mardi 1 octobre 2013

Valutazione del servizio scolastico statale in Italia

Sono sempre stupito nel leggere i numerosi interventi sulla valutazione che appaiono in diversi forum sulla scuola italiana esistenti in rete e su vari giornali italiani, cartacei o meno. Si parla per partito preso e non si precisa che in Italia manca pressoché totalmente una scuola della valutazione, che formi valutatori scolastici competenti. Il numero di studenti italiani che intraprendono una laurea di ricerca sulla valutazione scolastica è esiguo. Pochissimi studenti si specializzano in questo campo. E' del tutto assente una comunità scientifica italiana della valutazione scolastica.
Nelle pubblicazioni spesso si mescola la rava e la fava: la valutazione degli insegnanti, la valutazione dei dirigenti scolastici, la valutazione delle scuole, la valutazione degli studenti, la valutazione del sistema scolastico, quello paritario incluso. Orbene, queste valutazioni sono diverse l'una dall'altra. Si afferma talora in modo perentorio che l'istruzione scolastica, l'insegnamento, sono di per sé non valutabili e quindi si chiude la porta a qualsiasi progresso  scientifico, come se si potesse fare a meno oggigiorno degli antibiotici. Quando ero bambino la penicillina era una rarità e i bambini morivano come mosche. adesso ci sono antibiotici di ogni tipo che guariscono da gravi infezioni e salvano moltissime vite.
Qui mi limito a parlare della valutazione del servizio scolastico statale il quale non si ferma alla valutazione dell'istruzione formale alla fine dell'insegnamento secondario di secondo grado. Ci sono inoltre vari modi di valutare ma mi sembra che  in molti interlocutori italiani la valutazione non sia che quella empirica basata su prove strutturate , che taluni ancora chiamano quiz, in talune discipline  i cui risultati sono  analizzati in maniera matematica.
Vorrei solo ricordare che la valutazione è una scienza, che questa scienza non è perfetta ma che è perfettibile secondo modalità tipiche del lavoro scientifico, che questa scienza ha una storia alle spalle, che se da un lato si compiono errori dall'altro si registrano anche progressi. Sulla valutazione del servizio scolastico statale esiste un dibattito teorico ed uno metodologico. In mancanza di una scuola di formazione sulla valutazione, in Italia si dibatte alla grande con voli pindarici strabilianti. Occorrerebbe invece mettersi al lavoro, rimboccare le mani, comparare i risultati, rifare le valutazioni, incitare il MIUR a calmarsi con le sue richieste, a ponderarle prima di imporre per decreto valutazioni di ogni genere e formare i valutatori. Ci vorranno almeno una decina di anni per giungere ad ottenere la presenza di un nucleo critico di valutatori del servizio scolastico statale. Anche la valutazione del servizio scolastico statale è una scienza democratica, una scienza dei cittadini che si interessano di istruzione e formazione, una scienza che non esclude gli insegnanti, ma non è compito degli insegnanti pilotare le valutazioni del servizio scolastico nel quale operano e dal quale sono retribuiti.

lundi 30 septembre 2013

Charter Schools

In Italia molte persone che giustamente operano per migliorare il servizio scolastico statale,  che non è ovunque perfetto come ormai ben si sa,  sognano e propongono di adottare il modello USA delle "Charter Schools". Sono allibito di fronte a cotale superficialità.

Il modello USA delle "Charter Schools"è la formula più avanzata di autonomia scolastica finora attuata nel settore statale. Gli Inglesi hanno cercato di copiarlo con le "School Academies". Orbene, il modello delle "Charter Schools" esiste negli USA da una ventina d'anni e non ha fin qui convinto. I promotori si sono illusi che con l'attribuzione di una maggiore indipendenza e autonomia alle singole scuole il rendimento scolastico degli studenti misurato con test di competenze e conoscenze nella comprensione di testi scritti e della matematica, esiti  spesso assunti come misura del  rendimento delle scuole, migliorasse sensibilmente. Ciò non è successo e sono invece  capitate varie altre cosucce assai interessanti. In ogni modo l'esperimento delle "Charter Schools" non ha dato l'esito scontato. Inoltre, il servizio scolastico tradizionalista ha frenato alla grande e inventato tutta una serie di lacci per imbrigliare le "Charter Schools". Il risultato è paradossale: gli esiti delle "Charter Schools" in media , sul territorio degli USA, non divergono da quelli delle scuole cosiddette tradizionaliste. Ci sono centinaia di indagini scientifiche sul funzionamento delle "Charter Schools", sul confronto tra "Charter Schools" da un lato e le scuole tradizionaliste dall'altro. Ne ho segnalate parecchie nel mio sito www.oxydiane.net .  Quindi prima di invocare la soluzione delle "Charter Schools" sarebbe opportuno studiare da vicino i limiti della sperimentazione, i difetti, le tendenze, i fenomeni generati da questa operazione. Forse le "Charter Schools" rappresentano una via per la scolarizzazione nel XXI secolo e per salvare il servizio scolastico statale ma ciò non è affatto sicuro.

lundi 9 septembre 2013

Enfants valises: figli di immigrati nel servizio scolastico statale francese

Sono andato ieri, 8 settembre, a vedere il documentario "Enfants Valises" proiettato alle 11 di mattina nella sala cinematografica "L' Escurial" nel 13esimo quartiere di Parigi. Il documentario riguardava l'accoglienza di giovani immigrati clandestini, privi di documenti , minori con un'età inferiore ai 16 anni che secondo la legge francese non possono essere espulsi dalla scuola ed anzi devono essere accolti nella scuola dell'obbligo.

L'autore del documentario Xavier de Lauzanne ha seguito per un intero anno una classe in una scuola media del 20esimo quartiere di Parigi. La classe era composta in gran parte di maschi di colore e di alcune ragazze pure di colore. Tutti provenivano dai paesi dell'Africa francofona. Tutti biascicavano il francese come lo si parla nei paesi africani subsahariani. Classe quindi relativamente omogenea composta di ragazzotti e femmine, della stessa età, con una lingua in comune, il francese, protetti dalla scuola. Alcuni erano nati in Francia, alcuni avevano perfino la nazionalità francese. Non ho capito perché erano finiti lì dentro , in una classe speciale detta "classe d'accueil". Il titolo del film è quindi sbagliato. Non tutti gli studenti erano "enfants valises" sbarcati in Francia illegalmente. Taluni anche se privi di documenti erano accolti  dalle famiglie o dai fratelli maggiori. altri avevano già la nazionalityà francese.

Il regista si è ben guardato dal mettere in evidenza la povertà di questi studenti e di soffermarsi sulla segregazione del sistema scolastico con l'apertura di queste classi. Di questi studenti del resto non si sa nulla, non si sa quali lingue parlano, non si conosce la religione, non si ha un'idea di cosa mangino. Il regista, presente alla proiezione ha più volte ripetuto che voleva filmare questi studenti come se fossero adolescenti "normali" ,  come giovani qualunque che vivono immersi nelle metropoli. A differenza del film " La classe" non si vede nessun compagno francese nel documentario. La classe è isolata dalle altre classi. Penosa è la lunga sequenza dedicata all'orientamento professionale. Parlare di dilettantismo in questo caso sarebbe eccessivo. In questo passaggio è rivelata la miseria del sistema scolastico, la pretesa delle anime angeliche che vi operano di fare del bene. Nel film appare una sola insegnante, un'anima pia, dolce, che si dà molto da fare, un angelo del focolare per l'appunto, un'insegnante con la vocazione come si diceva un tempo. Ho anche pensato al film "L'esquive" perché anche nella classe del documentario si legge un classico, un testo di Blaise Cendras ed alla fine dell'anno si fa una festa. Xavier de Lauzanne non poteva ignorare questi precedenti.

La scena  che mi ha più colpito è stata quella della camera da letto di uno degli studenti: un locale con sei o sette letti a castello per i fratelli. I genitori erano morti ed il fratello maggiore si occupava di tutti.

Sono andato a vedere il film quasi per dovere professionale. Ritengo giusto che la scuola sia un santuario impenetrabile per la polizia o per qualsiasi tipo di autorità incaricata dell'ordine o del disordine pubblico. Clandestini o meno, con o senza documenti, i giovani immigrati vanno accolti nelle scuole e vanno aiutati, se necessario istruiti. La padronanza della lingua locale è un passaggio indispensabile per attuare tutte le pratiche successive necessarie per trovare un lavoro, per ottenere i documenti che offrono un minimo di protezione sociale.  La soluzione illustrata nel documentario "Enfants Valises" è errata, arbitraria, artificiosa.

Quando ero a Ginevra c'erano classi del genere ma molto più complesse, con giovani provenienti da diverse parti del mondo, che padroneggiavano lingue diverse, messi assieme nella stessa classe. Anche a Ginevra il modello non funzionava, ma  per tutt'altre ragioni di quelle che concorrono a spiegare il fallimento del modello parigino o francese (suppongo che classi del genere ci siano in tutta la Francia). Questi studenti non sono dei minorati, non sono dei debili mentali. Sono , come appunto afferma De Lauzanne, persone "normali", ma che provengono da un altro mondo, sono poveri, vivono in ambienti precari, praticano valori diversi da quelli proposti dal servizio scolastico d'istruzione e formazione. Occuparsene costa assai, perché non si possono isolare e rinchiudere in un'aula speciale.

Il film non mi è piaciuto, era sbagliato, ha evitato questioni scottanti come quelle di politica scolastica: chi ha voluto queste classi? Perché sono state create?


lundi 12 août 2013

Una vita altrove

Da tempo mi chiedo da dove vengo, ossia mi interrogo sulla mia identità. Non so se sia una cosa seria,  se occorra davvero chiederselo. Penso di no. Per me non è un aspetto  rilevante almeno da un punto di vista razionale, ma l'inconscio mio viaggia in un'altra direzione e nei sogni continuo a confrontarmi a questo tema.

Sono nato in un buco, sono scappato via da quel luogo dove il mio destino era prestabilito, ho passato anni difficili ma anche entusiasmanti nella "Ville Lumière" dove ho cresciuto, come si dice , una famigliola, ma questo è un altro problema, sono tornato per concludere la vita professionale nel paese che si chiama la patria e di cui detengo il passaporto, poi sono di nuovo ritornato nella "Ville Lumière" perché non mi sono integrato nella società elvetica ed ora probabilmente finirò la mia esistenza da queste parti. Mi piace l'anonimato.

Dopo una lunga e dolorosa analisi mi sono accorto che sono un cittadino cosmopolita, non ho legami con nessun luogo ed anche quest'aspetto mi pare una stranezza da un lato ed un gran vantaggio dall'altro perché mi sento bene per il fatto di non avere legami particolari. Però, da alcuni anni, provo in me più affinità con il mondo da cui proviene mia madre che non con il mondo di mio padre. Da parte di madre mi troverei nella terza generazione di bergamaschi all'estero. Il nonno materno che non ho conosciuto perché è morto prima che nascessi veniva  da Costa in Val d'Imagna, un luogo  bellissimo a strapiombo sulla pianura padana, che all'inizio del Novecento doveva essere poverissimo. Il nonno ha fatto il merciaio ambulante e si è fermato nel Canton Ticino, che a quei tempi doveva essere percepito come un luogo molto distante dal Bergamasco,  ha fatto fortuna, si è sposato, ha avuto due figlie e cinque maschi.

Mia madre, per sposarsi ha dovuto rinunciare alla nazionalità italiana. Era la vigilia della seconda guerra mondiale e lei ubbidì all'ingiunzione, si capisce. L'amore fa compiere scelte del genere. Poi, con il passare degli anni, non solo ha fatto il suo dovere di madre elvetica, ma  è diventata più svizzera degli svizzeri e non mi ha mai narrato la sua storia. Qualche spezzone ogni tanto, ma proprio il minimo. Ha fatto di tutto perché mettessi le radici laddove si era accasata lei. I miei zii materni, ovverosia i suoi fratelli , erano ben diversi dai Ticinesi. Me ne accorgevo ogni volta che li incontravo, ma non ne capivo le ragioni. Nessuno mi ha mai spiegato come sono cresciuti.

Perché questa lunga introduzione? La ragione è un film di Alberto Cima  intitolato "Una vita altrove" , un documentario del Centro Studi Valle Imagna finanziato dalla Regione Lombardia, patrocinato dal Ministero per gli Italiani nel Mondo ( non so nemmeno se ci sia ancora). Il film è dedicato ad un boscaiolo bergamasco originario di Sant' Antonio Abbandonato che ha trascorso tutta la sua vita lontano dalla Valle d'Imagna come boscaiolo.

Mi ricordo che quando avevo sette o otto anni, nell'immediato dopoguerra,  andavo a trovare ogni estate, in montagna i miei nonni paterni che avevano una casettina accanto ad una foresta che in quei tempi era ripulita da boscaioli bergamaschi, gente tarchiata, grandi bevitori e bestemmiatori, dai quali occorreva stare alla larga. La guerra, il fascismo, erano passati nel frattempo ed avevano lasciato un segno indelebile nella società locale. Ma anche loro erano boscaioli come Lorenzo, il principale personaggio del film di Cima, ed anche a me piace moltissimo fare il boscaiolo quando sono in Provenza.

"Una vita altrove" non è un bel documentario. l'ho ricevuto dopo avere scritto al Centro Studi Valle Imagna che desideravo in occasione dei miei settant'anni conoscere la produzione del Centro. Ho ricevuto in risposta uno scatolone di documenti ed alcuni DVD. Ho subito capito l'approccio degli studi. Non mi sono sentito a mio agio. La storia del mio ramo materno era del tutto diversa da quella tratteggiata nella documentazione ricevuta.

Il DVD " Una vita altrove" racconta di un gruppo di bergamaschi che sono finiti nel Giura vodese, a Le Brassus , uno dei luoghi più gelidi della Svizzera, e dintorni e lì hanno vissuto  per 40 anni e più. Il film è del 2004. I testimoni intervistati e filmati sono emigrati nell'immediato dopoguerra come i boscaioli che pulivano il faggeto e la pineta accanto alla residenza estiva dei miei nonni.

Mi sono recato  a Costa con i miei primi cugini a settant'anni. Il paese è abitato da famiglie i cui antenati sono in gran parte emigrati . Ne conoscevo i cognomi. Le tombe del grande cimitero ne portavano del resto le tracce. Nonostante la bellezza del luogo ho capito che non avevo più nessun legame con quel posto. Anch'io ho vissuto una vita altrove, non solo nel senso geografico ma anche in quello spirituale, culturale, sociale. Non ho radici nemmeno lì, anche se provo una grande affezione per quel mondo da dove proviene una parte di me, una parte repressa, che dentro di me non posso, non voglio soffocare.

dimanche 14 juillet 2013

14 luglio

La festa popolare per il 14 luglio , festa nazionale francese ma anche data simbolica  del crollo dell'Ancient Régime in Europa, si svolge il 13 luglio sera in tutta la Francia. La tradizione consiste soprattutto nei balli popolari che si svolgono nelle caserme dei pompieri ma a Parigi si balla anche in riva alla Senna , o dietro Nôtre Dame. I gay hanno i loro ballo, le femministe il loro, il PC il suo e uno dei divertimenti parigini il 13 sera è  passare da un ballo all'altro fino alle piccole ore. Ogni ballo ha le sue caratteristiche, il suo popolo, i suoi fan. Ci sono i balli rock, funck, electro,  quelli tradizionali "musette" con la fisarmonica come negli anni Cinquanta, quelli romantici con  valzer e tanghi, il jazz. Si avanti fino al mattino presto. A Parigi i più belli sono quelli in diva alla Senna.

La festa ufficiale del 14 luglio si svolge invece il 14 ed è caratterizzata dalla grande sfilata militare dell'esercito francese sui Campi Elisi , dall'Arco di Trionfo fino alla tribuna dei notabili e del governo costruita ai bordi della piazza della Concordia , a due passi dall'Assemblea Nazionale, proprio alla fine del Giardino delle Tuileries. Indubbiamente il quadro è spettacolare. La messa in scena pure anche se mi fa una gran pena vedere militari gallonati di cinquant'anni e più che si impegnano come matti per regolare al millimetro la sfilata delle truppe. Il loro orizzonte  mentale si ferma lì. Nella sfilata ci sono due aspetti topici: il passaggio delle truppe e l'insediamento degli invitati nella tribuna principale accanto al presidente della repubblica, al governo, agli ospiti d'onore, agli invitati. Occorre immaginare le discussioni dietro le quinte sulla scelta degli invitati, sui cartoncini d'invito firmati dal presidente della repubblica o dal primo ministro. Dopo la sfilata il secondo momento ufficiale è l'allocuzione o l'intervista del presidente della repubblica alla televisione. Ciò succede di solito alle 13:00. Poi in serata grande concerto sinfonico al Trocadero ed infine verso mezzanotte i fuochi d'artificio tirati dalla Torre Eiffel. Il popolo assiste, fa ressa, dapprima alla mattina, sui Campi Elisi e poi la sera per i fuochi d'artificio.

Ogni città, Marsiglia, Lione, Lilla, per esempio, ha le sue tradizioni. Di solito, dopo la festa popolare del 13 luglio sera, il 14 è una giornata morta: tutti davanti ai piccoli schermi a vedere la sfilata o a sentire il presidente. Non c'è altro.

Quest'anno fa bel tempo, è caldo. Spesso invece piove e fa freddo almeno nel Nord della Francia. Quindi quest'anno il clima è ideale per la celebrazione della "grandeur" francese. Mi viene da ridere quando penso a una notizia di pochi giorni fa pubblicata dai quotidiani francesi nei quali si diceva che la maggior parte degli obiettivi colpiti dall'aviazione militare francese in Libia sono stati identificati e segnalati dai servizi segreti USA. Questa è la "grandeur" francese.

Quest'anno sono a Parigi per il 14 luglio. Non mi succedeva più da una buona ventina d'anni. Però non mi muovo di casa, non sono andato ai balli popolari ieri sera e ho la TV  spenta. La sfilata militare mi disgusta. Provo nausea di fronte all'esibizione della forza militare, penso ai morti delle ultime due guerre, al governo di Vichy, alle truppe USA che per ben due volte in un secolo sono intervenute per salvare la Francia. Non riesco a scordare questi aspetti. Il folclore monarchico mi supera. Lo scorso anno la candidata ecologista alle elezioni presidenziali, se non ero, aveva proposto di sostituire la sfilata militare con una sfilata "citoyenne", facendo sfilare sui Campi Elisi le ONG per esempio oppure le associazioni umanitarie. A me pareva una buona idea ma ha suscitato una violentissima opposizione. Sia a destra che a sinistra ci sono troppe persone che aspettano questo momento di pseudo-gloria.

Un ultimo dettaglio: per finanziare i balli popolari del 13 luglio sera nelle caserme dei pompieri nelle scorse settimane i crocicchi di Parigi erano occupati da giovani pompieri che vendevano biglietti di lotteria. Nelle ore di punta non si riusciva ad evitarli. Giovanotti in gamba, in uniforme, bei ragazzetto: i capi li mandavano sul terreno a raccogliere soldi. La gente compra i biglietti della lotteria e poi il 13 luglio sera va ai balli.


dimanche 16 juin 2013

Fred Buscaglione

Domenica, 16 giugno: per caso nel pomeriggio guardo RAI 3 TV accesa e sullo schermo appare Fred Buscaglione. Immagini in bianco e nero che ricordo benissimo. Era il lontano 1956. Nel convitto dell'Istituto Magistrale di Locarno, dopo cena, in una saletta contigua alla sala da pranzo, con alcuni compagni si andava a vedere e ascoltare una trasmissione in bianco e nero della RAI ( allora la TV era solo in bianco e nero) su Fred Buscaglione. Eravamo impressionati dalla novità, dall'originalità di quella musica, di quelle canzoni e del suo stile d'interpretazione. Qualche anno dopo sono arrivati Modugno e Lucio Battisti.

Non ricordo più i nomi dei compagni con i quali seguivo lo spettacolo che era per me del tutto inabituale. In quegli anni ero un cattolico praticante, un militante nell'azione cattolica, ma le canzoni, la musica di Fred Buscaglione mi affascinavano benché le recepissi come scandalose. Non ho più scordato da allora, ben 57 anni fa, "Eri piccola, piccola così", " Che bambola", " Guarda che luna", "Teresa non sparare", " Una sigaretta". Appena ho potuto,  ho acquistato un CD di Fred. Ho scoperto oggi che la casa editrice Cetra aveva rifiutato inizialmente di produrre dei 75 giri di Buscaglione che non era considerato un cantante. Il successo popolare di Buscaglione, iper-censurato, è dovuto ai juke-box.

Non capivo un gran che di quelle canzoni che cantavano la malavita, l' amore, le amanti, i soldi, la vita notturna di Torino né comprendevo molto quella  musica, oppure, sarebbe preferibile dire, ne capivo assai bene il senso, il valore trasgressivo:  sesso,  donne, amore, fumo, alcool erano per me allora realtà proibite al punto di essere incomprensibili. Dopo la prima cotta avevo cancellato dentro di me perfino il senso di " desiderarti tanto", non sapevo , non potevo dire a una ragazza, a una donna  " Che bella cosa sei", oppure semplicemente esclamare " Che Bambola!"ed  immaginare che una donna poteva essere un accumulo di curve. Ma certamente nell'inconscio  captavo qualcosa di tutto ciò al punto di non averlo mai scordato.

Buscaglione mi piace ancora oggi , mi commuove. Forse adesso ne afferro in parte anche l'importanza musicale nella storia della canzonetta italiana.  I suoi grandi successi si trovano su "You Tube". Nel 1956 ero a Locarno, cittadina provinciale. Non ero mai stato né a Torino, né a Milano. Non avevo la minima idea di cosa fosse una città industriale. Milano e Torino ci erano presentate dai professori come delle metropoli da sogno. Ho scoperto molto tardi che metropoli non erano affatto e che oggigiorno lo sono solo in parte. Non sono comparabili né a Berlino, né a Parigi, né a Londra, né a New York, tanto per citare qualche esempio. Ma erano senza dubbio incomparabili rispetto a Locarno.

Così oggi pomeriggio altro tuffo nel passato remoto, nell'adolescenza disperata e deprimente di un ragazzo di provincia. Mi fa bene ascoltare Fred Buscaglione, scoprire nella sua band l'eco della musica americana, del jazz, della vita pulsante di miseria, tradimenti, povertà, ricchezza, gelosia. L'avessi capito allora!

samedi 15 juin 2013

Chega de Saudade.

Un brano che anni fa suonavo al sax e che so ancora canticchiare. Adesso non suono più il sax perché nella casa in cui abito non si può. Manca l'isolamento. Sensazione di tristezza. Mi è venuta di colpo stasera, mi ha penetrato, dopo avere letto la decisione della società dei docenti svizzeri di opporsi alle esigenze del programma Harmos per quel che riguarda il coordinamento dell'insegnamento delle lingue straniere nelle scuole primarie dei sistemi scolastici elvetici. Argomenti deboli, reazione tardiva.

Non spiego cosa è il programma Harmos. Chi conosce la politica scolastica elvetica sa cosa sia. Per me è una follia, ma non entro in questa discussione. Di solito non penso più alla politica scolastica elvetica ed ho rimosso anche quella ginevrina dove ho passato gli ultimi otto anni della mia vita professionale. Sono lontano da Ginevra da ben otto anni ed ho rimosso tutto. Come ho già avuto modo di dire in questo blog gli anni ginevrini per me non sono stati affatto rosei. Vorrei starmene alla larga , scordarli, ma mi accorgo che ogni tanto riaffiorano di colpo. Non posso cancellarli. Sono dentro di me, nel bene e nel male, concorrono a fare di me quel che sono ora, con le mie idee sulla politica scolastica e la ricerca scientifica sull'organizzazione ed il funzionamento dei sistemi scolastici. Sono un tassello della mia "Weltanschaung". Per non offendere nessuno, spero di riuscirci, tengo per me gli apprezzamenti sul mio vissuto elvetico, quello degli anni 70 e poi quello della transizione dal ventesimo al ventunesimo secolo. Però questa sera quella voragine si è riaperta, di colpo. La lettura della notizia riportata dal Corriere del Ticino nonché la lettura di alcuni tweet scritti da abbonati al mio indirizzo mi ha fatto provare la sensazione di tristezza che posso calmare solo ascoltando "Chega de Saudade". Tante speranze deluse negli anni della cosiddetta vita attiva; la fine ormai prossima con la lucidità di un mondo che ho lasciato, che ho tentato di cambiare e che invece è rimasto quel che era.

Un paio di settimane fa ho dovuto rivedere un'intervista sulla mia formazione professionale realizzata nell'ambito di un progetto europeo, curata da un ricercatore francese che sarà pubblicata su una rivista francofona tra qualche mese. Anche questo tuffo nel passato è stato doloroso: ho dovuto spiegare cosa ho studiato, in quale università, in quali anni, come sono giunto all'OCSE, come mai mi sono occupato di indicatori senza avere nessuna competenza statistica, quali sono stati i fattori del successo del programma INES e della pubblicazione "Uno sguardo sull'educazione" ( "Education at a Glance"). Sono stato costretto a guardare al mio passato remoto, ai successi  e agli insuccessi. Stasera sono triste e guardo la serie TV USA Mad Men, stagione 2, episodio 2 " Flight 1" mentre cerco di capire quanto ho vissuto anni fa in riva al Lemano e all'Ara, il fiume che passa sotto il Palazzo federale a Berna. Ma la sensazione di tristezza non passa.