristoranti saccheggiati. Del restio tutti hanno visto. Ma non è detto che l' annuncio presidenziale sia sufficiente se la crisi è politica e se si ha a che fare  non con  una mera protesta che si governa con una certa dose di furbizia e una sfrontata tecnica di potere per pilotare l'opinione pubblica.

I "gilets jaunes",  da par loro, hanno sollevato un grosso tema: la crisi dello stato contemporaneo. Adesso si vede che lo Stato non è in grado di gestire una crisi che minaccia l'ordine costituito e che lo Stato , il Leviatano di Hobbes come lo si chiama anche nei libri di Harari, per esempio in "Homo deus", dovrebbe proteggere con l'uso della forza  ( che è anche violenza). Questa è una vecchia storia. Lo Stato ha la forza, la applica in modo visibile. La polizia usa infatti cosiddette "armi difensive" , si serve di cannoni a acqua, ma non riesce a tenere a bada gli "ingovernabili"( così i violenti come sono stati definiti da un rappresentante di un sindacato di poliziotti), cioè quelli che contestano il capitalismo, la società di libero  mercato, lo stato, l'autorità che detiene il potere, il liberismo economico, il sistema bancario, il  lusso dei ricchi. Penso a un secolo e più fa. Gli anarchici eseguivano attentati e uccidevano i re.

Gli ingovernabili , gli anarchici, i "blake blocs", hanno una tecnica di guerriglia, sfidano le forze dell'ordine, picchiano e distruggono anche loro, provocano, si servono molto bene dei media, hanno una strategia urbana. Ci sono politici dalla loro parte, che soffiano sul fuoco. Una parte della popolazione li difende, dice di comprenderli. Alcuni "gilets jaunes" applaudono . I "blake blocs" effettuano  un brutto lavoro per gli altri.

Alcuni capiscono che si è in una crisi di governabilità della società. Forse Macron non se lo aspettava quando ha vinto le elezioni presidenziali, quando ha rotto con l'ex-presidente socialista François Hollande. Adesso tocca proprio a Macron gestire il cambiamento. Forse tenta di capire. Per questo tace. Questa è una interpretazione benigna. Sarebbe una buona cosa se capisse ma anche lui ha giuocato con il fuoco. Non si cambia facilmente il modo di governare una società né tantomeno una società complessa come la Francia, non si gestisce in quattro e quattr'otto una rivoluzione economica e sociale che genera disagio e  malessere. Macron ha tentato di ritoccare qualche aspetto dell'impianto francese, di ammodernare lo Stato francese e per riflesso anche l'Unione Europea ma l'insieme è come un castello di carta. Se si sposta una carta tutto crolla. E' quanto forse sta succedendo.

samedi 2 février 2019

La valutazione su vasta scala dei sistemi scolastici

Non ho mai scritto qualcosa sulla valutazione delle scuole in generale, e più in particolare degli alunni, degli insegnanti,  dei dirigenti o degli amministratori scolastici, dei sistemi scolastici. Mi sono piuttosto concentrato sulle valutazioni comparate dei sistemi scolastici e sulle valutazioni su larga scala, cioè sulle valutazioni dei sistemi scolastici che contemplano il coinvolgimento di molti alunni e di molte scuole e non ho scritto molte cose. Ho scoperto che in Italia si è discusso  di valutazione censuaria e di valutazione campionaria. In Italia si è optato per la valutazione censuaria che però mi pare non sia quella che si intende di solito. Si considera  censuaria una valutazione più o meno campionaria.
Non sono uno specialista delle valutazioni ed è questa la ragione per la quale ho capito che dovevo abbandonare il campo degli indicatori scolastici  quando per l'appunto la valutazione delle scuole è diventata una questione cruciale nello sviluppo dell'insieme di  indicatori scolastici internazionali comparati.  Devo anche ammettere che la comparazione proclamata mi è sembrata assai bizzarra. Si tentava di comparare oggetti che a prima vista sembravano tra loro incomparabili  ma che invece non lo erano, tuttavia la metodologia per compararli era alquanto zoppicante e gli sforzi per migliorare la comparazione sono stati fin qui  poco rilevanti.

Non ero all'altezza di questa sfida. I responsabili politici volevano sapere, giustamente,  cosa si apprendeva nelle scuole, cosa contava insomma che si facesse nel servizio scolastico e gli strumenti a disposizione erano carenti e in gran parte mancanti. Non mi dilungo sullo stato della statistica scolastica attorno al 1990, sia a livello internazionale sia nei singoli stati. In ogni modo le discussioni sui tipi di valutazione scolastica da promuovere e sui dati raccolti  dalle valutazioni scolastiche  hanno suscitato un grande interesse nei media e nei politici e anche tra gli insegnanti che si sono divisi in due gruppi: i favorevoli e i contrari alla valutazione. Per disinnestare la bomba una delle soluzioni ventilate fu l'autovalutazione che ebbe un momento di gloria e forse lo avrà ancora  da parte di persone che capiscono poco di valutazione comparata . Questo è successo anche con le famiglie con figli a scuola. In taluni casi si è dovuto concedere un diritto di obiezione. Si è adottata una clausola di obiezione di coscienza che permettesse di non partecipare alle valutazioni.
Ho seguito e pilotato in parte per cinque o sei anni, tra il 1990 e il 1995,  le discussioni dietro le quinte sui tipi di valutazione internazionale comparata dei sistemi scolastici e ho frequentato  le "alte sfere" che facevano il bello e il brutto tempo nelle sedi nelle quali si realizzavano le valutazioni scolastiche su larga scala ( intendo qui alludere soprattutto all'IEA). Tutto ciò mi ha permesso di apprendere qualcosa sulla valutazione comparata dei sistemi scolastici e di capire cosa significassero i test  scolastici. Alcune di queste considerazioni le enumero ora una ventina di anni dopo quel periodo d'ascolto, perché mi accorgo che sono ancora al centro del dibattito in corso pro o contro la valutazione scolastica soprattutto nel contesto italico dove l'INVALSI , cioè l'Istituto nazionale di valutazione del sistema d'istruzione  ( questo è il senso dell'acronimo)  è regolarmente attaccato fino al punto di rischiarne la soppressione mentre nel lontano 1997 , all'epoca dal Ministro dell'istruzione Luigi Berlinguer a Roma e con il sostegno unanime del parere di una commissione di periti internazionali scelti dall'OCSE e di cui ero membro, si è tentato di creare un servizio nazionale di valutazione della scuola, appunto l'INVALSI.

In primo luogo devo dire che sono sempre stato sorpreso dalla grossolanità delle comparazioni internazionali effettuate con le valutazioni scolastiche. La pratica di comparare è assai ardua, ma la comparazione come è effettuata tuttora mi pare proprio poco attendibile. Negli anni in cui ero al timone del progetto di costruzione di un insieme di indicatori scolastici si era convenuto che la comparazione tra sistemi scolastici diversi si potesse effettuare solo con indagini campionarie. Ci si forzava di costruire campioni di scuole e di studenti simili, rappresentativi di tutto un sistema scolastico. Questa operazione la si sa fare. C'erano allora alcuni ( pochi) specialisti di questa questione e ci si accorse quasi subito che non era affatto semplice costruire campioni scolastici identici comparabili tra loro: molte autorità scolastiche e molte autorità politiche baravano sui dati statistici cioè fornivano informazioni errate sulle proporzioni di alunni dei vari ordini di scuola e sul numero delle scuole coinvolti nei campioni. I campioni non erano quindi tra loro comparabili, né erano rappresentativi dell'insieme della popolazione scolastica, ma si pubblicarono nonostante tutto risultati medi e classifiche ottenute con questi campioni. Si sono corrette le deformazioni più vistose ma non so se i campioni odierni , costruiti sulla base delle statistiche fornite dai servizi nazionali, ossia dai governi che gestiscono i sistemi scolastici pubblici e che più o meno controllano quelli privati. Ora come ora la discussione sui campioni più o meno rappresentativi è finita e si ammette che  il metodo per costruire questi campioni rappresentativi, tra loro comparabili,  sia a punto. Lo spero. Ma dubito che sia così. Si dovrebbe conoscere qualcosa di più sulla qualità delle statistiche nazionali usate per costruire l'insieme di indicatori internazionali tra loro comparabili. Nel contesto attuale i dati statistici vengono forniti dai servizi nazionali di statistica e non sempre questi dati sono attendibili. Non so se si usano senza modifiche , così come sono trasmessi.

La seconda sorpresa concerne l'oggettività delle valutazioni scolastiche. Va detto una volta per tutte che le valutazioni scolastiche non sono oggettive, ossia neutre,  ma che nella loro parzialità sono nondimeno valide, adottano uno stesso punto di vista e sono rigorose. Ed è proprio qui che il dente duole. L'accettazione delle valutazioni implica l'accettazione di un punto di riferimento comune,  ossia di un meta-sistema scolastico le cui caratteristiche sono rispettate da tutti, sono un punto di riferimento comune. La scelta dei parametri da considerare per costruire test, questionari e campioni di indagine è sempre soggettiva, effettuata in funzione di una concezione dell'istruzione pubblica condivisa e l'incrocio tra risultati dei test e informazioni soggettive provenienti dai questionari è sempre più o meno aleatorio, nel senso che fornisce informazioni a domande o a ipotesi  prescelte. Le conclusioni sono ipotetiche nel senso che dipendono dalle ipotesi adottate in partenza


In terzo luogo si deve riconoscere la grande qualità di molti test costruiti per valutare l'efficacia dei sistemi scolastici. Qui si possono citare alcuni esempi. Quando nel 2001 si sono resi pubblici i risultati del test imperniato sulla comprensione di testi ( il test di lettura) la sorpresa di moltissimi insegnanti  fu enorme. Si scoprì in primo luogo che non c'erano solo testi letterari e che nella vita quotidiana i testi da capire non erano quelli letterari:  le lettere delle banche o delle assicurazioni, le lettere dei servizi pubblici , oppure le tabelle degli orari dei trasporti pubblici, gli articoli di fondo della stampa sportiva erano un "materiale" che si doveva leggere e capire, perché di uso quotidiano. In secondo luogo si scoprì che i sistemi scolastici nei quali la comprensione dei testi scritti oppure la rapidità della lettura era migliore erano pure quelli che prevedevano esercitazioni di lettura ogni anno, ossia si scoprì che la lettura va esercitata e che non basta apprendere una volta per tutte a decifrare i testi, ossia a leggerli più o meno bene. La stessa cosa capito` con le matematiche e con la cultura scientifica. Ci si accorse che il sapere scolastico cambiava di natura se si prendeva in considerazione  l'uso pratico, quello quotidiano. I quindicenni , indipendentemente dalle loro scelte professionali,  alla fine della scuola dell'obbligo, più o meno , dovevano dimostrare la padronanza di determinate conoscenze, cioè di essere in possesso di un certo bagaglio di nozioni  di base( Il "bagaglio minimo di conoscenze" : questo era il gergo in voga attorno al 1995). Fu d'uopo arrendersi all'evidenza ossia constatare che un certo numero di sistemi scolastici non preparavano affatto i discenti all'esistenza quotidiana e che le ingiustizie , le differenze di abilità , di comprensione, di bravura tra discenti che avevano effettuato lo stesso percorso scolastico erano enormi. Che fare? In  certi sistemi scolastici, per esempio in quello finlandese, i quindicenni erano migliori di altri. Sembrò a molti responsabili politici, a molti insegnanti e a svariati periti che che quei sistemi scolastici andavano copiati. Non fu quanto  successo tranne qualche eccezione, ma i programmi scolastici cambiarono alquanto. Si introdussero per esempio ore o momenti di lettura, si introdussero concetti matematici ignorati  o nozioni di scienze trascurati nei programmi di la scuola media ( uso qui una terminologia italiana), si obbligarono gli insegnanti di lingua materna a fare leggere. Non tutto è filato liscio;  però questa fu  la strada che si intraprese scoprendo quanto i test proponevano. Un ultimo caso è quello delle conoscenze finanziarie. Su basi facoltative ( la scelta di partecipare ai test era lasciata libera ai singoli sistemi scolastici)  si propose un test finalizzato a raccogliere informazioni sul livello di conoscenze dei quindicenni di cultura economica-finanziaria in uso quotidianamente nelle società evolute e si scoprì che molte nozioni non erano affatto apprese, che i programmi scolastici le ignoravano, che le diversità tra discenti della stessa età erano colossali. Stessa cosa per la cultura matematica e quella scientifica ( in inglese la terminologia in voga é "literacy" al posto di cultura). In altri termini i test per quindicenni hanno aperto gli occhi dei responsabili scolastici su quanto si insegnava e su come si insegnava nelle scuole. I programmi scolastici non erano più all'altezza dei tempi e delle aspettative dei responsabili politici che finanziavano i sistemi scolastici. Andavano perciò modificati. Ma come fare in modo che ovunque passasse l'identico messaggio?  Un bel grattacapo.

In quarto luogo mi ha sempre impressionato la potenza degli algoritmi utilizzati per spiegare i risultati dei test. Forse anche perché li dovevo capire per pubblicarli. Ho incontrato gruppetti di specialisti molto abili a elaborare nuovi algoritmi e a spiegarne l'utilità e molti responsabili scolastici poco qualificati che facevano finta di capirli. Le informazioni messe a punto dagli uni non erano capite dagli altri. Il metodo di lavoro era diventato una scatola chiusa proprio nell'ambito di una operazione che si prefiggeva invece il contrario , ossia di eliminare le scatole chiuse. Faccio un esempio semplice e rilevante: il calcolo della varianza "within schools" e "between schools" . Questo calcolo non è affatto semplice  anche se sfocia su informazioni cruciali per le politiche scolastiche. Forse proprio perché le spiegazioni erano lacunari oppure difficili da fornire che tale misura è stata fin qui poco utilizzata. Cosa si intende con queste due misure? Nelle analisi comparate dei sistemi scolastici è utile sapere se le differenze tra scuole sono forti e se tra scuole di una regione e di un'altra regione  di una stessa economia queste differenze si attenuano o si accentuano. Nei sistemi scolastici scandinavi le differenze tra scuole che sono presso il polo Nord e quelle che sono al Sud, presso il mare Baltico sono poco rilevanti. Orbene tra Nord e Sud ci sono più di mille km di distanza.  Questa è un'indicazione dell'applicazione di una politica scolastica attenta a offrire identiche opportunità d'istruzione su tutto il territorio. Le differenze esistenti all'interno di una scuola invece dipendono dalle differenze tra i discenti. Queste sono normali. Gli esseri umani sono diversi. Stessa cosa per le opportunità educative, un elemento che è stato trascurato nelle indagini internazionali recenti sugli apprendimenti scolastici. Si pubblicano dati come se le opportunità d'istruzione siano identiche. Orbene non lo sono e queste diversità incidono sui punteggi conseguiti nei test scolastici.

Concludo dicendo che c'è ancora moltissima strada da percorrere per migliorare le valutazioni scolastiche ma che non se ne può più fare a meno. C'è da sperare che tra qualche decennio ( questo è il tempo che ci vorrà) le politiche scolastiche ricorreranno alle valutazioni per essere più efficaci , più giuste, più efficienti. Non si raggiungeranno questi obiettivi eliminando le valutazioni scolastiche. Le modalità odierne per effettuarle sono criticate da una parte del corpo insegnante ma non solo, però si possono modificare, come si possono sperimentare modalità di esecuzione delle valutazioni più pertinenti, più robuste, meno invasive. La ricerca e lo sviluppo di forme valutative alternative è essenziale. Le modalità per attuarle sono un elemento non trascurabile.

La protesta non è finita in Francia

Contrariamente a quanto ho scritto  alcune settimane fa le manifestazioni dei "gilets jaunes" non sono finite. Oggi, 2 febbraio, c'è stato il XII episodio di questa protesta. Ogni sabato si protesta, c'è chi sfila in strada, alla fine i "casseurs " scendono in campo , la polizia interviene , gli scontri si ripetono.

Oggi si è cambiato  tema: al centro delle proteste non c'è più il carovita o il prezzo degli idrocarburi ma  ci sono le violenze della polizia francese, che  ha picchiato a più non posso , che ha sparato moltissimo con armi speciali, si dice in maniera indiscriminata su  manifestanti sedicenti tranquilli e su manifestanti violenti. La  polizia  si giustifica: spara per  impedire le distruzioni dei "casseurs".  Il dibattito odierno verte sulle armi utilizzate dalla polizia. Più nessuno parla delle violenze dei blake blocs che bruciano auto, arredi stradali, che saccheggiano negozi, li svuotano, che sventrano ristoranti. La polizia attaccata si difende da par suo, i manifestanti protestano contro tutto  e i blake blocs saccheggiano a piacimento quanto si presta. Più la polizia è violenta più i manifestanti lo sono.

La libertà di manifestare in strada è al centro della protesta. Si difende questa libertà, sacrosanta nei sistemi politici democratici. Per uno come me cresciuto in un sistema politico diverso la faccenda è strana; nel sistema politico elvetico si protesta in altro modo e non si giunge agli eccessi  ai quali si è giunti in Francia, anche se i capitalisti locali sono egoisti, pretenziosi come ovunque. Personalmente ritengo che il popolo elvetico  è assai succube per non dire addormentato. Per protestare dispone della cosiddetta democrazia diretta che non è sufficiente.  Faccio però fatica a capire quel che succede adesso attorno a me in Francia. La polizia è quello che è. I poliziotti sono anche il popolo. Si difendono  e poi contrattaccano. Picchiano , fanno paura. Sono armati. I manifestanti sono infiltrati in parte dai blake blocs  e in parte si difendono anche loro, diventano violenti quando non riescono a fare sentire le proprie rivendicazioni.

Provocazione contro provocazione. Non tutti sono violenti distruttori. Non tutti cercano lo scontro. Ma ce ne sono anche di quelli che nella foga si lasciano prendere e trascinare dai violenti, dai più aggressivi. Stessa cosa nella polizia che ubbidisce agli ordini che riceve.  In ogni modo adesso ci sono documenti a iosa che permettono di contare i colpi sparati nelle manifestazioni, di mettere in evidenza le ferite provocate, di mostrare o mascherare le distruzioni di monumenti, di negozi. Non si tratta di appropriazione indebita. Non è più lo scontro tra capitalismo, quello incrustato nelle leggi e nei regolamenti delle maggioranze politiche borghesi come si diceva un  tempo e il dissenso sociale, la difesa di un altro ordine, la promozione della giustizia, la lotta contro lo sfruttamento e le disuguaglianze. Lo scontro adesso è piacere della distruzione. Almeno per molti.

Cosa fare in Francia? Non saprei. L'elettorato è molto diviso. Il potere usa tutte le armi per difendersi ; il contropotere è a sua volta diviso . Non basta scendere in strada, urlare, protestare. Una parte considerevole della ricchezza nazionale è utilizzata per la protezione sociale. Si può ritenere che la Francia è una delle società europee che spende maggiormente per i poveri, ma la povertà esiste, è palpabile e  i ricchi sono sempre più ricchi. Qualcosa non funziona in questa società.  Basta aspettare che la protesta si plachi? No di certo, si deve fare qualcosa, qualcosa di intelligente, di confacente, di giusto. Ancora una volta pongo la stessa domanda. Cosa?