lundi 2 septembre 2019

Decentralizzazione

Ho letto un articolo stimolante sulla decentralizzazione, non solo sulla decentralizzazione scolastica che è una parte della decentralizzazione. L'articolo è in francese, ed è stato pubblicato dal  quotidiano Le Monde di mercoledì 28 agosto, intitolato: "Un nouvel acte de décentralisation - oui, mais lequel? " scritto da Patrick Roger. Lo ripropongo qui in calce nel testo originale perché è difficile trovarlo su Internet. Infatti è riservato agli abbonati del quotidiano. Leggendolo ho pensato all' Italia, ai problemi, per non dire, alle difficoltà che si incontrano quando si propone la decentralizzazione. L'autore ha in mente  la decentralizzazione in Francia ma l'articolo si applica alla procedura di decentralizzazione in quanto tale ed è valido ovunque, in qualsiasi  contesto amministrativo.

Come ben si sa, in Francia vige un regime centralizzato e per esempio in Svizzera un regime decentralizzato ma i due paesi sono assai diversi. Quello alpino è piccolo ed ha poco più di 9 milioni di abitanti e quello francese invece è grande e contempla più o meno 70 milioni di abitanti. Si può ritenere che è più facile decentralizzare in Svizzerà che non in Francia. Infatti, i due sistemi di per sé non sono comparabili e le tecniche per governare un paese di 70 milioni di abitanti nn sono quelle utilizzate per un paese di 9 milioni di abitanti.  In Francia si tenta  da anni   di decentralizzare il sistema amministrativo  ma la decentralizzazione è imperfetta come si dice nell'articolo anche se si avanza poco per volta in quella direzione. L Francia odierna ha ancora un'impostazione centralizzata ma non è più centralizzata come lo era cinquant'anni fa. In Svizzera invece la decentralizzazione è un dato di fatto da decenni e il paese se la cava discretamente. E in Italia? Non si parla affatto di decentralizzare. I pochi che sollevano questa esigenza sono mosche bianche. Si parla invece assai di autonomia e si confonde spesso autonomia con decentralizzazione. Orbene, le due riforme, perché di riforme amministrative si tratta , non sono la stessa cosa anche se hanno punti di somiglianza in comune come la distribuzione delle  competenze decisionali tra i vari livelli amministrativi. Il problema sta proprio qui: nella distribuzione  delle competenze decisionali  e nel modo in cui queste competenze possono essere svolte o applicate. Questo è appunto un terreno ideale per l'abilità retorica italiana capace di disquisire a non finire su questi aspetti senza agire, senza fare nulla. Orbene: la decentralizzazione è una ridistribuzione dei poteri decisionali dal centro amministrativo o dal vertice dell'apparato amministrativo, ossia dall'amministrazione statale verso la periferia, ossia le regioni, i dipartimenti, i comuni, ossia dove esistono enti amministrativi che non sono al vertice dell'amministrazione statale verso mentre l'autonomia è invece il grado di indipendenza decisionale del livello amministrativo inferiore. L'autonomia è un modo di gestione mentre la decentralizzazione è un tipo di organizzazione decisionale . Ci sono regimi assai decentralizzati, come per esempio quello elvetico, nei quali gli enti amministrativi locali non hanno nessuna autonomia decisionale, ossia non sono in grado di prendere nessuna decisione che li riguarda oppure che possono prendere solo pochissime decisioni che li riguardano, che possono decidere in piena indipendenza,  ossia in modo autonomo, su faccende irrisorie, come per esempio il posteggio delle biciclette sul piazzale della stazione ferroviaria se ce n' è una oppure sul sagrato della chiesa. Le decisioni che contano come il livello di tassazione e quindi il conto preventivo delle autorità locali sono inquadrate al massimo da regole e regolamenti vari, su su fino alla costituzione. Le decisioni che contano sono prese dallo Stato, ossia dal vertice dell'amministrazione.

Restiamo per ora alla questione della decentralizzazione. I Francesi  per attenuare la procedura e fare finta di decentralizzare senza farlo usano il concetto di decentramento. Il concetto serve per mantenere nelle mani dello Stato  molte competenze decisionali chiave e per cederne pochissime su questioni marginali o che danno fastidio allo Stato centrale. Per esempio la riforme del sistema pensionistico e la riduzione dei quaranta e passa regimi speciali vigenti , ossia dei regimi pensionistici per professioni particolari, creati man mano dal Parlamento per soddisfare le richieste provenienti dagli enti che interpretano le richieste , i malumori della forza lavoro. La gestione del sistema pensionistico  resta in Francia saldamente nelle mani del potere centrale statale. Stessa cosa per la gestione ospedaliera oppure per la gestione del corpo insegnante.

L'autore dell'articolo usa due concetti interessanti per spiegare le difficoltà della decentralizzazione: quello di decentralizzazione ascendente e quello opposto di decentralizzazione discendente. Sono due modalità decisionali diverse. Come pure ricorre a un concetto chiave che è quello della sussidiarietà : ci sono enti amministrativi che vanno aiutati a prendere decisioni, a finanziarle e a controllarne gli esiti mentre ci sono enti amministrativi che se la cavano da soli. L'uniformità non è la regola nella gestione di un sistema decentralizzato e questo è per l'appunto un altro problema. E' poi errato ritenere , come succede spesso, che il livello decisionale superiore, è più competente, meglio attrezzato per decidere.







De gauche à droite : Hervé Morin,  Dominique Bussereau, François Baroin, donnent une conférence de presse le 3 juillet 2018 au siège (ADF) à Paris
De gauche à droite : Hervé Morin,  Dominique Bussereau, François Baroin, donnent une conférence de presse le 3 juillet 2018 au siège (ADF) à Paris JACQUES DEMARTHON / AFP

Analyse. Il y a presque un an, le 26 septembre 2018, les présidents de l’Association des maires de France (AMF), François Baroin, de l’Assemblée des départements de France (ADF), Dominique Bussereau, et de Régions de France, Hervé Morin, soutenus par le président du Sénat, Gérard Larcher, lançaient l’« appel de Marseille pour les libertés locales ». Les signataires se prononçaient en faveur d’une « nouvelle étape de décentralisation ».
« Notre démarche était prémonitoire », écrivaient-ils six mois plus tard, en rendant leur contribution au grand débat national. Le mouvement des « gilets jaunes » était passé par là ; ils voulaient y voir la confirmation du refus des citoyens « de voir les décisions publiques qui les concernent s’éloigner chaque jour un peu plus d’eux ». « Un acte III de la décentralisation », insistaient-ils, « est la condition préalable nécessaire à toute amélioration structurelle de la situation économique et sociale du pays », qui passe à leurs yeux par « la fin de la dépendance des collectivités à l’égard de l’Etat ». Le ton était ferme, déterminé, catégorique : une décentralisation, sinon rien.


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Dimanche 1er septembre, les mêmes acteurs se retrouveront à Epreville-en-Lieuvin, dans l’Eure, fief du président de la région Normandie, Hervé Morin. Au menu de cette rencontre, une table ronde sur le thème « La décentralisation est-elle la bonne réponse à la crise ? ». Le glissement sémantique n’est pas anodin : de la forme affirmative, les « trois mousquetaires » – qui, comme leurs illustres prédécesseurs, sont quatre – ont préféré opter pour une prudente formule interrogative.


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A l’issue du grand débat national, Emmanuel Macron a semblé reconnaître que la décentralisation, sous sa forme actuelle, « manque de cohérence ». « On a souvent transféré des bouts de compétences avec une partie des financements qui allaient avec, soulignait-il lors de sa conférence de presse du 25 avril. L’Etat a gardé une partie de ses compétences, ce qui crée un imbroglio, mais surtout on n’a jamais transféré la responsabilité démocratique qui va avec. Une vraie République décentralisée, ce sont des compétences claires que l’on transfère totalement en supprimant les doublons, on transfère les financements et on transfère la responsabilité qui va avec. » Dit autrement : vous voulez plus de compétences, d’accord, mais assumez-les jusqu’au bout.

Une variable d’ajustement

Le chef de l’Etat a fixé une échéance : « Cette réforme, cet acte de décentralisation, devra aboutir pour le premier trimestre 2020. » Pour autant, plus l’horizon se rapproche, moins il s’éclaircit. Qu’attendent les protagonistes de cet « acte de décentralisation » ? Il n’est pas sûr qu’ils le sachent eux-mêmes. Dans leur contribution du 13 mars, l’AMF, l’ADF et Régions de France, rassemblées dans Territoires unis, proposaient de « refonder la décentralisation sur une autre lecture de la subsidiarité », principe selon lequel une compétence est exercée au niveau le plus proche de ceux qu’elle concerne tant que l’échelon supérieur n’est pas plus efficace pour le faire. C’est au nom de ce principe qu’à partir de 1982, avec la loi Defferre, puis, dans un deuxième temps, avec les lois Raffarin, dont la loi constitutionnelle du 28 mars 2003, l’Etat a progressivement accordé de nouvelles compétences aux collectivités.
Mais il s’agit là d’une subsidiarité « descendante » : le pouvoir réglementaire des collectivités est limité, l’Etat garde une mainmise de fait en ayant le pouvoir de décider d’imposer des dépenses contraintes aux collectivités, tout en limitant les ressources financières dont elles disposent pour y faire face. « La culture décentralisatrice n’est pas en France solidement établie. C’est particulièrement vrai pour l’Etat, qui appréhende encore trop souvent les collectivités comme une variable d’ajustement », jugent Vincent Aubelle et Nicolas Kada dans la volumineuse somme consacrée aux Grandes figure de la décentralisation, publiée sous leur direction (Berger-Levrault, 824 p., 49 euros).

Un triptyque exigeant

Ainsi, Territoires unis proposent-ils de « remplacer la subsidiarité descendante par la subsidiarité ascendante, en examinant d’abord quelles sont les missions qui doivent être exercées au niveau local et par quelle collectivité, puis de définir les missions qui, à l’évidence, ne peuvent être exercées que par l’Etat ». Dans cette situation, les collectivités se verraient confier, dans les compétences dont elles auraient la charge, « un pouvoir réglementaire d’application des lois se substituant à celui du premier ministre ». L’objectif est ambitieux mais sa formulation reste délibérément floue et générale : rien ne dit, en effet, que les différents niveaux de collectivités soient d’accord entre eux sur les compétences à exercer par chacun.


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« Repenser la subsidiarité entre l’Europe, l’Etat et les différents niveaux de collectivité » : c’est aussi ce que préconise l’Assemblée des communautés de France (AdCF) dans sa contribution pour « un nouvel acte de décentralisation » remise en juillet. Cependant, sa lecture diverge dans la mesure où, plutôt que de nouveaux transferts (ou « défausses ») de compétences, elle plaide pour « une gouvernance multiniveaux ». « Il importe de bien établir le rôle d’autorité organisatrice des politiques publiques locales et de distinguer, entre les collectivités, les fonctions de coordination et celles de maître d’ouvrage », insiste l’AdCF.
Reste que la légitimité de la décentralisation repose sur un triptyque exigeant : renforcement de la démocratie locale, respect des identités culturelles et efficacité de la gestion publique. Tout nouvel acte de décentralisation devra nécessairement s’en inspirer, sous peine d’échouer.



mardi 26 mars 2019

Ginevra

Sono stato per otto anni a Ginevra, dal 1997 al 2005, dove ho diretto lo SRED ossia il "Service de recherche en Education"  del Dipartimento dell'Istruzione pubblica del Cantone. Non è stata una bella esperienza. In altri termini il soggiorno ginevrino non mi è piaciuto ed infatti appena pensionato nel luglio  2005 sono tornato a Parigi. Adesso non ho nessuna intenzione di parlare di questa esperienza professionale ma in questo post evoco solo la Ginevra turistica.

Lo spunto di questo post è un libro che mi è capitato per caso in mano , caduto per terra dalla mia biblioteca , intitolato "Le voyage à Genève: une géographie littéraire" che raccoglie dodici saggi di scrittori francesi che hanno avuto a che fare con Ginevra. I saggi sono stati  raccolti da Bertrand Lévy, che non è Bernard Henri Lévy. Bertrand Levy era , al momento della pubblicazione del libro nel 1994,  professore di geografia all'Università di Ginevra . Il volume è stato pubblicato dalla casa editrice ginevrina Metropolis. Gli autori dei saggi non sono figure di second'ordine della letteratura francese, ma grossi nomi della letteratura francese dell'800 e del 900. Per esempio Henri Stendhal, un vicino di casa per Ginevra perché nato a Grenoble, René Chateaubriand, Alexandre Dumas, Victor Hugo, Gustave Flaubert ecc. I testi riuniti in questo volume raccontano come questi autori sono passati per Ginevra, cosa hanno visto, cosa li ha impressionati.

Il volume è un'opera letteraria, nel senso che i testi su  Ginevra, scritti dagli autori in  età diverse, in momenti della loro carriera non simili,  ma tutti passati per Ginevra o che vi  hanno soggiornato, poco o a lungo,  sono pagine di diari e sono  eminentemente letterari. Non offrono  né un'analisi sociologica né una politica.   A mio parere non servono per capire Ginevra ma ne illustrano alcuni aspetti. Sono impressioni assai superficiali.  Pochi  hanno intravvisto la facciata nascosta del mondo ginevrino che ammalia i Francesi. A Ginevra , un cuneo nella Francia dell'Ovest, si parla francese, ma un francese nemmeno savoiardo, un francese speciale con  inflessioni e espressioni proprie. A Ginevra ci sono i discendenti dei Calvinisti  e i discendenti degli Ugonotti. Sono un  club che ha in mano la città,  che detiene i centri di potere, che non molla quanto controlla. Non a caso la festa più sentita è "l'Escalade"  cioè la commemorazione agli inizi di dicembre della vittoriosa difesa della città e del protestantesimo quando la città fu  attaccata dai cattolici del duca Carlo-Emmanuele primo di Savoia. La commemorazione ha generato una vera e propria festa nazionalista durante la quale si canta un inno di gloria in un dialetto ginevrino , Cé qu'è liana, ( "Celui qui est en haut", cioè Dio) inno che si apprende a memoria (almeno le prime delle 68 strofe) nelle scuole statali del Cantone e che è quasi un inno nazionale per Ginevra e che si canta, quel giorno negli uffici e nelle case . In una delle prime domeniche di dicembre la Compagnia del 1602,  nella quale non si entra se non si ha  un pedigree inappuntabile di buon ginevrino,  organizza il celeberrimo corteo della Escalade , corteo molto lugubre, che sfila nella città storica  immersa nel buio, perché si spengono tutte le luci in omaggio di quell'epoca. La sfilata omaggia le tecniche militari della fine del Cinquecento.

Non sono un Francese, e la mia esperienza ginevrina è parziale, non è né quella di un Francese né quella di un cittadino elvetico di passaggio perché a Ginevra ho vissuto otto anni, dal 1957 al 2005. Inoltre non sono né un sociologo, né un politico, né un letterato. Ma sono un cittadino elvetico che ha risieduto  a Ginevra e che ha avuto a che fare professionalmente con il potere politico che governa la città e il Cantone e con la vita quotidiana. Ho percorso quotidianamente le strade della città, ho frequentato i negozi, mi son servito dei trasporti pubblici, ogni tanto, poche volte,  sono stato invitato da vicini. Ho pagato le tasse. Non sono mai andato allo stadio, non ho viaggiato sul lago con un battello, non sono andato a sciare. Insomma non ho fatto molte cose che si fanno di solito quando si abita a Ginevra ma ho conosciuto la città, ho incontrato in modo anonimo i suoi abitanti.

Ho risieduto in un quartiere molto borghese, Champel, nei pressi dell'Ospedale Cantonale. Non ho abitato nel centro storico della città né nella periferia cittadina, ossia nelle città satellite come Carouge, Onex o Meyrin né nei piccoli comuni agricoli del piccolo cantone.

La città non mi è piaciuta. Non è gran che. E' divisa dal lago e dal fiume Rodano. Da una parte la riva sinistra , commerciale, borghese e dall'altra la riva destra male intrattenuta. Il governo della città non riesce del resto a gestire in modo armonioso le due parti. Il Centro storico è piccolo. La città ha perso le industrie. La zona  operaia e quella internazionale vivono una vita a parte. Quella internazionale ha  pochi contatti con la città elvetica.

Architettonicamente la città non è bella. Pochi immobili prestigiosi, pochi edifici eleganti. I due quartieri popolari  che mi vengono in mente -- le Lignon et les Avanchets --   sono tristi. Le Lignon non è proprio un quartiere popolare e fu a suo tempo, negli ani 60 del XX secolo,  decantato come una grande innovazione urbanistica. Les Avanchets sono  una città a se stante, tra la stazione e l'aeroporto. Le Lignon è un insieme della città di Vernier. Les Avanchets sono  impersonali. Mi piace invece il fiume, il viaggio sul Rodano che  in città ci sta poco. Ho lavorato al Quai du Rhône, tra il quartiere di Saint Jean  dalla parte popolare, e il quartiere  della Jonction dalla parte borghese della città e vedevo il fiume passare sotto le finestre. Era maestoso.

Non sono affascinato dalla città che però ha il pregio di essere multietnica. La città accoglie tutti e quando si prendono i servizi pubblici si sentono molte lingue perché gli utenti parlano. Poveri diavoli vanno nei ricchi negozi del centro  ad acquistare prodotti delle loro terre di origine e spendono un sacco di soldi. Da questo punto di vista in questa città  ci si trova di  casa da qualunque parte si provenga a condizione di starsene tranquilli nei propri affari:  non si entra nelle sfere ristrette del potere locale se non si è membri di una famiglia storica o se non si vive a Ginevra da più di una generazione. I partiti politici tentano di essere una famiglia ma sono molto litigiosi perché il sistema amministrativo-politico lo consente, anzi stimola il litigio. La città è un inno all'individualismo che contraddistingue la società contemporanea. Forse pullulano le associazioni private. Non lo so. A me l'individualismo e l'anonimato convengono.

Infine un'osservazione sula paesaggio. A moltissimi Ginevra piace per il paesaggio, per il lago, il Giura, il Salève  e lontano il Monte Bianco. Ma tutto questo non mi  interessa. Paesaggi belli se ne trovano ovunque. Non andrei a Ginevra per il paesaggio o per la facilità, un paio di ore di automobile,  di raggiungere posti  con bella vista oppure zone libere da traffico per poi intrupparmi sulle piste da scii. Detestavo la domenica vuota di Ginevra. La città vuota. Pochi ristoranti aperti. Questo modo di vivere mi infastidiva. Sono scappato via appena ho potuto.  Quindi un mondo zeppo di contraddizioni, borioso e democratico, presuntuoso e modesto, aperto e chiuso nel contempo, ricchissimo e povero. Ma adesso entro nelle vicende professionali. Qui è un altro capitolo.




dimanche 17 mars 2019

I Campi Elisi a fuoco e fiamme

Il 18esimo sabato di manifestazione ai Campi Elisi. Tutto è stato  distrutto. Non sono ancora passato da lì,  ma una rete televisiva trasmette in diretta dai Campi Elisi le manifestazioni e si riconosce assai facilmente il percorso  filmato.   Si vedono le insegne dei negozi di lusso e delle banche, le terrazze dei ristoranti saccheggiate. Si passeggia per immagini. Fa strano questa mediazione visiva. Non è più necessario andare fisicamente in un posto per rendersi conto di quanto successo. Potenza delle immagini, della società dello spettacolo.

Il potere politico è in crisi? Lo Stato cede ? E' la fine dello Stato come annunciato anni fa dallo storico Eric Hobsbawn? La polizia è ovunque. Ovviamente le telecamere sono dietro ai poliziotti . I gendarmi  si vedono di schiena. Il presidente Macron intanto è nei Pirenei a sciare. Immagini radiose provengono da laggiù. Oggi, domenica, si scopre che alcune fotografie sono false e sono state scattate lo scorso anno. Ancora immagini. Indignano ? Taluni si sono indignati. Come mai il presidente non è presente a Parigi, come mai tace e non si fa vedere nei luoghi della contestazione?

Le immagini presidenziali hanno un doppio senso: da un lato il presidente, ossia il capo dello Stato, ritiene che non c'è nulla di grave. Questa è l'interpretazione dei nostalgici della monarchia assoluta illuminata. Il Capo non c'è, dunque non è grave.  La polizia fa il suo mestiere sul posto: picchia e spegne gli incendi. Nel sistema amministrativo-politico francese il presidente lascia l'incombenza di farsi vedere al primo ministro. Quando è in profondo disaccordo con il primo ministro, lo licenzia. Non è il caso fin qui. Macro innova, è moderno si dice. Non litiga con il primo ministro. Il presidente- monarca lascia  fare. Non si vede. Non sta nel palazzo della Repubblica-monarchia,  ossia all'Eliseo, dove sabato  mattina presto , ossia verso le 7 , parecchie persone con il gilet giallo  lo aspettavano in strada. Avrebbero tentato di entrare nel palazzo del presidente e speravano  di prendere il presidente. Lui era però nei Pirenei. Da lì alcune immagini del presidente sorridente mentre i Campi Elisi bruciavano. Ancora una volta la realtà costruita con le raffigurazioni e di fronte a quella la realtà delle urla, degli scoppi, del fumo, delle sirene dei pompieri e dei lacrimogeni.

La violenza degli agitatori ( si parla di 1500) persone  è stata tale da indignare la Francia. Anche l'assenza manipolata del presidente ha indignato una frangia dei Francesi.  Dall'altro lato la paura dello Stato in pericolo. Questo è quanto teme una parte della popolazione.  Forse è proprio quanto voleva il presidente: suscitare indignazione, sconforto con la trasmissione delle immagini e con i commenti dei media. Difficile dire se questa era la sua strategia, ma non si sa mai.  Si vedrà come andrà al 19esimo  sabato, ossia il prossimo sabato. Intanto il numero dei "gilets jaunes" che manifestano in tutta la Francia, cala.  E' ora di smettere: questo è il messaggio che il presidente intende inviare ai "gilets jaunes". Molti dalla sua parte lo dicono. Per farlo si appoggiano su un'opinione pubblica preoccupata dalle immagini trasmesse dai media o dai "reportage" delle emittenti radiofoniche. Ci si rende conto che c'è qualcosa che non va e allora si corre ai riapri. Si fomentano paure e tensioni. Si dice a una parte della popolazione che si rischia di perdere tutto. Poco importa se una parte dell'opinione pubblica ha già perso tutto o quanto non ha mai posseduto e vive male. La Repubblica, lo stato, l'economia, non hanno bisogno di questa violenza, è quanto si proclama o è quanto affermano i cosiddetti benpensanti cioè coloro che hanno qualcosa. Del resto il presidente non poteva dire altro. Forse il suo messaggio passa. Adesso l'indignazione contro le distruzioni cresce. Forse , si dice, la strategia utilizzata mirava proprio a questo. Ce ne volevano molte di distruzioni. E' il tema alla moda nei media i quali fanno e rifanno i conti dei negozi e dei ristoranti saccheggiati. Del restio tutti hanno visto. Ma non è detto che l' annuncio presidenziale sia sufficiente se la crisi è politica e se si ha a che fare  non con  una mera protesta che si governa con una certa dose di furbizia e una sfrontata tecnica di potere per pilotare l'opinione pubblica.

I "gilets jaunes",  da par loro, hanno sollevato un grosso tema: la crisi dello stato contemporaneo. Adesso si vede che lo Stato non è in grado di gestire una crisi che minaccia l'ordine costituito e che lo Stato , il Leviatano di Hobbes come lo si chiama anche nei libri di Harari, per esempio in "Homo deus", dovrebbe proteggere con l'uso della forza  ( che è anche violenza). Questa è una vecchia storia. Lo Stato ha la forza, la applica in modo visibile. La polizia usa infatti cosiddette "armi difensive" , si serve di cannoni a acqua, ma non riesce a tenere a bada gli "ingovernabili"( così i violenti come sono stati definiti da un rappresentante di un sindacato di poliziotti), cioè quelli che contestano il capitalismo, la società di libero  mercato, lo stato, l'autorità che detiene il potere, il liberismo economico, il sistema bancario, il  lusso dei ricchi. Penso a un secolo e più fa. Gli anarchici eseguivano attentati e uccidevano i re.

Gli ingovernabili , gli anarchici, i "blake blocs", hanno una tecnica di guerriglia, sfidano le forze dell'ordine, picchiano e distruggono anche loro, provocano, si servono molto bene dei media, hanno una strategia urbana. Ci sono politici dalla loro parte, che soffiano sul fuoco. Una parte della popolazione li difende, dice di comprenderli. Alcuni "gilets jaunes" applaudono . I "blake blocs" effettuano  un brutto lavoro per gli altri.

Alcuni capiscono che si è in una crisi di governabilità della società. Forse Macron non se lo aspettava quando ha vinto le elezioni presidenziali, quando ha rotto con l'ex-presidente socialista François Hollande. Adesso tocca proprio a Macron gestire il cambiamento. Forse tenta di capire. Per questo tace. Questa è una interpretazione benigna. Sarebbe una buona cosa se capisse ma anche lui ha giuocato con il fuoco. Non si cambia facilmente il modo di governare una società né tantomeno una società complessa come la Francia, non si gestisce in quattro e quattr'otto una rivoluzione economica e sociale che genera disagio e  malessere. Macron ha tentato di ritoccare qualche aspetto dell'impianto francese, di ammodernare lo Stato francese e per riflesso anche l'Unione Europea ma l'insieme è come un castello di carta. Se si sposta una carta tutto crolla. E' quanto forse sta succedendo.

samedi 2 février 2019

La valutazione su vasta scala dei sistemi scolastici

Non ho mai scritto qualcosa sulla valutazione delle scuole in generale, e più in particolare degli alunni, degli insegnanti,  dei dirigenti o degli amministratori scolastici, dei sistemi scolastici. Mi sono piuttosto concentrato sulle valutazioni comparate dei sistemi scolastici e sulle valutazioni su larga scala, cioè sulle valutazioni dei sistemi scolastici che contemplano il coinvolgimento di molti alunni e di molte scuole e non ho scritto molte cose. Ho scoperto che in Italia si è discusso  di valutazione censuaria e di valutazione campionaria. In Italia si è optato per la valutazione censuaria che però mi pare non sia quella che si intende di solito. Si considera  censuaria una valutazione più o meno campionaria.
Non sono uno specialista delle valutazioni ed è questa la ragione per la quale ho capito che dovevo abbandonare il campo degli indicatori scolastici  quando per l'appunto la valutazione delle scuole è diventata una questione cruciale nello sviluppo dell'insieme di  indicatori scolastici internazionali comparati.  Devo anche ammettere che la comparazione proclamata mi è sembrata assai bizzarra. Si tentava di comparare oggetti che a prima vista sembravano tra loro incomparabili  ma che invece non lo erano, tuttavia la metodologia per compararli era alquanto zoppicante e gli sforzi per migliorare la comparazione sono stati fin qui  poco rilevanti.

Non ero all'altezza di questa sfida. I responsabili politici volevano sapere, giustamente,  cosa si apprendeva nelle scuole, cosa contava insomma che si facesse nel servizio scolastico e gli strumenti a disposizione erano carenti e in gran parte mancanti. Non mi dilungo sullo stato della statistica scolastica attorno al 1990, sia a livello internazionale sia nei singoli stati. In ogni modo le discussioni sui tipi di valutazione scolastica da promuovere e sui dati raccolti  dalle valutazioni scolastiche  hanno suscitato un grande interesse nei media e nei politici e anche tra gli insegnanti che si sono divisi in due gruppi: i favorevoli e i contrari alla valutazione. Per disinnestare la bomba una delle soluzioni ventilate fu l'autovalutazione che ebbe un momento di gloria e forse lo avrà ancora  da parte di persone che capiscono poco di valutazione comparata . Questo è successo anche con le famiglie con figli a scuola. In taluni casi si è dovuto concedere un diritto di obiezione. Si è adottata una clausola di obiezione di coscienza che permettesse di non partecipare alle valutazioni.
Ho seguito e pilotato in parte per cinque o sei anni, tra il 1990 e il 1995,  le discussioni dietro le quinte sui tipi di valutazione internazionale comparata dei sistemi scolastici e ho frequentato  le "alte sfere" che facevano il bello e il brutto tempo nelle sedi nelle quali si realizzavano le valutazioni scolastiche su larga scala ( intendo qui alludere soprattutto all'IEA). Tutto ciò mi ha permesso di apprendere qualcosa sulla valutazione comparata dei sistemi scolastici e di capire cosa significassero i test  scolastici. Alcune di queste considerazioni le enumero ora una ventina di anni dopo quel periodo d'ascolto, perché mi accorgo che sono ancora al centro del dibattito in corso pro o contro la valutazione scolastica soprattutto nel contesto italico dove l'INVALSI , cioè l'Istituto nazionale di valutazione del sistema d'istruzione  ( questo è il senso dell'acronimo)  è regolarmente attaccato fino al punto di rischiarne la soppressione mentre nel lontano 1997 , all'epoca dal Ministro dell'istruzione Luigi Berlinguer a Roma e con il sostegno unanime del parere di una commissione di periti internazionali scelti dall'OCSE e di cui ero membro, si è tentato di creare un servizio nazionale di valutazione della scuola, appunto l'INVALSI.

In primo luogo devo dire che sono sempre stato sorpreso dalla grossolanità delle comparazioni internazionali effettuate con le valutazioni scolastiche. La pratica di comparare è assai ardua, ma la comparazione come è effettuata tuttora mi pare proprio poco attendibile. Negli anni in cui ero al timone del progetto di costruzione di un insieme di indicatori scolastici si era convenuto che la comparazione tra sistemi scolastici diversi si potesse effettuare solo con indagini campionarie. Ci si forzava di costruire campioni di scuole e di studenti simili, rappresentativi di tutto un sistema scolastico. Questa operazione la si sa fare. C'erano allora alcuni ( pochi) specialisti di questa questione e ci si accorse quasi subito che non era affatto semplice costruire campioni scolastici identici comparabili tra loro: molte autorità scolastiche e molte autorità politiche baravano sui dati statistici cioè fornivano informazioni errate sulle proporzioni di alunni dei vari ordini di scuola e sul numero delle scuole coinvolti nei campioni. I campioni non erano quindi tra loro comparabili, né erano rappresentativi dell'insieme della popolazione scolastica, ma si pubblicarono nonostante tutto risultati medi e classifiche ottenute con questi campioni. Si sono corrette le deformazioni più vistose ma non so se i campioni odierni , costruiti sulla base delle statistiche fornite dai servizi nazionali, ossia dai governi che gestiscono i sistemi scolastici pubblici e che più o meno controllano quelli privati. Ora come ora la discussione sui campioni più o meno rappresentativi è finita e si ammette che  il metodo per costruire questi campioni rappresentativi, tra loro comparabili,  sia a punto. Lo spero. Ma dubito che sia così. Si dovrebbe conoscere qualcosa di più sulla qualità delle statistiche nazionali usate per costruire l'insieme di indicatori internazionali tra loro comparabili. Nel contesto attuale i dati statistici vengono forniti dai servizi nazionali di statistica e non sempre questi dati sono attendibili. Non so se si usano senza modifiche , così come sono trasmessi.

La seconda sorpresa concerne l'oggettività delle valutazioni scolastiche. Va detto una volta per tutte che le valutazioni scolastiche non sono oggettive, ossia neutre,  ma che nella loro parzialità sono nondimeno valide, adottano uno stesso punto di vista e sono rigorose. Ed è proprio qui che il dente duole. L'accettazione delle valutazioni implica l'accettazione di un punto di riferimento comune,  ossia di un meta-sistema scolastico le cui caratteristiche sono rispettate da tutti, sono un punto di riferimento comune. La scelta dei parametri da considerare per costruire test, questionari e campioni di indagine è sempre soggettiva, effettuata in funzione di una concezione dell'istruzione pubblica condivisa e l'incrocio tra risultati dei test e informazioni soggettive provenienti dai questionari è sempre più o meno aleatorio, nel senso che fornisce informazioni a domande o a ipotesi  prescelte. Le conclusioni sono ipotetiche nel senso che dipendono dalle ipotesi adottate in partenza


In terzo luogo si deve riconoscere la grande qualità di molti test costruiti per valutare l'efficacia dei sistemi scolastici. Qui si possono citare alcuni esempi. Quando nel 2001 si sono resi pubblici i risultati del test imperniato sulla comprensione di testi ( il test di lettura) la sorpresa di moltissimi insegnanti  fu enorme. Si scoprì in primo luogo che non c'erano solo testi letterari e che nella vita quotidiana i testi da capire non erano quelli letterari:  le lettere delle banche o delle assicurazioni, le lettere dei servizi pubblici , oppure le tabelle degli orari dei trasporti pubblici, gli articoli di fondo della stampa sportiva erano un "materiale" che si doveva leggere e capire, perché di uso quotidiano. In secondo luogo si scoprì che i sistemi scolastici nei quali la comprensione dei testi scritti oppure la rapidità della lettura era migliore erano pure quelli che prevedevano esercitazioni di lettura ogni anno, ossia si scoprì che la lettura va esercitata e che non basta apprendere una volta per tutte a decifrare i testi, ossia a leggerli più o meno bene. La stessa cosa capito` con le matematiche e con la cultura scientifica. Ci si accorse che il sapere scolastico cambiava di natura se si prendeva in considerazione  l'uso pratico, quello quotidiano. I quindicenni , indipendentemente dalle loro scelte professionali,  alla fine della scuola dell'obbligo, più o meno , dovevano dimostrare la padronanza di determinate conoscenze, cioè di essere in possesso di un certo bagaglio di nozioni  di base( Il "bagaglio minimo di conoscenze" : questo era il gergo in voga attorno al 1995). Fu d'uopo arrendersi all'evidenza ossia constatare che un certo numero di sistemi scolastici non preparavano affatto i discenti all'esistenza quotidiana e che le ingiustizie , le differenze di abilità , di comprensione, di bravura tra discenti che avevano effettuato lo stesso percorso scolastico erano enormi. Che fare? In  certi sistemi scolastici, per esempio in quello finlandese, i quindicenni erano migliori di altri. Sembrò a molti responsabili politici, a molti insegnanti e a svariati periti che che quei sistemi scolastici andavano copiati. Non fu quanto  successo tranne qualche eccezione, ma i programmi scolastici cambiarono alquanto. Si introdussero per esempio ore o momenti di lettura, si introdussero concetti matematici ignorati  o nozioni di scienze trascurati nei programmi di la scuola media ( uso qui una terminologia italiana), si obbligarono gli insegnanti di lingua materna a fare leggere. Non tutto è filato liscio;  però questa fu  la strada che si intraprese scoprendo quanto i test proponevano. Un ultimo caso è quello delle conoscenze finanziarie. Su basi facoltative ( la scelta di partecipare ai test era lasciata libera ai singoli sistemi scolastici)  si propose un test finalizzato a raccogliere informazioni sul livello di conoscenze dei quindicenni di cultura economica-finanziaria in uso quotidianamente nelle società evolute e si scoprì che molte nozioni non erano affatto apprese, che i programmi scolastici le ignoravano, che le diversità tra discenti della stessa età erano colossali. Stessa cosa per la cultura matematica e quella scientifica ( in inglese la terminologia in voga é "literacy" al posto di cultura). In altri termini i test per quindicenni hanno aperto gli occhi dei responsabili scolastici su quanto si insegnava e su come si insegnava nelle scuole. I programmi scolastici non erano più all'altezza dei tempi e delle aspettative dei responsabili politici che finanziavano i sistemi scolastici. Andavano perciò modificati. Ma come fare in modo che ovunque passasse l'identico messaggio?  Un bel grattacapo.

In quarto luogo mi ha sempre impressionato la potenza degli algoritmi utilizzati per spiegare i risultati dei test. Forse anche perché li dovevo capire per pubblicarli. Ho incontrato gruppetti di specialisti molto abili a elaborare nuovi algoritmi e a spiegarne l'utilità e molti responsabili scolastici poco qualificati che facevano finta di capirli. Le informazioni messe a punto dagli uni non erano capite dagli altri. Il metodo di lavoro era diventato una scatola chiusa proprio nell'ambito di una operazione che si prefiggeva invece il contrario , ossia di eliminare le scatole chiuse. Faccio un esempio semplice e rilevante: il calcolo della varianza "within schools" e "between schools" . Questo calcolo non è affatto semplice  anche se sfocia su informazioni cruciali per le politiche scolastiche. Forse proprio perché le spiegazioni erano lacunari oppure difficili da fornire che tale misura è stata fin qui poco utilizzata. Cosa si intende con queste due misure? Nelle analisi comparate dei sistemi scolastici è utile sapere se le differenze tra scuole sono forti e se tra scuole di una regione e di un'altra regione  di una stessa economia queste differenze si attenuano o si accentuano. Nei sistemi scolastici scandinavi le differenze tra scuole che sono presso il polo Nord e quelle che sono al Sud, presso il mare Baltico sono poco rilevanti. Orbene tra Nord e Sud ci sono più di mille km di distanza.  Questa è un'indicazione dell'applicazione di una politica scolastica attenta a offrire identiche opportunità d'istruzione su tutto il territorio. Le differenze esistenti all'interno di una scuola invece dipendono dalle differenze tra i discenti. Queste sono normali. Gli esseri umani sono diversi. Stessa cosa per le opportunità educative, un elemento che è stato trascurato nelle indagini internazionali recenti sugli apprendimenti scolastici. Si pubblicano dati come se le opportunità d'istruzione siano identiche. Orbene non lo sono e queste diversità incidono sui punteggi conseguiti nei test scolastici.

Concludo dicendo che c'è ancora moltissima strada da percorrere per migliorare le valutazioni scolastiche ma che non se ne può più fare a meno. C'è da sperare che tra qualche decennio ( questo è il tempo che ci vorrà) le politiche scolastiche ricorreranno alle valutazioni per essere più efficaci , più giuste, più efficienti. Non si raggiungeranno questi obiettivi eliminando le valutazioni scolastiche. Le modalità odierne per effettuarle sono criticate da una parte del corpo insegnante ma non solo, però si possono modificare, come si possono sperimentare modalità di esecuzione delle valutazioni più pertinenti, più robuste, meno invasive. La ricerca e lo sviluppo di forme valutative alternative è essenziale. Le modalità per attuarle sono un elemento non trascurabile.

La protesta non è finita in Francia

Contrariamente a quanto ho scritto  alcune settimane fa le manifestazioni dei "gilets jaunes" non sono finite. Oggi, 2 febbraio, c'è stato il XII episodio di questa protesta. Ogni sabato si protesta, c'è chi sfila in strada, alla fine i "casseurs " scendono in campo , la polizia interviene , gli scontri si ripetono.

Oggi si è cambiato  tema: al centro delle proteste non c'è più il carovita o il prezzo degli idrocarburi ma  ci sono le violenze della polizia francese, che  ha picchiato a più non posso , che ha sparato moltissimo con armi speciali, si dice in maniera indiscriminata su  manifestanti sedicenti tranquilli e su manifestanti violenti. La  polizia  si giustifica: spara per  impedire le distruzioni dei "casseurs".  Il dibattito odierno verte sulle armi utilizzate dalla polizia. Più nessuno parla delle violenze dei blake blocs che bruciano auto, arredi stradali, che saccheggiano negozi, li svuotano, che sventrano ristoranti. La polizia attaccata si difende da par suo, i manifestanti protestano contro tutto  e i blake blocs saccheggiano a piacimento quanto si presta. Più la polizia è violenta più i manifestanti lo sono.

La libertà di manifestare in strada è al centro della protesta. Si difende questa libertà, sacrosanta nei sistemi politici democratici. Per uno come me cresciuto in un sistema politico diverso la faccenda è strana; nel sistema politico elvetico si protesta in altro modo e non si giunge agli eccessi  ai quali si è giunti in Francia, anche se i capitalisti locali sono egoisti, pretenziosi come ovunque. Personalmente ritengo che il popolo elvetico  è assai succube per non dire addormentato. Per protestare dispone della cosiddetta democrazia diretta che non è sufficiente.  Faccio però fatica a capire quel che succede adesso attorno a me in Francia. La polizia è quello che è. I poliziotti sono anche il popolo. Si difendono  e poi contrattaccano. Picchiano , fanno paura. Sono armati. I manifestanti sono infiltrati in parte dai blake blocs  e in parte si difendono anche loro, diventano violenti quando non riescono a fare sentire le proprie rivendicazioni.

Provocazione contro provocazione. Non tutti sono violenti distruttori. Non tutti cercano lo scontro. Ma ce ne sono anche di quelli che nella foga si lasciano prendere e trascinare dai violenti, dai più aggressivi. Stessa cosa nella polizia che ubbidisce agli ordini che riceve.  In ogni modo adesso ci sono documenti a iosa che permettono di contare i colpi sparati nelle manifestazioni, di mettere in evidenza le ferite provocate, di mostrare o mascherare le distruzioni di monumenti, di negozi. Non si tratta di appropriazione indebita. Non è più lo scontro tra capitalismo, quello incrustato nelle leggi e nei regolamenti delle maggioranze politiche borghesi come si diceva un  tempo e il dissenso sociale, la difesa di un altro ordine, la promozione della giustizia, la lotta contro lo sfruttamento e le disuguaglianze. Lo scontro adesso è piacere della distruzione. Almeno per molti.

Cosa fare in Francia? Non saprei. L'elettorato è molto diviso. Il potere usa tutte le armi per difendersi ; il contropotere è a sua volta diviso . Non basta scendere in strada, urlare, protestare. Una parte considerevole della ricchezza nazionale è utilizzata per la protezione sociale. Si può ritenere che la Francia è una delle società europee che spende maggiormente per i poveri, ma la povertà esiste, è palpabile e  i ricchi sono sempre più ricchi. Qualcosa non funziona in questa società.  Basta aspettare che la protesta si plachi? No di certo, si deve fare qualcosa, qualcosa di intelligente, di confacente, di giusto. Ancora una volta pongo la stessa domanda. Cosa?

Liberalismo odierno

Tre libri sul liberalismo oggi, sui diritti umani, recensiti dalla New York Review of Books , 17 gennaio 2019.

Perché il liberalismo è in crisi? Quali sono le origini del liberismo? Fare quel che si vuole? La lotta contro il capitalismo. I diritti umani. Perché il sedicente populismo trionfa di questi tempi? Eccellente presentazione in inglese di David Bell, professore di storia a Princeton. La referenza non rinvia all'articolo completo ma almeno fornisce i titoli dei libri.

https://www.nybooks.com/articles/2019/01/17/many-lives-of-liberalism/

vendredi 4 janvier 2019

Collera dei "gilets jaunes " in Francia

Adesso forse la rivolta che ha agitato i media francesi in dicembre  e che ha messo a soqquadro una parte delle principali strade francesi  e delle piazze più famose di Francia è finita nonostante una coda possibile detta l'atto VIII previsto per il  5 gennaio di quest'anno.  Nel braccio di ferro tra governo e manifestanti l'ha però spuntata il governo, la forza dello stato. Si può cominciare a riflettere.  Dopo avere letto molti articoli e molti commenti anche brillanti pubblicati sulle reti sociali , dopo avere discusso e ascoltato svariati pareri e analisi espressi da amici si può tentare di dire qualcosa in merito, senza  nessuna pretesa per altro di fornire una chiave di lettura definitiva.

In primo luogo scarto alcune spiegazioni semplicistiche che ho coltivato a lungo, almeno agli inizi della protesta, e che molti hanno continuato a  formulare. La protesta non è un fatto culturale francese e non è nemmeno connessa ad un aumento delle tasse sulla benzina.Non è un fatto culturale francese: talune menti hanno lo hanno sostenuto. Una volta nella vita si deve manifestare in strada, questa è una iniziazione da operare, non c'è manifestazione senza danni, tutto ciò è scontato, succede ogni anno, deve succedere . Orbene,  nella manifestazione ho visto scendere in strada, occupare i raccordi anulari, persone anziane, gente proveniente da tutte la categorie sociali. La fotografia sociologica dei manifestanti non corrisponde a quella della popolazione che scende in strada per abitudini ancestrali. Il popolo francese ogni tanto manifesta violentemente e le istituzioni statali sono vaccinate a questo genere  di protesta che può anche creare fastidi , per esempio quando si gettano tonnellate di letame puzzolente davanti ai palazzi del potere oppure quando si bloccano le autostrade con una gamma di operazioni che tutti conoscono o si rovesciano tonnellate di prodotti agricoli davanti ai supermercati, o si distruggono radar stradali che misurano la velocità delle automobili. Questa volta però a manifestare è un altro genere di pubblico. Non è una classe sociale.

C'è poi la faccenda della benzina. La protesta è scattata quando il costo della benzina è salito alle stelle ( qui in Francia sopra 1,50 € /litro). Un prezzo alto ma sopportabile; alto perché sulle benzine lo stato preleva molte tasse. Il problema però non è nemmeno questo, ed infatti è scomparso dalle rivendicazioni . Come tutti sanno in  Francia c'erano e ci sono tuttora alcune note aziende automobilistiche. Le marche automobilistiche francesi hanno dato lavoro a migliaia di operai, sono state la fucina della classe operaia. Le aziende automobilistiche hanno potuto ricattare lo stato e gli enti che gestiscono il potere  offrendo posti di lavoro oppure aumenti salariali centellinati per ottenere in cambio provvedimenti favorevoli al traffico su strada. Questa situazione sta per terminare.Una dopo l'altra le marche francesi d'auto sono sparite, le fabbriche hanno dovuto chiudere i battenti, molte sono state perfino smantellate e il numero di operai attivi nella produzione automobilistica è stato ridotto in modo significativo . La produzione di automobili e di pneumatici ( si pensi qui a Michelin) ha dovuto fare i conti con altri parametri. Le catene di montaggio sono quasi scomparse. La classe operaia, o quel che resta, non è più composta in maggioranza di persone che lavorano nelle fabbriche di automobili. Anche l'epoca del motore termico è giunta alla fine mentre inizia l'epoca del motore elettrico. Queste trasformazioni ( e altre connesse) modificano profondamente il quadro della produzione e l'organizzazione del lavoro nelle fabbriche di automobili. E' difficile dire , dimostrare , chi ha più influenza:  se i padroni delle grandi fabbriche e chi finanzia lo sviluppo delle fabbriche ( ossia i capitalisti, con un termine in voga anni fa) oppure s lo sono i dirigenti politici? Gli uni creano posti di lavoro. Seppure pochi, anche solo alcune migliaia di impieghi, in una società che lotta con ogni mezzo contro la disoccupazione,questi pochi contano per un dirigente politico. Ecco perché  per ora il traffico su strada resta al centro della vita economica e sociale. Non è un caso se i manifestanti hanno occupato i crocicchi stradali e i raccordi anulari. Le vie di comunicazione stradale  sono ancora centrali. Il trasporto su strada di persone o di merci è tuttora dominante. In ogni modo l'aumento del costo della benzina e del diesel è stata sì la scintilla che ha fatto scoppiare la protesta ma poi questo elemento è passato in secondo piano e si è capito che la protesta era contro una politica decennale di favoritismi verso la aziende automobilistiche che ha costretto gli abitanti delle zone rurali ad acquistare automobili per spostarsi. Non si riesce a vivere nella Francia rurale senza auto.

La violenza urbana, i saccheggi. Simili per certi versi ai "blake blocs" sono in Francia i  " casseurs" (esiste una parentela tra blake blocs e i "casseurs"?):  persone che sfruttano le manifestazioni di dissenso tollerate dai governi per spaccare tutto quanto capita loro sottomano, che attaccano le forze di polizia e dello stato, che picchiano, che si servono  delle manifestazioni per fare disastri, che si compiacciono, che provano piacere,  ad attaccare, ad incendiare, a rompere vetrine, a penetrare nei negozi e a svuotarli, che si infiltrano tra i manifestanti, che ne adottano in un primo tempo gli slogan, gli argomenti  a che a un certo punto invece si distanziano dalla folla che protesta per distruggere tutto. Credono nella violenza estrema, cercano lo scontro , talora professano una visione del mondo, gli danno un senso, hanno un' ideologia e talora non ne hanno. In ogni modo la battaglia tra loro e le forze dell'ordine (quello imposto dallo Stato)  può arrivare a scene estreme di guerriglia urbana. Qui in Francia la gestione dello spazio pubblico da parte dello Stato è un mistero. L'impunità è pressoché la regola. Pochissimi manifestanti subiscono condanne giudiziarie dopo manifestazioni violente di cui sono responsabili con distruzioni varie di supermercati, di palazzi, di centri di comando, di radar stradali, ecc. Molti diventano violenti perché si ritengono impuniti, perché va da sé esprimere il proprio dissenso in quel modo,  e perché la causa della violenza sono i comportamenti delle forze di polizia.  Alla violenza degli uni si risponde con la violenza degli altri. Ed è vero che le forze di polizia suscitano paura , che gli squadroni di polizia non sono la gentilezza di per sé. Quando si schierano, preferisco girare alla larga, evitare di incontrarli. Il loro impiego, la strategia del loro dispiegamento è un altro mistero. Di sicuro i comandanti ne discutono con chi li guida e per finire con i responsabili dello Stato. I poliziotti di base eseguono, picchiano anche loro, subiscono insulti, sputi. Il faccia a faccia con i manifestanti non è un piacere. Restare calmi in questi frangenti è un comportamento assai difficile. Ho vagamente in mente quanto scriveva Pasolini  alcuni anni fa al  riguardo delle forze di polizia in Italia all'epoca delle brigate rosse. I mass media hanno riservato una parte rilevante di spazio a questi scontri. Le immagini fanno impressione. Anche la copertura mediatica. Nulla è però neutro in questa faccenda: né le immagini, né le angolature, né i commenti. In ogni modo tra i manifestanti si sono annidati un sacco di "casseurs".

La povertà: questo è uno degli spunti principali della protesta. La miseria, vivere con 1000 € al mese o giù di lì non è possibile nella società dei consumi  che esiste in Francia e che è stata costruita dai governi anteriori e che è stata auspicata dalla maggioranza della popolazione. Macron offre un aumento di 100 € del salario minimo. Non è una manna . I poveri lo sanno ma 100 € sono tanti per chi guadagna poco e vive con 100, 1500€ al mese. Vivere per consumare oppure consumare per vivere? Una parte dei manifestanti esigeva giustizia sociale, equità ma in effetti auspicava di avere più soldi per consumare di più.  Consumare per vivere dunque, in questo caso, ma non per tutti. Ci sono anche coloro che vivono  senza consumare, che consumano pochissimo. Come dare loro torto? Alcuni desiderano più soldi per consumare di più, per star meglio. In Francia una fetta rilevante della popolazione vive male, fa fatica a sbarcare il lunario, arriva a malapena a metà mese con doppi salari, non trova un appartamento decente, é circondata da gaudenti presuntuosi, non può permettersi grandi divertimenti. Queste persone allo sbando protestano, devono servirsi delle auto perché il servizio pubblico dei trasporti è poco sviluppato ed è stato smantellato nella seconda metà del Ventesimo secolo. La gente è stata obbligata a acquistare automobili per vivere, per lavorare. Consumare per avere l'impressione di vivere. Molti villaggi  si sono svuotati, hanno perso tutto: i bar, la chiesa, il panettiere, la posta, in taluni casi la scuola, il medico generalista.  Gli abitanti di questi villaggi sono storditi, si trovano confrontati a situazioni economiche e sociali difficili e scendono in strada, occupano i crocicchi.  Il governo cerca di aiutare i sindaci , di elargire sussidi ma la borsa a un certo punto è vuota.


Infiltrati: qui si parla di infiltrazione politica. All'inizio i manifestanti pullulavano nelle zone dominate dal Fronte Nazionale ( che ora non si chiama più così ma si chiama "Raggruppamento nazionale"). A questi si aggiunsero coloro che vivono nelle zone controllate dall'estrema sinistra. Tra i manifestanti c'era l'odio verso la maggioranza politica. La protesta ha mobilitato dapprima gli esponenti dell'opposizione politica estrema. Forse è per questa ragione che la presenza dei "blake blocs" nelle manifestazioni parigine è stata relativamente facile. Il movimento dei "gilets jaunes" è diventato  gradualmente un movimento anti-politica. Forse lo era dagli inizi, ma non ne sono certo. I manifestanti rifiutavano il prezzo da pagare imposto da Macron e dal suo governo per modernizzare la Francia come pure  la ridistribuzione dei costi imposta dai dirigenti macroniani e dalla classe politica in genere considerati in gran parte ( ciò non è vero) corrotti, dediti al lucro personale. Una fetta rilevante dell'opinione pubblica non sa come è complicato governare un paese, né si conoscono i benefici dell'Unione Europea o la difficoltà di costruire una sovranità nuova, una realtà politica sopranazionale. Si urla ( nel 1992 , in Francia, il trattato di Maastricht dell'Unione Europea è passato per un pelo, dunque con un'opposizione vivacissima agli accordi europei), si inventano complotti fantastici per spiegare il malessere, si rivendicano soluzioni semplici, comprensibili. Si buttano sul tavolo situazioni locali , frutto di esperienze singole. Questa gente va però ascoltata, ha qualcosa da dire. E' difficile capirla ma si deve fare uno sforzo per comprenderla. La vita democratica è in pericolo e non funziona più (o meglio non disfunzione più) come decenni or sono . Per l'appunto  i manifestanti ritengono di non essere ascoltati, di non essere presi sul serio, di non essere rispettati. Denunciano la presenza di uno iato profondo tra loro e i responsabili politici. Questi interlocutori ( da un lato i responsabili politici e dall'altro i manifestanti ) non si parlano. Gli intermediari che dovrebbero avere la funzione di mediazione ( i partiti politici, i sindacati per esempio) non riescono più a  essere questa interfaccia. Gli uni  (loti manifestanti) non sanno come sia difficile impostare una politica democratica , giusta, efficace, e quanto questa politica costi e gli altri  ( molti politici e molti mediatori) si accontentano di fare i propri affari, taluni di arricchirsi , di stare bene, di disprezzare le condizioni di vita dei poveri diavoli, peggio ancora tra questi c'è anche chi pensa di essere nel giusto, di meritarsi il diritto di sfruttare il servizio pubblico perché si è bravi, si ha studiato di più. Poco per volta i responsabili politici che hanno tentato di impadronirsi del movimento sono stati cacciati ma nondimeno molti protestatari si rifugiano dietro  leaders estremisti di destra e di sinistra. Si scopre che occorre sapere esprimersi per far valere opinioni anche giuste ma percepite in modo confuso e la retorica è un patrimonio di pochi. Nel movimento dei "gilets  jaunes" ci sono persone che rifiutano la politica ma che la denunciano, ci sono però anche figure note con profili estremisti di destra e di sinistra, che soffiano sul  fuoco. Inoltre , con il passare delle settimane , si nota la simpatia di  molti "gilets jaunes"  con l'estremismo di destra, il neo-fascismo, il razzismo. Alcuni personaggi sono noti ma non si sa né da chi sono finanziati, né chi li protegge , né  chi li aiuta. Un tempo il bersaglio era facile  da additare : cinquant'anni fa erano  i comunisti , poi ( da sempre) gli ebrei, poi gli islamici e più in generale gli arabi, e tra gli ultimi arrivati, gli emigranti.

Il sistema decisionale francese è forse uno dei temi scottanti che ha mosso le folle. Nella lista delle rivendicazioni  il cambiamento del regime democratico in vigore in Francia  è palese. Il sistema attualmente in vigore  è stato voluto da De Gaulle, il quale riteneva che la Francia non poteva essere governata che da un apparato politico molto autoritario . Il sistema di governo da lui imposto è assai simile a quello di una  monarchia illuminata, con un parlamento privo di competenze e un sacco di peculiarità che io chiamerei difetti, ma ogni paese ha il suo modo di governarsi. La maggioranza dell'opinione pubblica francese vi fu favorevole per decenni. Molti ne hanno approfittato. Macron ha annunciato che voleva cambiare il sistema decisionale, il modo di governare, ed ha vinto le elezioni. Anche Marie Le Pen e il suo partito un po`razzista e molto sovranista vorrebbe fare le stesse cose con scopi diversi e ora raccoglie la maggioranza dei consensi. Come due anni  fa Macron e la Le Pen sono in testa ai sondaggi che misurano i  favori dell'opinione pubblica. Tesi sovente comuni sulla strategia di governo, obiettivi largamente condivisi dall'opinione pubblica, diversità di metodi per realizzarli.  Intanto lo Stato autoritario voluto da De Gaulle serve ed è utilizzato talora bene talora male da Macron e dal suo staff. Quasi nulla però è mutato in Francia da questo punto di vista.Nell'attesa del futuro si spera che non vinca la reazione becera, il sopruso, la chiusura mentale e che la Francia resti una democrazia aperta.

Collera: è la parola che va di moda. Non credo che il termine sia esatto ma tutti lo usano. E' un "passe partout": i manifestanti esprimono la loro collera, come se la collera fosse passeggera, come se la collera o la rabbia passassero dopo un primo sfogo. Ma non  si tratta di collera , né di rabbia. Forse è furia cieca. E' qualcosa d'altro. La violenza alla quale si assiste ( anche nell'atto ottavo) non è un'esplosione ingiustificata , subitanea, momentanea. Il governo tenta di canalizzare questa esplosione di malcontento che si manifesta con violenze urbane inaudite per un osservatore non abituato a queste forme di agitazione , di soffocare con gli strumenti abituali dello stato che è legittimato a gestire la forza, questa furia . Si parla anche di rispetto, di ascolto , quando si rinuncia a ricorrere al  termine collera. Ma si tratta invero di qualcosa d'altro e il dialogo non si intreccia. Gli uni cercano di farsi capire e gli altri invece vorrebbero canalizzare entro le forme tradizionali dei rapporti istituzionali l'espressione disarticolata, molteplice, del disagio, del malessere. Quando si capisce che non passa nessuna comunicazione la ribellione, la violenza dei manifestanti e quella  istituzionale crescono. C'è da temere il peggio? Forse no. Nessuna concessione sembra al momento suscettibile di calmare le acque. Il governo e Macron potrebbero concedere altri sostegni, modificare la rigidità del sistema francese, cedere qualcosa ma non è quanto i più  avveduti manifestanti vorrebbero. Forse la Quinta repubblica , quella voluta da De Gaulle , cambierà se Macron avrà l'intelligenza di capirlo, e allora tutto si calmerà. La  povertà diminuirà magari di un poco  ma i ricchi continueranno a tenere in mano il potere. Un altro atto della scena sarà recitato senza modifiche sostanziali dei rapporti di forza.