Quest'anno ricorre il cinquantesimo degli avvenimenti successi nel lontano 1968. Taluni aborrono quanto accaduto allora e vorrebbero tornare indietro , al mondo come era nel corso degli Anni dell'immediato dopoguerra. Altri invece , più lucidi, ammettono che il 68 è stata una pietra miliare, un'occasione d'oro per cambiare il mondo. Il mondo dopo d'allora è infatti cambiato, forse non proprio come lo si auspicava. Credo però che oggigiorno si stia anche molto meglio di cinquant'anni fa, checché se ne dica, nonostante gli errori commessi per cercare vie nuove rispetto a quelle percorse fino ad allora , praticare modi diversi di esistere, di vivere, correggere le deformazioni del "vecchio" mondo ( ce n'erano). Non voglio qui alludere a quanto successo nel campo scolastico ma penso soprattutto al quadro generale. Le istituzioni ( il sistema scolastico, l'Esercito, le Chiese, i partiti, il sistema finanziario, ecc.) erano in crisi. Non è che tutto quanto successo dopo il 68 mi piaccia ma questa non è la questione. Escono molti libri in questi mesi su quel periodo che ha scombussolato un po' tutto il mondo dell'immediato dopoguerra. Non voglio raccontare la mia infanzia tra il 1945 e il 1950, ma non è stata davvero rosea. Alcuni cambiamenti sono illuminanti, altri meno. Non nascondo che mi piacciono soprattutto i testi di un leader di allora, Daniel Cohn-Bendit. Non solo i suoi testi, le sue prese di posizione, il suo modo di pensare il mondo odierno nel quale si trova, ma anche il tipo di vita che ha condotto.
Mi è spesso capitato di ripensare a quell'epoca. Avevo allora meno di trent'anni e ammetto che non capivo bene quanto stavamo vivendo. Sapevo però, tra il 1960 e il 1970, che non si potevano più mantenere le regole, i comportamenti, le credenze in voga fino ad allora perché per l'appunto le mentalità erano cambiate. Ho vissuto fino in fondo quegli anni ed ho anche sofferto. Non volevo più essere come lo ero, come mi avevano programmato e cresciuto. Mi rendevo conto che sarei stato come un pesce fuor d'acqua.
In fondo la questione scottante allora come oggigiorno è quella dell'autorità e dell'autoritarismo. Cosa significa essere autorevoli, esercitare l'autorità, occupare una posizione di prestigio. Chi definisce i compiti, le funzioni? Mi ricordo di un libro che mi aveva marcato: Verso una società senza padri ( "Auf dem Weg zur vaterlosen Gesellschaft") di Alexander Mitscherlich, psichiatra, psicanalista, sociologo tedesco. Avevo l'impressione di avere a che fare con una montagna di autorità ipocrite, false che si dovevano smontare, combattere. Tutto era buono per scardinare l'autoritarismo imperante. SI pensava allora che si sarebbe potuto fare a meno dell'autorità. Poi sono venute invece altre autorità, non tutte proprio illibate. Adesso mi rendo conto che l'autorità ci vuole per governare una società, che le istituzioni, da sempre, necessitano di autorità. Ho anche pagato lo scotto della mia ingenuità.
Mezzo secolo è passato da allora e i ricordi si sfumano. Per esempio non ricordo molti particolari di quanto successo all'Istituto Magistrale di Locarno dove insegnavo allora perché non sono né un cronista né uno storico e perché sono assai disordinato. In questi giorni mi hanno interpellato per sapere se accettavo o meno di andare alla commemorazione di quanto avvenuto all'Istituto Magistrale di Locarno tra metà marzo del 1968 e forse luglio dello stesso anno. Famosa fu allora l'occupazione dell'aula 20, il 9 marzo dello stesso anno. Sono tuttora orgoglioso di quella data. Fu ben prima del celebre maggio 68 parigino.Dopo quell'episodio capitarono molte cose all'Istituto Magistrale di Locarno e per finire un anno dopo, nell'estate del 1969, ho rassegnato le dimissioni da insegnante e me ne sono andato via da quella scuola, dal mondo nel quale ero cresciuto. Avevo capito che non potevo più starci. Ho iniziato un'altra vita. Localmente i vari episodi che ricostruisco oggigiorno assai male, sono stati molto pubblicizzati e sono stati vissuti anche in modo drammatico. Taluni eventi hanno avuto strascici dolorosi con risvolti drammatici. Ora molti di quegli episodi mi sembrano irrilevanti anche se hanno forgiato per decenni l'esistenza di tutti coloro che li hanno vissuti. Non saprei per esempio dire quali hanno inciso sulla mia vita. Ero predestinato a una carriera che ho rifiutato e sono scappato via per evitarla e per non soccombere in tutti i sensi. Ho fatto bene e mai avrei immaginato che la società locale, una società prealpina, situata nel cuore della Alpi, evolvesse come è successo. I punti di riferimento sono cambiati. Ne è risultato un quadro nuovo, cinquant'anni dopo. Sono ormai via da quel mondo che non sono in grado né di giudicare né di capire.
Ho vissuto intensamente quegli anni. Sapevo che andavo contro l'ordine costituito, che era come si diceva allora , un bel disordine; volevo che la formazione degli insegnanti mutasse e divenisse più seria, più funzionale. Lo volevano anche gli studenti dell'Istituto Magistrale. Le autorità di allora nel cantonetto, noi stessi del resto, ossia coloro che lottavano per migliorare la situazione, non eravamo attrezzati per innovare, cambiare, discutere, verificare. Ho però incontrato in quegli anni persone brillanti, qualificatissime, molto in gamba, che sono state un faro per me, che mi hanno aiutato nella mia grande confusione mentale a capire quanto succedeva e quanto vivevano perché loro avevano capito e perché avevano sofferto molto prima e molto di più di me.
Sul piano personale ricordo un carissimo amico, ora scomparso, di qualche anno più anziano di me, che dopo una vacanza di fine anno in Engadina, a inizio gennaio del 68 venne a trovarmi per dirmi che con l'amica, una morosa, era andata malissimo, che non aveva passato giornate felici perché lui si era scoperto omosessuale. Mi ha confessato allora la sua omosessualità. Nella cultura nella quale ero stato educato, l'omosessualità era un peccato mortale ma confusamente capivo che invece era qualcosa d'altro. Quell'amico mi ha aiutato molto a comprendere quanto era in ballo allora. Dopo di allora ho modificato interamente il mio sguardo, il mio giudizio, sull'omosessualità. Così è successo per tantissimi altri comportamenti sociali.
Per esempio in politica. Mi vergogno dei miei tentennamenti riguardo la guerra in Vietnam . Non capivo perché si organizzassero le sfilate di protesta, perché si dovessero fare anche nel cantonetto. Molti amici ci andavano ed io ero incapace di muovermi, di scendere , come si dice, in piazza. Ero paralizzato e mobilitavo tutti gli argomenti critici per spiegare riluttanza e passività. Mi sono occorsi parecchi anni per capire quanto importante fosse quella protesta contro uno stato bugiardo. Adesso si sa che il potere corrompe, che è difficile venirne fuori con le mani pulite, che la politica non è sempre un servizio disinteressato dello stato ma che può esserlo anche quando si devono accettare concessioni perché si negoziano le scelte, che etica e politica spesso si scontrano ma che ci vuole autorità e leadership condivisa per governare. Capisco anche che le manifestazioni di protesta in strada sono necessarie. Sono testimonianze.
Infine la sessualità: fu un vero scontro di idee, di pregiudizi, di comportamenti. Il 68 ha dato la stura a tutta una serie di proteste maturate nel decennio successivo: la lotta contro l'aborto, la lotta per il divorzio, il diritto al controllo delle nascite, la diffusione degli anticoncezionali, il femminismo. I costumi cambiavano. Si imponeva allora un nuovo tipo di famiglia, le donne si ribellavano. Madri sì, ma anche amanti. Persone libere, non più schiave di ruoli prefabbricati, imposti dalle autorità, statali o religiose. In ogni modo il 68 non è solo il 68. Sono anche gli anni precedenti e quelli successivi. E' un'epoca nella quale sono maturate molte rivolte. Il 68 degli studenti non fu che un punto di cristallizzazione. Molti concetti, molte idee, maturarono prima del 1968. Erano nell'aria.
Non tornerei proprio più indietro. Impossibile. Purtroppo tuttora moltissimi non hanno colto quanto rilevanti fossero quei messaggi. In quegli anni ho aperto gli occhi, ho condiviso trasformazioni sociali enormi che hanno cambiato la società. In bene o in male? Probabilmente nei due sensi, poco importa. Intanto ripenso a quanto fatto e già questo percorso, questa rivisitazione, questo feed-back, è di per sé un retaggio di quegli anni. Senza quelle agitazioni, senza ile modalità di come le ho vissute, non sarei qui a riviverle.
Mi spaventa la richiesta di leggi , di autorità, di norme invocate da vari gruppi sociali o politici soprattutto dai giovani. Sono ormai fuori gioco. E' evidente che le giovani generazioni oggigiorno sono disorientate, hanno un'esistenza non facile, ma ascolto attonito richieste formulate ovunque , che spesso combaciano nonostante le distanze geografiche, di soluzioni chiare, di regole da rispettare, di norme da imporre. La religione è vissuta come un toccasana. Qualsiasi religione. Offre riti, ascolto, perdono, commiserazione e regole connesse al destino alle quali ci si aggrappa come a un salvagente. Nondimeno si rivendica giustizia, tolleranza, comprensione, condizioni di vita decorose. Il lavoro è visto come un mezzo per sopravvivere. Ma quale lavoro? Allora si bara. Piuttosto che accettare un lavoro qualsiasi si rivendicano provvedimenti sociali protettivi. Le società contemporanee non sono però in grado di offrire quanto vorrebbero le giovani generazioni. Tocca alla classe politica capirne le rivendicazioni, agire per soddisfarle.Un altro 68 è necessario?
mercredi 21 février 2018
dimanche 14 janvier 2018
NO a No Billag
In Svizzera imperversa la campagna elettorale per la votazione federale del 4 marzo prossimo sull'iniziativa popolare promossa dalla destra populista che propone di vietare qualsiasi finanziamento pubblico ( sia di programmi che di emittenti) da parte della Confederazione elvetica, proibizione da inserire nella costituzione federale.
Attualmente le emissioni radiotelevisive elvetiche sono decentralizzate, indipendenti e sono plurilingue. Per esempio la radiotelevisione in italiano è trasmessa in tutto il mondo alpino elvetico. Questo significa che si possono vedere i programmi in italiano ovunque nella Confederazione, a Basilea come a Ginevra; stessa cosa per il francese e per il tedesco ( spesso nel dialetto tedesco alpino che varia da Basilea a Zurigo o a Berna). Ci sono anche emissioni in romancio. Purtroppo, ma questa osservazione in questo caso è di secondaria rilevanza, le emittenti elvetiche hanno spesso ignorato la presenza nel mondo alpino elvetico di una forte minoranza italofona non elvetica. Nella Confederazione elvetica prevale il principio linguistico territoriale. Italofoni riconosciuti di pieno diritto per le autorità elvetiche sono solo i nativi svizzeri, ma questa è un'altra storia. La televisione in italiano è fatta per gli Svizzeri italofoni, e non per altre nazionalità che usano l'italiano quotidianamente.
Riveniamo a NoBillag. Billag è la ditta incaricaricata di incassare il canone radio televisivo con il quale si pagano le emittenti nazionali ( francofoni, svizzero-tedesca e italofona). Nel Ticino, ossia nella parte meridionale del mondo alpino elvetico, funziona una radio con tre canali e una televisione con due canali per una popolazione locale, ossia ticinese, di pressapoco 300 000 persone. Senza il canone federale sarebbe impossibile mantenere un apparato del genere per una popolazione talmente esigua. Non entro qui nel merito della qualità dei programmi. Di questi tempi se ne discute assai. Alcuni furono e sono davvero eccellenti e altri discutibili. Il che è normale. Si va spesso a periodi. In taluni momenti la radio e la tv ticinese o svizzero-italiana per essere più precisi sono state davvero notevoli e hanno prodotto emissioni di alto livello culturale e politico. In altri periodi forse meno. Anche questo non è il puntosi cui vorrei discutere in questo post.
Dico subito però che voterò No a NoBillag, la denominazione dell'iniziativa perversa che propone di eliminare il canone radio-televisivo. Una parte dell'elettorato invece è allettata dall'eliminazione del canone percepita come un vantaggio e come una giusta punizione verso la radio-televisione.
Si spenderà di meno dicono i proponenti dell'iniziativa. Questo argomento di per sé è imparabile per il pubblico, ed è molto demagogico. Occorre infatti dimostrare che l'eliminazione del canone non sarà un vantaggio ; che non è affatto vero che si spenderà meno, anzi che si dovrà spendere molto di più per avere accesso a emissioni che piacciono, che la qualità delle emissioni ne soffrirà. purtroppo ci si rassegna e si accetta il degrado come se fosse una fatalità. I promotori dell'iniziativa non spiegano quello che succederà quando il canone sarà abrogato, quando il servizio pubblico radiotelevisivo smetterà di funzionare perché non sarà più finanziato dall'ente pubblico. Occorre anche aggiungere che questo servizio è stato fin qui imparziale, neutrale anche se i promotori dell'abrogazione del canone, ossia coloro che invitano ad accettare con un voto positivo le proposte dell'iniziativa, cioè a dire sì a NoBillag ( si vede quanto sia pericolosa già nel lessico la tematica dell'iniziativa) sostengono che non è affatto il caso. In realtà il servizio radio-televisivo è andato spesso molto controcorrente, non ha promosso le spinte demagogiche, populiste, in parte xenofobe, che si ritrovano in tutto l'arco alpino protese a proteggere le tradizioni, il piccolo mondo antico, che non era proprio allettante come lo si pretende, la bontà del territorio. Quindi per i promotori dell'iniziativa la radio-televisione di stato va punita; via il canone, basta soldi raccolti con una tassa imposta a tutti.
Qui mi limiterò a un aneddoto, a un ricordo personale. Mio padre fu per molti anni membro della CORSI, la Cooperativa regionale per la Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana, un ente che doveva , se non erro, garantire l' indipendenza e la neutralità della radio e della televisione della Svizzera italiana. In quanto tale fu anche delegato della CORSI nel Comitato Nazionale elvetico della Radio Televisione (non so come si chiama ora questo organo) che si riuniva ogni tanto a Berna, nella capitale federale. Lui andava quindi da Lugano a Berna e non so nemmeno se ci andava da solo o se c'erano altri delegati ticinesi. Non sapeva il tedesco e non so come si svolgevano le riunioni. In ogni modo mi ricordo che si sentiva assai penalizzato. Non era però soltanto una questione di lingua. C'era dell'altro. Mentre alle riunioni della CORSI a Lugano sapeva cosa ci andava a fare non era del tutto in chiaro sulla sua funzione a Berna. Qualcosa lo percepiva: sapeva che doveva difendere la ripartizione della torta tra gli apparati radiotelevisivi delle tre regioni linguistiche del mondo elvetico, ma per effettuare questa missione con convincimento occorreva anche credere nella funzione della RSI ossia della radio-televisione della Svizzera italiana. Orbene ho i miei dubbi su questa consapevolezza. Con me non ne ha mai discusso, anche se avevo l'età per farlo.
La sua attività nella CORSI si situa negli ultimi anni della sua carriera politica tra gli anni 60 e 70 del XX secolo, ossia dopo i miei 20 anni. Mi ricordo che in casa contavano molto le diarie delle sedute. Il posto nella CORSI fu un contentino politico che gli fu dato dal partito nel quale militava. Il padre rappresentava nella CORSI i cattolici del partito conservatore, così si chiamava allora il PPD (acronimo per partito popolare democratico), una specie di democrazia cristiana locale. In linea di massima tutti i conservatori avrebbero dovuto essere dei cattolici in politica ma c'erano cattolici e cattolici. Il padre era vicino in parte, in certi momenti, alla curia vescovile perché era ossequioso di qualsiasi autorità. Lo era in quegli anni; Non saprei dire se era un cattolico del centro politico oppure un cattolico della destra politica. A quei tempi, inizio degli anni 60, nel Ticino non c'era ancora né la Lega dei Ticinesi fondata più tardi da Giuliano Bignasca, né CL (acronimo per Comunione e Liberazione). Il paesaggio politico era animato da tre partiti : quello liberale-radicale, quello socialista e e quello appunto conservatore. I tre partiti erano già in crisi come si scoprì in modo lampante nel corso degli anni 70. Compito di mio padre nella CORSI era dunque quello di fare valere e di difendere il punto di vista e le opinioni del mondo cattolico ticinese in seno alla radiotelevisione della Svizzera italiana dove c'era un dominio schiacciante liberal-radicale ( la maggioranza allora) e socialista. Non so se il padre fosse consapevole del ruolo della radiotelevisione della Svizzera italiana. Con me non ne ha mai parlato. Di sicuro voleva evitare che quell'ente diventasse un covo liberale-radicale o peggio ancora, per lui, socialista o cripto-comunista. Non so se ne ha parlato con i fratelli e le sorelle. Sapevo che andava alle riunioni, che le diarie erano benvolute dalla mamma, che si recava a Berna malvolentieri, almeno nei primi anni, ma non ho mai parlato con lui del fondo del problema. In casa, la faccenda della CORSI aveva poca rilevanza ed era soprattutto percepita come un ripiego, una questione di posti di lavoro da distribuire tra i tre partiti maggioritari, una chiave di ripartizione dei posti da difendere. Il suo compito era proprio quello di garantire che una determinata proporzione di posti fosse assegnata a persone con una sensibilità direi democristiana.
Mi chiedo cosa voterebbe ora. La sua scelta sarebbe stata dettata dalla curia e non so quale sia il parere odierno della curia ticinese sulla CORSI. A prima vista avrebbe potuto schierarsi per il no a NOBillag ma avrebbe anche potuto votare per il si a NOBillag, tirandosi la zappa sui piedi. La sua posizione sarebbe stata del tutto inconfortevole, come del resto accade a tutti coloro con posizioni ambigue. In fondo lui era agnostico in materia e si sarebbe lasciato influenzare da altri. Se la curia o qualcuno delle sfere ecclesiastiche non lo avesse pilotato a contare per lui sarebbe stato il parere o il calcolo della moglie, ossia di mia madre. A lei importavano i soldi ma lei era anche una persona di estrema destra che non ascoltava mai la radio ( come del resto il padre).
Attualmente le emissioni radiotelevisive elvetiche sono decentralizzate, indipendenti e sono plurilingue. Per esempio la radiotelevisione in italiano è trasmessa in tutto il mondo alpino elvetico. Questo significa che si possono vedere i programmi in italiano ovunque nella Confederazione, a Basilea come a Ginevra; stessa cosa per il francese e per il tedesco ( spesso nel dialetto tedesco alpino che varia da Basilea a Zurigo o a Berna). Ci sono anche emissioni in romancio. Purtroppo, ma questa osservazione in questo caso è di secondaria rilevanza, le emittenti elvetiche hanno spesso ignorato la presenza nel mondo alpino elvetico di una forte minoranza italofona non elvetica. Nella Confederazione elvetica prevale il principio linguistico territoriale. Italofoni riconosciuti di pieno diritto per le autorità elvetiche sono solo i nativi svizzeri, ma questa è un'altra storia. La televisione in italiano è fatta per gli Svizzeri italofoni, e non per altre nazionalità che usano l'italiano quotidianamente.
Riveniamo a NoBillag. Billag è la ditta incaricaricata di incassare il canone radio televisivo con il quale si pagano le emittenti nazionali ( francofoni, svizzero-tedesca e italofona). Nel Ticino, ossia nella parte meridionale del mondo alpino elvetico, funziona una radio con tre canali e una televisione con due canali per una popolazione locale, ossia ticinese, di pressapoco 300 000 persone. Senza il canone federale sarebbe impossibile mantenere un apparato del genere per una popolazione talmente esigua. Non entro qui nel merito della qualità dei programmi. Di questi tempi se ne discute assai. Alcuni furono e sono davvero eccellenti e altri discutibili. Il che è normale. Si va spesso a periodi. In taluni momenti la radio e la tv ticinese o svizzero-italiana per essere più precisi sono state davvero notevoli e hanno prodotto emissioni di alto livello culturale e politico. In altri periodi forse meno. Anche questo non è il puntosi cui vorrei discutere in questo post.
Dico subito però che voterò No a NoBillag, la denominazione dell'iniziativa perversa che propone di eliminare il canone radio-televisivo. Una parte dell'elettorato invece è allettata dall'eliminazione del canone percepita come un vantaggio e come una giusta punizione verso la radio-televisione.
Si spenderà di meno dicono i proponenti dell'iniziativa. Questo argomento di per sé è imparabile per il pubblico, ed è molto demagogico. Occorre infatti dimostrare che l'eliminazione del canone non sarà un vantaggio ; che non è affatto vero che si spenderà meno, anzi che si dovrà spendere molto di più per avere accesso a emissioni che piacciono, che la qualità delle emissioni ne soffrirà. purtroppo ci si rassegna e si accetta il degrado come se fosse una fatalità. I promotori dell'iniziativa non spiegano quello che succederà quando il canone sarà abrogato, quando il servizio pubblico radiotelevisivo smetterà di funzionare perché non sarà più finanziato dall'ente pubblico. Occorre anche aggiungere che questo servizio è stato fin qui imparziale, neutrale anche se i promotori dell'abrogazione del canone, ossia coloro che invitano ad accettare con un voto positivo le proposte dell'iniziativa, cioè a dire sì a NoBillag ( si vede quanto sia pericolosa già nel lessico la tematica dell'iniziativa) sostengono che non è affatto il caso. In realtà il servizio radio-televisivo è andato spesso molto controcorrente, non ha promosso le spinte demagogiche, populiste, in parte xenofobe, che si ritrovano in tutto l'arco alpino protese a proteggere le tradizioni, il piccolo mondo antico, che non era proprio allettante come lo si pretende, la bontà del territorio. Quindi per i promotori dell'iniziativa la radio-televisione di stato va punita; via il canone, basta soldi raccolti con una tassa imposta a tutti.
Qui mi limiterò a un aneddoto, a un ricordo personale. Mio padre fu per molti anni membro della CORSI, la Cooperativa regionale per la Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana, un ente che doveva , se non erro, garantire l' indipendenza e la neutralità della radio e della televisione della Svizzera italiana. In quanto tale fu anche delegato della CORSI nel Comitato Nazionale elvetico della Radio Televisione (non so come si chiama ora questo organo) che si riuniva ogni tanto a Berna, nella capitale federale. Lui andava quindi da Lugano a Berna e non so nemmeno se ci andava da solo o se c'erano altri delegati ticinesi. Non sapeva il tedesco e non so come si svolgevano le riunioni. In ogni modo mi ricordo che si sentiva assai penalizzato. Non era però soltanto una questione di lingua. C'era dell'altro. Mentre alle riunioni della CORSI a Lugano sapeva cosa ci andava a fare non era del tutto in chiaro sulla sua funzione a Berna. Qualcosa lo percepiva: sapeva che doveva difendere la ripartizione della torta tra gli apparati radiotelevisivi delle tre regioni linguistiche del mondo elvetico, ma per effettuare questa missione con convincimento occorreva anche credere nella funzione della RSI ossia della radio-televisione della Svizzera italiana. Orbene ho i miei dubbi su questa consapevolezza. Con me non ne ha mai discusso, anche se avevo l'età per farlo.
La sua attività nella CORSI si situa negli ultimi anni della sua carriera politica tra gli anni 60 e 70 del XX secolo, ossia dopo i miei 20 anni. Mi ricordo che in casa contavano molto le diarie delle sedute. Il posto nella CORSI fu un contentino politico che gli fu dato dal partito nel quale militava. Il padre rappresentava nella CORSI i cattolici del partito conservatore, così si chiamava allora il PPD (acronimo per partito popolare democratico), una specie di democrazia cristiana locale. In linea di massima tutti i conservatori avrebbero dovuto essere dei cattolici in politica ma c'erano cattolici e cattolici. Il padre era vicino in parte, in certi momenti, alla curia vescovile perché era ossequioso di qualsiasi autorità. Lo era in quegli anni; Non saprei dire se era un cattolico del centro politico oppure un cattolico della destra politica. A quei tempi, inizio degli anni 60, nel Ticino non c'era ancora né la Lega dei Ticinesi fondata più tardi da Giuliano Bignasca, né CL (acronimo per Comunione e Liberazione). Il paesaggio politico era animato da tre partiti : quello liberale-radicale, quello socialista e e quello appunto conservatore. I tre partiti erano già in crisi come si scoprì in modo lampante nel corso degli anni 70. Compito di mio padre nella CORSI era dunque quello di fare valere e di difendere il punto di vista e le opinioni del mondo cattolico ticinese in seno alla radiotelevisione della Svizzera italiana dove c'era un dominio schiacciante liberal-radicale ( la maggioranza allora) e socialista. Non so se il padre fosse consapevole del ruolo della radiotelevisione della Svizzera italiana. Con me non ne ha mai parlato. Di sicuro voleva evitare che quell'ente diventasse un covo liberale-radicale o peggio ancora, per lui, socialista o cripto-comunista. Non so se ne ha parlato con i fratelli e le sorelle. Sapevo che andava alle riunioni, che le diarie erano benvolute dalla mamma, che si recava a Berna malvolentieri, almeno nei primi anni, ma non ho mai parlato con lui del fondo del problema. In casa, la faccenda della CORSI aveva poca rilevanza ed era soprattutto percepita come un ripiego, una questione di posti di lavoro da distribuire tra i tre partiti maggioritari, una chiave di ripartizione dei posti da difendere. Il suo compito era proprio quello di garantire che una determinata proporzione di posti fosse assegnata a persone con una sensibilità direi democristiana.
Mi chiedo cosa voterebbe ora. La sua scelta sarebbe stata dettata dalla curia e non so quale sia il parere odierno della curia ticinese sulla CORSI. A prima vista avrebbe potuto schierarsi per il no a NOBillag ma avrebbe anche potuto votare per il si a NOBillag, tirandosi la zappa sui piedi. La sua posizione sarebbe stata del tutto inconfortevole, come del resto accade a tutti coloro con posizioni ambigue. In fondo lui era agnostico in materia e si sarebbe lasciato influenzare da altri. Se la curia o qualcuno delle sfere ecclesiastiche non lo avesse pilotato a contare per lui sarebbe stato il parere o il calcolo della moglie, ossia di mia madre. A lei importavano i soldi ma lei era anche una persona di estrema destra che non ascoltava mai la radio ( come del resto il padre).
mercredi 20 décembre 2017
Giono
Ho letto per diletto "Provence" di Jean Giono, pubblicato da Gallimard, Parigi, nella collezione Folio. Premetto che i testi di Giono non sono il mio genere, ma debbo riconoscere che Giono scriveva benissimo, è una pena brillante, è un osservatore raffinato, coniuga dettagli del paesaggio o emozioni di ogni genere con la letteratura classica. Per esempio i viticoltori diventano dei poeti che lo fanno pensare a Omero.
In questa raccolta di saggi, sono riuniti articoli, testi, interviste in cui Giono parla della Provenza. Molte pagine sono affascinanti, profumano di Sud proprio perché l'autore l'ha percorso in lungo e in largo e sa parlarne con grande bravura. Descrive momenti strabilianti come la nascita delle foglie delle querce in primavera. Le querce non perdono le foglie in inverno. I piccioli, robusti nonostante le folate di vento impediscono alle foglie i cadere durante la cosiddetta brutta stagione e gli alberi conservano la loro veste anche se di colore diverso durante tutto l'inverno. Le foglie sono secche, marroncino chiaro.
Ci sono molti passaggi affascinanti. Per esempio quando Giono descrive gli ulivi della costa , quelli della Bassa Provenza e quelli della montagna ( così per dire, perché qui si è in Alta Provenza, si è n montagna a 300, 600, 800 metri).
La bestia nera di Giono è la Nazionale 7, la strada che negli anni 50 del ventesimo secolo ha permesso ai Parigini e alla gente del Nord della Francia di raggiungere il Sud, il Mediterraneo. Oggigiorno la Nazionale 7 è un rudere d'archivio, soppiantata dall'autostrada, l'A6 fino a Orange dove si divide: un ramo va verso destra 5 quando si viene dal Nord), ossia verso Montpellier e la Spagna e l'altro verso sinistra, ossia verso Aix-en-Provence , Marsiglia, la Costa Azzurra e l'Italia. Giono non ha visto le autostrade né le linee dell'alta velocità dei treni ( i TGV). Non ne avrebbe parlato molto bene.
Giono è un romantico che decanta la bellezza della Provenza di un tempo, ossia dagli inizi del Novecento su su fino agli anni Trenta, quando si allevavano ancora cavalli nelle fattorie dei villaggi attorno ad Avignone. Inneggia alla grandezza e alla bellezza della povertà , di un mondo duro, di gente testarda che lotta per sopravvivere, che viaggia a piedi, con scarpe chiodate. Qua e là ce ne sono ancora di personaggi del genere ma la Provenza odierna è molto diversa , è populista, ossia molto anti-governativa ( forse è sempre stata così), molto favorevole alle tesi del Front National ossia dell'estrema destra francese. E' abitata anche da tanti pensionati venuti dal Nord della Francia. La Provenza è protestataria per natura si potrebbe dire. In passato ha accolto giansenisti, perseguitati di ogni bordo, protestanti , e poi oggigiorno accoglie schiere di pensionati che difendono le loro concezioni nostalgiche del passato, che disubbidiscono al governo centrale parigino percepito come una minaccia per il proprio benessere. Giono descrive con lirismo la vita provenzale degli inizi del Novecento ma scrive nel 1950 o giù di lì. E' dunque un nostalgico del tempo che fu, il quale può sembrare bello ma non lo era affatto. La descrizione della spremitura delle olive nel testo intitolato "Arcadie!Arcadie!"è esemplare da questo punto di vista. Certo, quel mondo è scomparso con i suoi profumi e i suoi gusti ( la musica, le canzoni per esempio) ma un altro mondo è nato . Giono alla fin fine contesta la tecnica, il progresso, che per lui non è che regressione. Non lo dice espressamente ma lo si intuisce. La descrizione dei frantoi dove si ottiene l'olio d'oliva ne è una conferma. Belli , anzi affascinanti sono per lui i frantoi tradizionali mentre indegni sono i frantoi moderni, in acciaio. Le macchine inossidabili al posto degli impianti d'un tempo non sono che il segno della scomparsa di una cultura, di un modo di vivere imperniato attorno all'olio di uliva. Si potrebbe dire la stessa cosa del vino, ma Giono non parla della cantine sociali sorte negli anni Trenta. Esalta invece il viticoltore singolo con la sua parcella, il suo vino. Non parla dei vini né tanto meno della crisi della produzione vinicola che a quei tempi era di là da venire. Il Côte du Rhône era allora usato per rinforzare i vini nobili francesi soprattutto i bordeaux e i bourgognes. Non era un vino prestigioso come lo è diventato ora. Il sistema di produzione vinicola è radicalmente mutato oggigiorno rispetto all'inizio del Novecento. Giono non ne poteva parlare e si è limitato a descrivere in termini idilliaci la piccolissima produzione singola di allora. Si produceva male e si beveva.
Si può capire come l'autore sia diventato una guida per certe correnti ecologiste, anti-industrialiste, neoluddistiche. I suoi testi li trovo ambigui. Esaltano la povertà, l'autosufficienza alimentare, la cultura locale, i modi di vita ancestrali: pochi animali nelle case coloniche sparse nella Provenza, pochi metri quadrati di orto per famiglia. Solo quanto è necessario per vivere, e via di seguito. Si vedano le pagine dedicate alla vita rude nella valle di Asse, Alpi Marittime. Denigra lo sviluppo tecnologico, l'industrializzazione. Lo paragono agli autori che decantavano la vita alpina. Quel mondo povero è scomparso. Si è persa anche la filosofia della gente che lo abitava. E' un male? Non tutto il mondo che lo ha sostituito è bello. Va da sé, ma neppure quel mondo era idilliaco, piacevole. Era duro, molto ingiusto. La nostalgia inganna.
In questa raccolta di saggi, sono riuniti articoli, testi, interviste in cui Giono parla della Provenza. Molte pagine sono affascinanti, profumano di Sud proprio perché l'autore l'ha percorso in lungo e in largo e sa parlarne con grande bravura. Descrive momenti strabilianti come la nascita delle foglie delle querce in primavera. Le querce non perdono le foglie in inverno. I piccioli, robusti nonostante le folate di vento impediscono alle foglie i cadere durante la cosiddetta brutta stagione e gli alberi conservano la loro veste anche se di colore diverso durante tutto l'inverno. Le foglie sono secche, marroncino chiaro.
Ci sono molti passaggi affascinanti. Per esempio quando Giono descrive gli ulivi della costa , quelli della Bassa Provenza e quelli della montagna ( così per dire, perché qui si è in Alta Provenza, si è n montagna a 300, 600, 800 metri).
La bestia nera di Giono è la Nazionale 7, la strada che negli anni 50 del ventesimo secolo ha permesso ai Parigini e alla gente del Nord della Francia di raggiungere il Sud, il Mediterraneo. Oggigiorno la Nazionale 7 è un rudere d'archivio, soppiantata dall'autostrada, l'A6 fino a Orange dove si divide: un ramo va verso destra 5 quando si viene dal Nord), ossia verso Montpellier e la Spagna e l'altro verso sinistra, ossia verso Aix-en-Provence , Marsiglia, la Costa Azzurra e l'Italia. Giono non ha visto le autostrade né le linee dell'alta velocità dei treni ( i TGV). Non ne avrebbe parlato molto bene.
Giono è un romantico che decanta la bellezza della Provenza di un tempo, ossia dagli inizi del Novecento su su fino agli anni Trenta, quando si allevavano ancora cavalli nelle fattorie dei villaggi attorno ad Avignone. Inneggia alla grandezza e alla bellezza della povertà , di un mondo duro, di gente testarda che lotta per sopravvivere, che viaggia a piedi, con scarpe chiodate. Qua e là ce ne sono ancora di personaggi del genere ma la Provenza odierna è molto diversa , è populista, ossia molto anti-governativa ( forse è sempre stata così), molto favorevole alle tesi del Front National ossia dell'estrema destra francese. E' abitata anche da tanti pensionati venuti dal Nord della Francia. La Provenza è protestataria per natura si potrebbe dire. In passato ha accolto giansenisti, perseguitati di ogni bordo, protestanti , e poi oggigiorno accoglie schiere di pensionati che difendono le loro concezioni nostalgiche del passato, che disubbidiscono al governo centrale parigino percepito come una minaccia per il proprio benessere. Giono descrive con lirismo la vita provenzale degli inizi del Novecento ma scrive nel 1950 o giù di lì. E' dunque un nostalgico del tempo che fu, il quale può sembrare bello ma non lo era affatto. La descrizione della spremitura delle olive nel testo intitolato "Arcadie!Arcadie!"è esemplare da questo punto di vista. Certo, quel mondo è scomparso con i suoi profumi e i suoi gusti ( la musica, le canzoni per esempio) ma un altro mondo è nato . Giono alla fin fine contesta la tecnica, il progresso, che per lui non è che regressione. Non lo dice espressamente ma lo si intuisce. La descrizione dei frantoi dove si ottiene l'olio d'oliva ne è una conferma. Belli , anzi affascinanti sono per lui i frantoi tradizionali mentre indegni sono i frantoi moderni, in acciaio. Le macchine inossidabili al posto degli impianti d'un tempo non sono che il segno della scomparsa di una cultura, di un modo di vivere imperniato attorno all'olio di uliva. Si potrebbe dire la stessa cosa del vino, ma Giono non parla della cantine sociali sorte negli anni Trenta. Esalta invece il viticoltore singolo con la sua parcella, il suo vino. Non parla dei vini né tanto meno della crisi della produzione vinicola che a quei tempi era di là da venire. Il Côte du Rhône era allora usato per rinforzare i vini nobili francesi soprattutto i bordeaux e i bourgognes. Non era un vino prestigioso come lo è diventato ora. Il sistema di produzione vinicola è radicalmente mutato oggigiorno rispetto all'inizio del Novecento. Giono non ne poteva parlare e si è limitato a descrivere in termini idilliaci la piccolissima produzione singola di allora. Si produceva male e si beveva.
Si può capire come l'autore sia diventato una guida per certe correnti ecologiste, anti-industrialiste, neoluddistiche. I suoi testi li trovo ambigui. Esaltano la povertà, l'autosufficienza alimentare, la cultura locale, i modi di vita ancestrali: pochi animali nelle case coloniche sparse nella Provenza, pochi metri quadrati di orto per famiglia. Solo quanto è necessario per vivere, e via di seguito. Si vedano le pagine dedicate alla vita rude nella valle di Asse, Alpi Marittime. Denigra lo sviluppo tecnologico, l'industrializzazione. Lo paragono agli autori che decantavano la vita alpina. Quel mondo povero è scomparso. Si è persa anche la filosofia della gente che lo abitava. E' un male? Non tutto il mondo che lo ha sostituito è bello. Va da sé, ma neppure quel mondo era idilliaco, piacevole. Era duro, molto ingiusto. La nostalgia inganna.
jeudi 7 décembre 2017
Premio letterario in Francia : il Goncourt 2017
Ho appena finito di leggere il libro del vincitore del Goncourt 2017, cioè il premio letterario più ambito in Francia. Quest'anno ha vinto Eric Vuillard, con L'orde du jour, pubblicato da Actes Sud. Vuillard è un giovane, nato a Lione nel 1968. Premio meritato secondo me. Bella scrittura e racconto avvincente. Testo breve di 150 pagine in francese. Vi si descrive l'invasione dell'Austria ( l'Anchluss) raccontata con cortissimi capitoli che narrano la vicenda drammatica vissuta dai principali attori: i 24 magnanti della grande industria tedesca, Hitler, il povero popolo austriaco ( quello che ha accolto trionfalmente i nazisti e la piccola minoranza che ha resistito), il presidente dell'Austria Kurt von Schuschnigg, che non esce molto bene nel libro, il quale ha finito per cedere alla prepotenza hitleriana e che è diventato nel dopoguerra nonostante tutto professore di scienze politiche in una università negli USA, gli ebrei austriaci. Spero che questo volumetto sarà tradotto in italiano da qualche editore illuminato.
mardi 31 octobre 2017
Non sparate sul...docente
Ho appena finito di leggere il libro di Eric Debarbieux intitolato appunto "Ne tirez pas sur l'école", Sottotitolo: "...Réformez-la vraiment". Editore Armand Colin, Parigi , uscito nel settembre di quest'anno.
Debarbieux insegna ora all'università di Creteil (periferia di Parigi) ed è stato per alcuni anni , delegato nazionale francese alla lotta contro la violenza scolastica, fuori e dentro le scuole. Di solito non leggo libri di pedagogia , ma questo di Dedarbieux mi intrigava, anche perché l'autore aveva scritto cose eccellenti sulla violenza scolastica. Il libro mi ha deluso. E' in realtà un pamphlet di difesa del corpo insegnante e di critica contro i tradizionalisti e gli anti pedagogisti. Piuttosto filo-governativo, nel senso che elogia parecchie decisioni ministeriali, ossia del centro o del livello scolastico più elevato, cioè il Ministero dell'Educazione Nazionale, che gestisce l'immenso apparato della scuola statale francese ( più di un milione di persone lavorano in questo servizio). Qua e là nel volume si difendono le molteplici decisioni in favore dell'inclusione degli studenti in gravi difficoltà scolastiche e in parecchie occasioni l'autore attacca i tradizionalisti , gli anti-pedagogisti, che rivendicano un ritorno alla scuola del passato. Con argomenti talora convincenti si dimostra che l'inclusione non è affatto una zavorra che frena i migliori. A questo riguardo l'autore cita a più riprese, senza nessuna distanza critica, i risultati dei quindicenni francesi nell'indagine internazionale PISA e ne accetta il responso: i risultati dei Francesi sono quelli di un sistema scolastico non eccelso, né strepitoso né, pessimo. Questa classifica va accettata e lui è uno dei rari in Francia che l'accettano, che ne parla, ma che non tira conclusioni catastrofiche. Mi vengono in mente le analisi di Denis Meuret, un economista che ha insegnato all'università di Digione, il quale ha pure esaminato in modo molto più approfondito i punteggi dei quindicenni francesi nell'indagine PISA e li ha interpretati in un'ottica comparata, mettendo in evidenza i punti deboli, i difetti, della scuola francese. Il divario tra i due è enorme, anche se qua e là i due si assomigliano , quando per esempio comparano i punteggi del sistema scolastico del Québec con quello francese.
Debarbieux si è formato nel settore che un tempo si chiamava la scuola speciale, ossia nei servizi che cercano di evitare l'affondamento degli studenti, che li aiutano a stare a galla. E' favorevole a una scuola inclusiva, alle classi eterogenee, nelle quali convivono studenti forti e studenti deboli; L'inclusione è un compito immane anche se le percentuali del numero di studenti bisognosi di aiuto non è elevatissimo. I casi sono pero`molto complessi. Occorre essere preparati e forti non solo professionalmente ma anche mentalmente per tenere classi di pochi studenti totalmente persi, sbandati, restii a apprendere; isolati talora in casa, spesso nella scuola, sempre nella società; Molti casi sono gravi , con studenti caratteriali, con problemi di comportamento, di inserimento sociale. Poi si è occupato di violenza scolastica , ha ampliato gli orizzonti e nel libro tratta della violenza in seno alle scuole, quella che esiste tra gli adulti dentro le scuole. Nel suo passato ha avuto un'esperienza nelle scuole di Freinet e se ne serve per mostrare tutta l'efficacia della cooperazione tra dirigenti, tra dirigenti e insegnanti,tra insegnanti e famiglie, e via dicendo. Ma anche la cooperazione non è semplice da gestire e da promuovere. Elogia i provvedimenti del Ministero che favoriscono questa prassi e denuncia la mancanza di mezzi.
Nondimeno il suo cavallo di battaglia restano gli anti-pedagogisti. Debarbieux non li sopporta e difende i pedagogisti che per lui sono la scuola russoniana, la nuova pedagogia, Non cita le scoperte dei costruttivisti e difende a spada tratta le valutazioni che sono uno strumento per conoscere la realtà scolastica.
Per me Debarbieux resta ambiguo soprattutto quando parla di formazione iniziale degli insegnanti negli ultimi capitoli. E' molto astratto, parecchio teorico, privo di dati sicuri che né in Francia né in Italia ci sono ma che nelle università USA si producono sui modelli di formazione iniziale e in servizio degli insegnanti. Non solo teoria ma messa alla prova, raccolta di misure. Ci vuole ingegno, perspicacia per farlo. Leggendolo, si capisce che la riforma della scuola sarà lentissima, che richiederà parecchio tempo, molto di più di quello che avevo pronosticato. Qualcosa cambia, non tutto quel che si fa è errato, i fondi mancano ma si può produrre molto con poco o nulla, i dati ci sono, si è cominciato a interpellare la realtà e a raccogliere informazioni su situazioni che un tempo si davano per scontate o peggio ancora come incommensurabili.
Debarbieux insegna ora all'università di Creteil (periferia di Parigi) ed è stato per alcuni anni , delegato nazionale francese alla lotta contro la violenza scolastica, fuori e dentro le scuole. Di solito non leggo libri di pedagogia , ma questo di Dedarbieux mi intrigava, anche perché l'autore aveva scritto cose eccellenti sulla violenza scolastica. Il libro mi ha deluso. E' in realtà un pamphlet di difesa del corpo insegnante e di critica contro i tradizionalisti e gli anti pedagogisti. Piuttosto filo-governativo, nel senso che elogia parecchie decisioni ministeriali, ossia del centro o del livello scolastico più elevato, cioè il Ministero dell'Educazione Nazionale, che gestisce l'immenso apparato della scuola statale francese ( più di un milione di persone lavorano in questo servizio). Qua e là nel volume si difendono le molteplici decisioni in favore dell'inclusione degli studenti in gravi difficoltà scolastiche e in parecchie occasioni l'autore attacca i tradizionalisti , gli anti-pedagogisti, che rivendicano un ritorno alla scuola del passato. Con argomenti talora convincenti si dimostra che l'inclusione non è affatto una zavorra che frena i migliori. A questo riguardo l'autore cita a più riprese, senza nessuna distanza critica, i risultati dei quindicenni francesi nell'indagine internazionale PISA e ne accetta il responso: i risultati dei Francesi sono quelli di un sistema scolastico non eccelso, né strepitoso né, pessimo. Questa classifica va accettata e lui è uno dei rari in Francia che l'accettano, che ne parla, ma che non tira conclusioni catastrofiche. Mi vengono in mente le analisi di Denis Meuret, un economista che ha insegnato all'università di Digione, il quale ha pure esaminato in modo molto più approfondito i punteggi dei quindicenni francesi nell'indagine PISA e li ha interpretati in un'ottica comparata, mettendo in evidenza i punti deboli, i difetti, della scuola francese. Il divario tra i due è enorme, anche se qua e là i due si assomigliano , quando per esempio comparano i punteggi del sistema scolastico del Québec con quello francese.
Debarbieux si è formato nel settore che un tempo si chiamava la scuola speciale, ossia nei servizi che cercano di evitare l'affondamento degli studenti, che li aiutano a stare a galla. E' favorevole a una scuola inclusiva, alle classi eterogenee, nelle quali convivono studenti forti e studenti deboli; L'inclusione è un compito immane anche se le percentuali del numero di studenti bisognosi di aiuto non è elevatissimo. I casi sono pero`molto complessi. Occorre essere preparati e forti non solo professionalmente ma anche mentalmente per tenere classi di pochi studenti totalmente persi, sbandati, restii a apprendere; isolati talora in casa, spesso nella scuola, sempre nella società; Molti casi sono gravi , con studenti caratteriali, con problemi di comportamento, di inserimento sociale. Poi si è occupato di violenza scolastica , ha ampliato gli orizzonti e nel libro tratta della violenza in seno alle scuole, quella che esiste tra gli adulti dentro le scuole. Nel suo passato ha avuto un'esperienza nelle scuole di Freinet e se ne serve per mostrare tutta l'efficacia della cooperazione tra dirigenti, tra dirigenti e insegnanti,tra insegnanti e famiglie, e via dicendo. Ma anche la cooperazione non è semplice da gestire e da promuovere. Elogia i provvedimenti del Ministero che favoriscono questa prassi e denuncia la mancanza di mezzi.
Nondimeno il suo cavallo di battaglia restano gli anti-pedagogisti. Debarbieux non li sopporta e difende i pedagogisti che per lui sono la scuola russoniana, la nuova pedagogia, Non cita le scoperte dei costruttivisti e difende a spada tratta le valutazioni che sono uno strumento per conoscere la realtà scolastica.
Per me Debarbieux resta ambiguo soprattutto quando parla di formazione iniziale degli insegnanti negli ultimi capitoli. E' molto astratto, parecchio teorico, privo di dati sicuri che né in Francia né in Italia ci sono ma che nelle università USA si producono sui modelli di formazione iniziale e in servizio degli insegnanti. Non solo teoria ma messa alla prova, raccolta di misure. Ci vuole ingegno, perspicacia per farlo. Leggendolo, si capisce che la riforma della scuola sarà lentissima, che richiederà parecchio tempo, molto di più di quello che avevo pronosticato. Qualcosa cambia, non tutto quel che si fa è errato, i fondi mancano ma si può produrre molto con poco o nulla, i dati ci sono, si è cominciato a interpellare la realtà e a raccogliere informazioni su situazioni che un tempo si davano per scontate o peggio ancora come incommensurabili.
samedi 24 juin 2017
Il blog dell'OCSE sull'educazione
In una settimana il blog sull'educazione dell'OCSE ha pubblicato quattro post . I post sono contributi corti, di quattro pagine di solito , nei quali ci si concentra su alcuni temi a proposito dei quali si può' dire qualcosa di politico traendo osservazioni dai progetti sulla scuola dell'OCSE e soprattutto dalla miniera di dati comparati raccolti con l'indagine PISA. Adesso si sfruttano le informazioni fornite nell'indagine PISA del 2015 che verteva principalmente sulla cultura scientifica e aveva un addentellato sulle conoscenze elementari di economia e finanze dei quindicenni . Test tra l'altro molto bello Il blog e' in inglese. Non esiste una versione in italiano.
Ecco i quatto post di questa settimana:
Ecco i quatto post di questa settimana:
Rethinking the learning environment by Rose Bolognini
http://oecdeducationtoday.blogspot.fr/2017/06/rethinking-learning-environment.html?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed:+EducationtodayBlog+(educationtoday+blog
Il post presenta i risultati di un progetto del CERI sui contesti scolastici (Innovative Learning Environments )
Priming up for primary school by Andreas Schleicher
http://oecdeducationtoday.blogspot.fr/2017/06/rethinking-learning-environment.html
Post del capo della Direzione dell'educazione dell'OCSE ehe commenta il primo insieme di indicatori comparati dell'OCSE sull'educazione prescolastica
Studying more may not make you a top-performer by Hélène Guillouel
http://oecdeducationtoday.blogspot.fr/2017/06/studying-more-may-not-make-you-top.html?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed:+EducationtodayBlog+(educationtoday+blog)
Post che sfrutta i dati dell'indagine PISA gia' trattati da PISA in Focus No. 73. Gli studenti studiano anche in Finlandia.
Who makes it into PISA? by Nicholas Spaull
http://oecdeducationtoday.blogspot.fr/2017/06/who-makes-it-into-pisa.html?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed:+EducationtodayBlog+(educationtoday+blog)
Altro post che sfrutta la miniera di dati più' o meno comparabili dell'indagine PISA, in questo caso dell'indagine PISA 2015. Il post e' tecnico e tratta appunto di comparabilità', di classifiche . Mostra come i risultati della Turchia, del Messico, dell'Indonesia, del Vietnam possono essere interpretati in modo diverso se si tiene conto delle politiche scolastiche nazionali.
Tra questi quattro post mi soffermerei sul primo e sul terzo, Il post di Schleicher sull'educazione prescolastica riprende con dati alla mano una lunga serie di progetti dell'OCSE sull'educazione prescolastica iniziata allOCSE nel 1975 . Gia' allora si sapeva che i programmi di educazione prescolastica erano benefici . Ma a quei tempi si riteneva che per riuscire ci volessero politiche sociali intersettoriali. Adesso ci si concentra sulle politiche scolastiche . Non a caso si parla di scuole materne e non di educazione prescolastica. L'obiettivo principale condiviso dalla classe politica e' la preparazione alla scolarita' vera e propria, ossia la metamorfosi del bambino in discepolo, in scolaro. Si ritiene che forse in questo modo si riusciranno a ottenere più risorse per l'educazione prescolastica che gradualmente diventa' obbligatoria. Un'altra via per estendere i sistemi scolastici.Si inizia prima "la scuola" , mentre il miglioramento delle condizioni di vita dei poveri, dell'alloggio, della sanità per i piccoli, sono altri problemi. Oggigiorno si da' per scontato che le scuole materne sono un elemento del sistema scolastico. Nel 1975 ci si chiedeva se i Ministeri dell'Istruzione fossero competenti per attuare politiche intersettoriali per l'infanzia.
L'accountability: può risolvere i problemi della scuola?
Nel blog della fondazione USA "Brookings Institution" ( Articolo in inglese, cliccare sulla dicitura per accedere all'originale) ci si chiede se la rendicontazione , ossia se la trasparenza, o l'obbligo di rendere conto sono una soluzione per migliorare la scolarità'. La risposta data da due collaboratori della fondazione e' equilibrata: forse, talora, può succedere ma di per se' non basta. Dunque e' inutile fondare grandi speranze anche sulla "accountability " . A parte le difficolta' che si incontrano per attuarla, l'accountability non risolve i problemi della scolarizzazione, ossia non concorre a migliorare la media dei risultati scolastici come si misura oggigiorno. Ci vuole altro. Nondimeno l'accountability e' un miraggio affascinante, accecante. Certamente laddove si riesce a attuarla qualcosa di buono succede. Ma la ricetta non e' universale e la politica scolastica deve correre alquanto non dico per imporla ma per attuarla. Imporre e' relativamente facile quando si padroneggiano le leggi dell'amministrazione statale e quando si controlla la propria maggioranza politica; attuarla e' invece un altro paio di maniche come lo dimostra il debole contagio dell'accountability nel settore privato.
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