Sono allibito dai commenti letti nelle mie pagine di FB inviate da parte di Italiani a proposito della manifestazione di sabato scorso 13 giugno delle infermiere a Parigi. Le infermiere protestavano per ricevere uno stipendio maggiore ( al massimo gli stipendi delle infermiere in Francia sono attorno ai 2000€ mensili) . Non basta: secondo i promotori della manifestazione il premio versato "una tantum" dal governo per ringraziare il personale ospedaliero del lavoro svolto durante la pandemia di COVID è pura elemosina. Vanno soprattutto rivalorizzati gli stipendi di infermiere e medici , di tutto il personale ospedaliero. Hanno ragione. Queste persone non sono pagate come nababbi.
Una donna, infermiera, è stata imprigionata ed ha passato un paio di notti in gattabuia. Le TV e le reti sociali ne hanno parlato a iosa. Un'amica ha visto la manifestazione che è degenerata alla fine, Non sono andato alla manifestazione che si è conclusa sul piazzale antistante gli Invalidi dove di solito non terminano. Gli incidenti sono capitati lì. Degenerata cosa vuol dire? Si sono picchiati , manifestanti contro la polizia. Un manipolo di black blocs e di gilet gialli contro la polizia. In un dibattito televisivo su CNews il 13 giugno sera due giornalisti di cui uno presente alla manifestazione hanno detto che un parte dei manifestanti erano dei Black blocs e una parte dei gilets gialli. Non c'erano solo membri dei black blocs. Questo gruppetto attaccava i poliziotti e distruggeva automobili ( une è stata rovesciata) nonché mobili urbani. Uno scontro classico a Parigi da questa primavera e dall'inverno scorso. Sfortunatamente le informazioni dei colleghi italiani sulla manifestazione sono errate. Nei commenti italiani ricevuti c'è molta nostalgia delle manifestazioni in strada, senza chiedersi cosa sono? Facciamo un poco il punto alla situazione.
I black blocs e chi li adotta hanno una strategia ben precisa: a loro importa conquistare la piazza o la strada. Distruggono tutto quel che c'è sulla strada: dalle automobili, alle panchine, alle vetrine. Questo è un modo per diventare padroni della strada. Il loro modo operativo è inafferrabile. Si accusa la polizia di insipienza, di non essere riuscita a sapere in anticipo le intenzioni dei black blocs. I servizi di informazione non hanno funzionato. La polizia, da par suo , sul terreno, cerca di non mollare nulla, di difendere ogni metro di strada o di piazza. I due gruppi si scontrano :la polizia picchia. Sa picchiare o sparare quando è provocata. Fa paura già come è vestita. La violenza in questi confronti è impressionante.
Chi va alle manifestazioni sa in anticipo che lo scontro ci può essere, che si può restare coinvolti in situazioni violente, che si deve saper scappare, che è inutile provocare i poliziotti, che questi reagiranno in maniera cattiva. La polizia è quel che è. In primo luogo i poliziotti e i gendarmi devono ubbidire agli ordini; poi ci si fa aiutare dai compagni. Ci sono poliziotti bravi e altri meno. I peggiori , quando sono inquadrati da ufficiali poco brillanti, sono i più esposti e i più pericolosi. Sono sbandati. dovrebbero contribuire all'ordine e alla disciplina ma non sanno farlo o non ci riescono.
L'infermiera in questione sapeva quanto faceva? Non si sa. Quando ci si trova coinvolti in un casino si perde la testa. Adesso si tende a dimostrare che fu protetta dalla polizia la quale era sotto una fitta sassaiola. Si sa anche, ci sono immagini filmate che lo dimostrano, che anche lei ha provocato i poliziotti con urla e gesti insultanti. Fu strattonata . Era in coda alla manifestazione, mescolata ai facinorosi. In testa al corteo non succedeva proprio nulla. Lo affermano i giornalisti presenti, simpatizzanti dei manifestanti e indignati dalla violenza della polizia. I poliziotti che non sono santi non hanno sparato sulle infermiere. Il personale ospedaliero è rimasto eroico, non è diventato criminale.
Perché manifestare in strada? La sfilata in strada è una dimostrazione politica di dissenso nei regimi democratici. Non si tratta di imporre un parere dissenziente . La decisione è stata presa, ma piuttosto di fare sapere che esiste un gran numero di persone in disaccordo con quanto deciso. La strada, la piazza appartengono a tutti, sono la proprietà di tutti anche di quelli che non hanno nulla . A loro è rimasta la strada, la piazza. Si manifesta quando si ritiene che le vie legali per decidere siano precluse e non hanno rispettato la volontà o gli interessi di una parte degli elettori. Il problema sorge quando gli elettori che protestano sono una parte, una frazione della popolazione che esprime il parere di una minoranza. Però la strada e la piazza sono oggigiorno piuttosto in mano ai teppisti , ai black blocs, che spaccano tutto.Lo si sa. Non si sfila più con l'animo in pace. Gli organizzatori delle manifestazioni non riescono più a impossessarsi della piazza.Questa è in mano alla violenza distruttrice o dei black blocs e dei loro simpatizzanti o della polizia.
Lo stato è indebolito ? Nei regimi dittatoriali o simili , senz'altro. L'autoritarismo non è un'arma dello stato democratico. Lo diventa quando ciecamente si fa affidamento alla polizia per imporre scelte contestate. Si è forse giunti a un livello di violenza incontrollabile. Da un lato si chiede di rafforzare l'autorità dello stato al quale compete il mantenimento dell'ordine pubblico. Dall'altra si proclama che l'ordine è infatti un disordine, che le armi in mano allo stato, in questo caso la gendarmeria e la polizia, non possono garantire il mantenimento della pace sociale, perché lo stato è al servizio di una minoranza ultra-benestante.
Quindi è errato stravolgere il senso delle proteste francesi. Non è il popolo povero e dissenziente che scende in strada. Anche se lo fosse si capisce e si sa che gli organizzatori delle manifestazioni di protesta rischiano grosso, che una parte della manifestazione sfugge loro di mano, che è diventata incontrollabile. Oggigiorno occorre inventare nuove forme di protesta e di dissenso. Non si scende più in strada come un tempo. La strada non è più di tutti e il governo della cosa pubblica esige forme nuove di ascolto e di azione.
jeudi 18 juin 2020
lundi 11 mai 2020
Pandemia
Dopo il mio ultimo post del 29 febbraio ne sono successe di cotte e di crude. Scrivo il primo giorno giorno dell'uscita in Francia dal confinamento. Gli ospedali di certe regioni francesi sono stati sobbarcati di malati e di morti. Noi siamo stati rinchiusi in casa a Parigi. Non si è capito molto della pandemia. Nemmeno i medici l'hanno capita. Dopo ore e ore di emissioni sui media e dopo paginate sui giornali ho capito per esempio che devo fare attenzione e che devo controllarmi assai perché la faccenda è seria. Ciò non è gran che. Si muore di Covid-19. Ho capito inoltre che non se ne sa molto di questo virus. Si scoprono ogni tanto , assai spesso, sue caratteristiche inedite. Nemmeno gli esperti, i medici , anzi i virologi, lo conoscono e ne prevedono gli effetti. Si sa che circola, che occorre diffidare. Poi infine ho capito che in Francia , come in Italia del resto e forse anche altrove, non si era preparati a questo "casino". Mancavano le attrezzature necessarie per fronteggiare la pandemia che è stata all'inizio presa sotto gamba. Noi tutti eravamo impreparati a questa situazione. Il resto sono chiacchiere, almeno per me. Si è fatta una distinzione, corretta del resto, più o meno netta, tra esperti da un lato e politici dall'altro. Sono i politici che decidono cosa fare, come fare. E' la classe politica che decide, non gli specialisti, non i medici. Tocca alla classe politica governare un paese e dire a 10 , 50 o 7O milioni di persone che devono stare in casa, come devono vestirsi, dove é possibile andare, a che ora uscire in strada, quali gesti compiere. Non è facile ottenere che tutti ubbidiscano e rispettino le regole emanate. C'è un'opposizione che critica. Le modalità di governo della pandemia sono davanti a tutti. Non so se la contestazione dei comandanti dell'esercito e della classe politica fosse in tempo di conflitto bellico virulenta come le critiche attuali Per esempio la vicenda della maschere che non c'erano più oppure dei tagli agli ospedali. Ci si è accorti di colpo che si è fatto un errore madornale nella gestione della sanità e che su certi temi non si può risparmiare, oppure non spendere. Stessa cosa per le medicine , i tipi di medicine, il materiale per i test e i vaccini. Fare capire a milioni di persone che i vaccini non si improvvisano, che i laboratori di biologia non trovano dall'oggi al domani l'antidoto su misura per frenare la pandemia è sovente di per sé un'operazione ardua. Stessa cosa per l'istruzione scolastica. Fino a poco tempo fa la maggioranza dei docenti rifiutava la nuove tecnologie dell'informazione, non se ne serviva per l'insegnamento, la contestava. Prima l'umano si diceva e nella scuola l'umano conta. Poi di colpo gli insegnanti sono stati costretti a servirsi delle nuove tecnologie ma non la maggioranza che non era affatto preparata a farlo. Decenni di indugi e sperimentazioni sull'uso delle nuove tecnologie nella scuola non sono servite a gran che. Si è imposto dal giorno all'indomani agli insegnanti di usare le nuove tecnologie anche se non erano pronti a farlo, anche se gli alunni non erano disposti a seguirli. Si è scoperto che forse si può insegnare in modo diverso, che la didattica, un termine in voga in Italia ma non più altrove, forse cambia. E' successa la stessa cosa con il numero di alunni per classe. Per anni si è proclamato che un basso numero di alunni per classe, ossia classi piccole, poco numerose, fosse la panacea dell'insegnamento ma non si è fatto quasi nulla per abbassare questa proporzione. Innumerevoli indagini scientifiche hanno dimostrato che solo una bassa, molto bassa, proporzione di alunni è efficace, ossia serve a migliorare gli apprendimenti e a rendere tollerabile il clima in classe. Si sa che gli insegnanti non modificano il loro stile di insegnare se le classi non sono piccolissime. Diminuire la media di allievi per classe di una o due unità ( unità qui significa allievi, persone, ma il termine molto in uso non mi piace affatto) non serve a gran che. Poi di colpo si scopre che invece di insegnare a 30 alunni per classi si può, si deve insegnare a 15 e le stesse autorità scolastiche che pochi mesi fa rifiutavano di ridurre la media degli allievi per classe adesso impongono il dimezzamento delle classi. Di colpo il numero degli allievi tollerati nelle classi diminuisce della metà.
In ogni modo ci sono molti segnali che annunciano grandi mutazioni nel modo di vivere, di organizzare la vita in comune, di spostarsi, di prevedere le vacanze, di lavorare. Il cambiamento può succedere: diminuzione del traffico automobilistico, fine dei supermercati, trionfo dei servizi a domicilio, trasformazione del lavoro, diminuzione dei posti di lavoro industriali, modifica dell'istruzione scolastica, trasformazione dei sindacati, riduzione degli spostamenti a basso prezzo . Ma il cambiamento potrebbe anche non accadere. Ci vorranno anni, forse decenni per vedere trionfare l'IA (Intelligenza artificiale) come dice Harari. Intanto si inizia a riconoscere nella folla, in strada, il nostro viso; poi i nostri gusti musicali, le nostre letture; si scopre anche cosa votiamo, si compilano liste elettorali, che si vendono, poi si tracciano i portatori di Covid-19 che si incrociano in strada. Ben poco resta segreto, privato. Una nuova società sta nascendo e i cambiamenti indotti dalla pandemia hanno permesso di fare saltare alcune barriere o di accelerare trasformazioni ritenute impossibili. Si governa diversamente e i governi hanno preso la palla al balzo per gestire il governo della società in modo conforme alla IA la quale offre nuove opportunità, non solo di guadagno, ma di governo. Non si è più nelle società neoliberali.
In ogni modo ci sono molti segnali che annunciano grandi mutazioni nel modo di vivere, di organizzare la vita in comune, di spostarsi, di prevedere le vacanze, di lavorare. Il cambiamento può succedere: diminuzione del traffico automobilistico, fine dei supermercati, trionfo dei servizi a domicilio, trasformazione del lavoro, diminuzione dei posti di lavoro industriali, modifica dell'istruzione scolastica, trasformazione dei sindacati, riduzione degli spostamenti a basso prezzo . Ma il cambiamento potrebbe anche non accadere. Ci vorranno anni, forse decenni per vedere trionfare l'IA (Intelligenza artificiale) come dice Harari. Intanto si inizia a riconoscere nella folla, in strada, il nostro viso; poi i nostri gusti musicali, le nostre letture; si scopre anche cosa votiamo, si compilano liste elettorali, che si vendono, poi si tracciano i portatori di Covid-19 che si incrociano in strada. Ben poco resta segreto, privato. Una nuova società sta nascendo e i cambiamenti indotti dalla pandemia hanno permesso di fare saltare alcune barriere o di accelerare trasformazioni ritenute impossibili. Si governa diversamente e i governi hanno preso la palla al balzo per gestire il governo della società in modo conforme alla IA la quale offre nuove opportunità, non solo di guadagno, ma di governo. Non si è più nelle società neoliberali.
samedi 29 février 2020
Il funerale negato
"Il funerale negato ovvero l'ombra lunga dei Patti Lateranensi": è il titolo di un opuscolo che l'amico Bruno Segre mi ha inviato , opuscolo praticamente scritto per intero da lui e che è presentato come un'intervista con il giornalista Alberto Saibene, nel quale Bruno analizza il rifiuto del rabbino di Parma di depositare le ceneri della consorte Matilde deceduta due anni fa nel cimitero ebraico di Monticelli perché Matilde non era ebrea. Per ora le ceneri di Matilde sono in un'urna a casa di Bruno, e tutta la famiglia di Bruno Segre ( tre figli, cioè due femmine e un maschio) non capisce, contesta le ragioni del rifiuto sollevate dal rabbino. Il padre le ha spiegate loro e agli amici. Si tratta di una conseguenza lontana dei Patti Lateranensi del 1929 voluti dal fascismo, ai quali fecero seguito nel 1930 e 1931 le leggi Falco sulle Comunità Israelitiche che hanno fascistizzato l'assetto della comunità israelitiche in Italia secondo Bruno e che sono rimaste in vigore fino al 1987. Dunque ecco un ennesimo caso che dimostra in modo eloquente come il fascismo non sia scomparso dalla Repubblica italiana e dal mondo italico. Ci sono altri settori che sono ancora fascistizzanti. Questo ne è uno e Bruno con la sua bravura ci spiega come mai il mondo italico sia oggigiorno rimasto ancorato a una concezione non moderna della società. In questo caso si dà un'interpretazione davvero particolare della separazione tra Stato e Chiesa, ovvero della laicità.
Bruno fu mio collega alla Scuola Magistrale di Locarno dal 1965 al 1969. Ce ne siamo andati via entrambi nel 1969, io a Berna nella Cancelleria Federale e Bruno a Milano. La crisi di quella scuola e il modo con la quale la crisi era gestita ci offerse l'occasione per inoltrare le dimissioni e per andarcene nonostante il sostegno degli studenti. Il Collegio dei docenti ( un centinaio) non mosse allora un dito per innovare la scuola.
I dirigenti del piccolo mondo ebraico italiano hanno accettato le norme fasciste dei Patti Lateranensi con diffusa soddisfazione, dice Bruno. Furono 69 articoli rimasti in vigore dal 1930 fino al 1987. Le leggi Falco derivate dai patti Lateranensi sono state ritoccate nel 1987 ma l'organizzazione del mondo ebraico italiano grosso modo non è mutata. Rimase e rimane cioè quella voluta dal fascio. E' questa organizzazione che dà al rabbino capo di Parma l'autorità di vegliare sul piccolissimo cimitero ebraico di Monticelli dove sono seppellite generazioni dei familiari di Bruno Segre fino a ritenere il cimitero di Monicelli come il cimitero di famiglia. Vi sono sepolti la bisnonna di Bruno con un buon numero dei suoi 24 figli, entrambe le nonne, una zia, il nonno paterno, i genitori di Bruno, la sorella Laura,
L'analisi del caso, assai doloroso per Bruno e i suoi, è un'occasione per mettere in evidenza l'assenza di laicità nella storia recente italiana. Bruno non è un ebreo praticante e nemmeno lo è la sua famiglia. L'educazione che ha ricevuto e che ha dato ai figli non è un'educazione religiosa. Bruno è ebreo e laico, come spesso succede agli ebrei.
Frequenti furono i matrimoni misti, come quello di Bruno e Matilde, nella comunità ebraica italiana e in particolare a Monticello. I rabbini di Parma non avevano opposto per molti anni alcun divieto alla sepoltura nel cimitero ebraico dei congiunti non ebrei. Questo volta invece le cose sono cambiate. L'opposizione c'è stata malgrado il disinteresse per le sorti del cimitero ebraico di Monticello curato solo dai parenti in vita dei sepolti.
Le vecchi norme Falco del regime fascista sono state aggiornate nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso quando , in un testo di 34 articoli sancito nel 1987, firmato da un lato da Bettino Craxi per il governo italiano e dall'altro, a nome della comunità ebraica, da Tullia Zevi. Nacque allora l'Intesa Israelitica poi detta Intesa Ebraica che di fatto ha abrogato le leggi Falco del 1930. Le decisioni sono entrate in vigore nel 1989 con una nuova legge ( si notino le date). Questa fu un'occasione mancata per modernizzare i rapporti tra Stato e Chiesa in Italia nonché i rapporti con le religioni non cattoliche , secondo Bruno perché per quanto riguarda l'ebraismo italiano la legge conservava immutato l'impianto organizzatore centralizzato e unitario. Il documento dell'87 e quello dell'89 salvaguardano la tradizionale struttura unitaria dell'ebraismo italiano c lo mantiene nell'ortodossia rabbinica ma ignora non solo la varietà contemporanea dell'ebraismo italiano nonché le tendenze in atto nella comunità ebraica internazionale. Non si modernizzano i rapporti tra Stato e Chiesa, non si riconosce una maggiore laicità allo Stato e non la si concede ai credenti. Queste le ragioni lontane del funerale negato: un manco di laicità nella cultura italiana contemporanea.
Bruno fu mio collega alla Scuola Magistrale di Locarno dal 1965 al 1969. Ce ne siamo andati via entrambi nel 1969, io a Berna nella Cancelleria Federale e Bruno a Milano. La crisi di quella scuola e il modo con la quale la crisi era gestita ci offerse l'occasione per inoltrare le dimissioni e per andarcene nonostante il sostegno degli studenti. Il Collegio dei docenti ( un centinaio) non mosse allora un dito per innovare la scuola.
I dirigenti del piccolo mondo ebraico italiano hanno accettato le norme fasciste dei Patti Lateranensi con diffusa soddisfazione, dice Bruno. Furono 69 articoli rimasti in vigore dal 1930 fino al 1987. Le leggi Falco derivate dai patti Lateranensi sono state ritoccate nel 1987 ma l'organizzazione del mondo ebraico italiano grosso modo non è mutata. Rimase e rimane cioè quella voluta dal fascio. E' questa organizzazione che dà al rabbino capo di Parma l'autorità di vegliare sul piccolissimo cimitero ebraico di Monticelli dove sono seppellite generazioni dei familiari di Bruno Segre fino a ritenere il cimitero di Monicelli come il cimitero di famiglia. Vi sono sepolti la bisnonna di Bruno con un buon numero dei suoi 24 figli, entrambe le nonne, una zia, il nonno paterno, i genitori di Bruno, la sorella Laura,
L'analisi del caso, assai doloroso per Bruno e i suoi, è un'occasione per mettere in evidenza l'assenza di laicità nella storia recente italiana. Bruno non è un ebreo praticante e nemmeno lo è la sua famiglia. L'educazione che ha ricevuto e che ha dato ai figli non è un'educazione religiosa. Bruno è ebreo e laico, come spesso succede agli ebrei.
Frequenti furono i matrimoni misti, come quello di Bruno e Matilde, nella comunità ebraica italiana e in particolare a Monticello. I rabbini di Parma non avevano opposto per molti anni alcun divieto alla sepoltura nel cimitero ebraico dei congiunti non ebrei. Questo volta invece le cose sono cambiate. L'opposizione c'è stata malgrado il disinteresse per le sorti del cimitero ebraico di Monticello curato solo dai parenti in vita dei sepolti.
Le vecchi norme Falco del regime fascista sono state aggiornate nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso quando , in un testo di 34 articoli sancito nel 1987, firmato da un lato da Bettino Craxi per il governo italiano e dall'altro, a nome della comunità ebraica, da Tullia Zevi. Nacque allora l'Intesa Israelitica poi detta Intesa Ebraica che di fatto ha abrogato le leggi Falco del 1930. Le decisioni sono entrate in vigore nel 1989 con una nuova legge ( si notino le date). Questa fu un'occasione mancata per modernizzare i rapporti tra Stato e Chiesa in Italia nonché i rapporti con le religioni non cattoliche , secondo Bruno perché per quanto riguarda l'ebraismo italiano la legge conservava immutato l'impianto organizzatore centralizzato e unitario. Il documento dell'87 e quello dell'89 salvaguardano la tradizionale struttura unitaria dell'ebraismo italiano c lo mantiene nell'ortodossia rabbinica ma ignora non solo la varietà contemporanea dell'ebraismo italiano nonché le tendenze in atto nella comunità ebraica internazionale. Non si modernizzano i rapporti tra Stato e Chiesa, non si riconosce una maggiore laicità allo Stato e non la si concede ai credenti. Queste le ragioni lontane del funerale negato: un manco di laicità nella cultura italiana contemporanea.
vendredi 10 janvier 2020
Sciopero contro il progetto di legge sulla cassa pensione in Francia
Bloccati a Parigi: non ci si muove. difficile prendere un treno a grande velocità o una metropolitana. Arduo spostarsi in Parigi e da Parigi verso il resto della Francia a meno di grossi sacrifici, fisici e finanziari. Non è tutto così però in Francia. Ci sono zone dove non c'è traccia alcuna dello sciopero. Ma a Parigi, la metropoli per eccellenza , con più di 20 milioni di persone tra periferia e centro, ci si accorge dello sciopero che dura da più di un mese.
Non si sa quanti siano gli scioperanti. Pochi probabilmente, ma paralizzano il traffico. Non tutti scioperano. e' una delle regole; Sciopera chi è preparato, chi ubbidisce chi si lascia convincere od è convinto che i capi hanno ragione. Ci si rende conto che il servizio pubblico di trasporto è una realtà che conta, che è utilizzata nella metropoli.Questa è la prima cosa da sottolineare. Non è una grande novità, ma vale la pena ricordarla. Gli scioperanti, il personale dell'azienda della metropolitana , i conducenti di treno, lo sanno benissimo. Sono loro il nucleo duro degli scioperanti. Possono farlo perché leggi apposite lo consentono. I dirigenti sindacali strepitano. Taluni aderenti li ascoltano. Una parte dell'opinione pubblica è dalla loro parte anche se non sciopera.
Sciopero duro: si va oltre un mese di fastidi e con una paga ridotta per certe famiglie di scioperanti. Il sostegno dato agli scioperanti da una parte dell'opinione pubblica che scopre la proposta di legge sulla riorganizzazione del sistema pensionistico non è indifferente e si continuerà a dibattere fin quando ci saranno risorse in campo. Da un lato è ovvio che il governo attuale tenta di sfiancare gli avversari e specula sullo sfinimento, dall'altro i sindacati dei ferrovieri hanno ritrovato una serietà e una credibilità che avevano perso. Ma quanti militanti capiscono le argomentazioni molto ardue sui punti contestati della riforma? Il tema è molto complesso e Macron e il suo governo forse ne hanno sottovalutato la difficoltà con l'ambizione di semplificare il sistema pensionistico nato nell'immediato dopoguerra e che nessun governo ha osato riformare. Tra gli argomenti in ballo esiste anche un conflitto implicito, personale, tra leaders e un disaccordo sull'impostazione di fondo della riforma. I conflitti personali possono essere risolti; il disaccordo di fondo, ossia ideologico, potrebbe essere assai più difficile da superare.
Non entro nel merito del dibattito sullo sciopero. Ci sono valide ragioni per scioperare e contestare il progetto di legge sulle pensioni e ci sono valide ragioni per invece sostenere la revisione del sistema pensionistico francese. Sono sorpreso dal metodo utilizzato dal governo per impostare la riforma del sistema pensionistico del settore pubblico ( metà della popolazione che lavora è nel settore privato ) . Nell'amministrazione statale si è messa a punto una proposta di legge durante 18 mesi e ora si scopre che numerosi aspetti sono stati trascurati. I negoziati, le discussioni, iniziano in realtà ora. Un po' tardi. Si è con l'acqua alla gola o non lo si è? Di sicuro si sa che il numero delle persone che versano contributi al sistema pensionistico cala e che il numero dei beneficiari invece cresce. Da qui la controversa questione dell'equilibrio del sistema che versa ai più deboli 1000€ mensili ( questo è il minimo adottato dal governo). Davvero pochi se non si ha alto cespite d'entrata quando si diventa pensionati. Ma in Francia è difficile sapere quanti vivono del minimo, perché ci sono tantissime scappatoie che permettono di arrotondare la pensione e pochissime indagini in merito. Una parte dell'opinione pubblica ritiene del resto che il minimo non sia negoziabile e si accontenta di questa soglia. Il sistema sociale vigente consente di sopravvivere , ossia di vivere male, con una tale somma. Insomma, senza focalizzarsi sul minimo, si spende di più di quanto si incassa per gestire il sistema pensionistico. Ci sono sindacati che affermano che ciò' sia falso e che esiste una riserva finanziaria rilevante da utilizzare, che su questo punto non ci sono informazioni attendibili, che l'amministrazione statale tace, nasconde una parte della questione, non dice la verità. Si contesta in altri termini l'approccio economicista del governo alla questione pensionistica. Si può e si deve anzi spendere di più perchè la pensione è una questione sociale.
Adesso si cerca una via d'uscita, una scappatoia per salvare la faccia. Da una parte il governo dello stato, partito lancia in resta con l'idea di semplificare il sistema pensionistico che non regge più, e dall'altra i sindacati che invece sin dall'inizio hanno avvertito che avrebbero condotto una lotta senza tregua al tentativo di riformare il sistema pensionistico. I lavoratori che hanno scioperato e ubbidito agli ordini sindacali sono tra coloro che hanno pagato lo scotto, ci hanno smenato. Si capisce che molti scioperanti non sono disposti a cedere tanto facilmente. Non si sciopera durante le Feste di fine anno. Fatta la festa con i compagni? Magari, ma poi cosa succede?
Non si sa quanti siano gli scioperanti. Pochi probabilmente, ma paralizzano il traffico. Non tutti scioperano. e' una delle regole; Sciopera chi è preparato, chi ubbidisce chi si lascia convincere od è convinto che i capi hanno ragione. Ci si rende conto che il servizio pubblico di trasporto è una realtà che conta, che è utilizzata nella metropoli.Questa è la prima cosa da sottolineare. Non è una grande novità, ma vale la pena ricordarla. Gli scioperanti, il personale dell'azienda della metropolitana , i conducenti di treno, lo sanno benissimo. Sono loro il nucleo duro degli scioperanti. Possono farlo perché leggi apposite lo consentono. I dirigenti sindacali strepitano. Taluni aderenti li ascoltano. Una parte dell'opinione pubblica è dalla loro parte anche se non sciopera.
Sciopero duro: si va oltre un mese di fastidi e con una paga ridotta per certe famiglie di scioperanti. Il sostegno dato agli scioperanti da una parte dell'opinione pubblica che scopre la proposta di legge sulla riorganizzazione del sistema pensionistico non è indifferente e si continuerà a dibattere fin quando ci saranno risorse in campo. Da un lato è ovvio che il governo attuale tenta di sfiancare gli avversari e specula sullo sfinimento, dall'altro i sindacati dei ferrovieri hanno ritrovato una serietà e una credibilità che avevano perso. Ma quanti militanti capiscono le argomentazioni molto ardue sui punti contestati della riforma? Il tema è molto complesso e Macron e il suo governo forse ne hanno sottovalutato la difficoltà con l'ambizione di semplificare il sistema pensionistico nato nell'immediato dopoguerra e che nessun governo ha osato riformare. Tra gli argomenti in ballo esiste anche un conflitto implicito, personale, tra leaders e un disaccordo sull'impostazione di fondo della riforma. I conflitti personali possono essere risolti; il disaccordo di fondo, ossia ideologico, potrebbe essere assai più difficile da superare.
Non entro nel merito del dibattito sullo sciopero. Ci sono valide ragioni per scioperare e contestare il progetto di legge sulle pensioni e ci sono valide ragioni per invece sostenere la revisione del sistema pensionistico francese. Sono sorpreso dal metodo utilizzato dal governo per impostare la riforma del sistema pensionistico del settore pubblico ( metà della popolazione che lavora è nel settore privato ) . Nell'amministrazione statale si è messa a punto una proposta di legge durante 18 mesi e ora si scopre che numerosi aspetti sono stati trascurati. I negoziati, le discussioni, iniziano in realtà ora. Un po' tardi. Si è con l'acqua alla gola o non lo si è? Di sicuro si sa che il numero delle persone che versano contributi al sistema pensionistico cala e che il numero dei beneficiari invece cresce. Da qui la controversa questione dell'equilibrio del sistema che versa ai più deboli 1000€ mensili ( questo è il minimo adottato dal governo). Davvero pochi se non si ha alto cespite d'entrata quando si diventa pensionati. Ma in Francia è difficile sapere quanti vivono del minimo, perché ci sono tantissime scappatoie che permettono di arrotondare la pensione e pochissime indagini in merito. Una parte dell'opinione pubblica ritiene del resto che il minimo non sia negoziabile e si accontenta di questa soglia. Il sistema sociale vigente consente di sopravvivere , ossia di vivere male, con una tale somma. Insomma, senza focalizzarsi sul minimo, si spende di più di quanto si incassa per gestire il sistema pensionistico. Ci sono sindacati che affermano che ciò' sia falso e che esiste una riserva finanziaria rilevante da utilizzare, che su questo punto non ci sono informazioni attendibili, che l'amministrazione statale tace, nasconde una parte della questione, non dice la verità. Si contesta in altri termini l'approccio economicista del governo alla questione pensionistica. Si può e si deve anzi spendere di più perchè la pensione è una questione sociale.
Adesso si cerca una via d'uscita, una scappatoia per salvare la faccia. Da una parte il governo dello stato, partito lancia in resta con l'idea di semplificare il sistema pensionistico che non regge più, e dall'altra i sindacati che invece sin dall'inizio hanno avvertito che avrebbero condotto una lotta senza tregua al tentativo di riformare il sistema pensionistico. I lavoratori che hanno scioperato e ubbidito agli ordini sindacali sono tra coloro che hanno pagato lo scotto, ci hanno smenato. Si capisce che molti scioperanti non sono disposti a cedere tanto facilmente. Non si sciopera durante le Feste di fine anno. Fatta la festa con i compagni? Magari, ma poi cosa succede?
lundi 9 décembre 2019
La festa dell' "'Escalade" a Ginevra: seria quella odierna
Dal quotiamo ginevrino Le Temps del 6 dicembre 2019:
«Les aspects populaires de l’Escalade ont été supprimés des livres d’histoire»
Le défilé patriotique de l’Escalade est une institution récente. Son avènement est le fruit d’un antagonisme violent avec une autre tradition de mascarades que les Genevois ont voulu oublier. Un livre détaille cette lutte qui révèle une histoire méconnue de Genève
Le défilé historique qui célèbre annuellement l’Escalade de 1602 est une tradition récente. Avant que ce cortège d’inspiration militaire ne s’impose, les rues et certains établissements de Genève étaient le royaume de l’excès. L’Escalade a longtemps été l’occasion de rire et de danser dans des bals et des mascarades: 84 pour les seuls soirs des 11 et 12 décembre 1911. La découverte a de quoi bouleverser tout Genevois élevé dans le récit de ses aïeux ayant repoussé les Savoyards venus nuitamment «violer notre réduit». Dans un livre très documenté, Henri Roth invite à une relecture de cette célébration, qui changera la vision que les Genevois ont d’eux-mêmes.
Commento:
Non ho letto tutto l'articolo di David Heberli pubblicato nel quotidiano ginevrino "Le Temps" il 6 dicembre 2019 perché non vi ho accesso con l'applicazione di cui mi servo, ma la recensione del libro di Roth mi incuriosisce. Non avrei più parlato di Ginevra qui dopo avere scoperto che alcuni amici hanno interpretato in modo errato il mio post pubblicato il 23 marzo del 2020 in questo blog e che avevo dedicato al libro di Bertrand Lévy , professore, a quei tempi, di geografia nella locale università, sui visitatori di Ginevra nel Settecento.("Le voyage à Genève: une géographie littéraire",1993).
La festa dell' " Escalade" ricorda il fallimento dell'assedio della città protestante di Ginevra da parte delle truppe cattoliche della Savoia condotte dal duca Carlo Emanuele primo . I ricordi di quella festa affiorano. Amici ticinesi hanno inventato e pilotato per anni la corsa popolare dell'Escalade, che si svolge all'inizio di dicembre. Sono due giorni di grande festa popolare e sportiva che avviene una settimana prima della ricorrenza ufficiale che è il 12 di dicembre. L'evento sportivo anticipa la commemorazione ufficiale di una settimana.
Nelle scuole, negli uffici, nelle case, il giorno anniversario dell' "Escalade" , cioè il 12 dicembre, si rompe una marmitta di cioccolato zeppa di dolciumi. Si suppone che nella marmitta bolliva un brodo con legumi. Di solito sono il più giovane e il più vecchio dei presenti ai quali incombe l'onere di rompere la marmitta. Poi si canta o si recita tutti assieme l'inno dell' Escalade ("Cé qu' è liana " in vecchio ginevrino, cioè "Celui qui est en haut" , ovverosia Dio), che si ringrazia per avere protetto la città calvinista contro l'attacco dei cattolici di Savoia. Di questo inno ho parlato nel post di marzo. La cosa buffa è che la città è stata svegliata alle due di notte del 12 dicembre dell'inizio del XVII secolo da una puttana che si è accorta delle scale poste dagli attaccanti contro le mura ( così almeno la vulgata) e che ha versato su di loro il brodo bollente di una marmitta nella quale c'era la minestra al fuoco per tenere calda, interrompendo in questo modo l'assalto.
Ho sempre provato disagio quando dovevo andare negli uffici dai miei colleghi dell'amministrazione ginevrina per festeggiare l'Escalade.Tutti erano contenti. Io invece mi sentivo un estraneo. Facevo finta di essere felice, mangiavo alcuni confetti della marmitta, molti in marzapane, e alcuni cocci cdi cioccolata della marmitta spezzata ma non cantavo l'inno perché ne ignoravo il testo che adesso si trova su Wikipedia e poi non pronunciavo la frase che accompagnava il gesto. Non ero un nemico della repubblica come invece si proclamava rompendo la marmitta ( si declama al momento della rottura della marmitta con toni più o meno pomposi: "Ainsi périssent les ennémis de la République") e a quei tempi ( gli anni 90 del secolo scorso) non si festeggiava molto. Rituale lugubre. Il libro invece parla di una carnevalata, di uno scherzo. Rapidamente i Ginevrini, molto sani, hanno festeggiato l'evento con un carnevale mascherato che sfotteva il duca di Savoia. Da qui il mio interesse per l'articolo e per il libro che, lo ripeto, non ho letto. Vi si ricorda che le cerimonie popolari di sfottio erano parecchio diffuse. Purtroppo, forse per colpa mia, non le ho vissute quando ero a Ginevra. ci dovevano essere ma nell'amministrazione statale non c'era nulla di simile. Mi ricordo solo che l'ultima corsa tra le numerose che si organizzano per l' " Escalade"sportiva era in maschera. Si correva, ma questo verbo è in questo caso assai improprio, verso le 18 di sera una settimana prima della ricorrenza ufficiale.
Nelle scuole, negli uffici, nelle case, il giorno anniversario dell' "Escalade" , cioè il 12 dicembre, si rompe una marmitta di cioccolato zeppa di dolciumi. Si suppone che nella marmitta bolliva un brodo con legumi. Di solito sono il più giovane e il più vecchio dei presenti ai quali incombe l'onere di rompere la marmitta. Poi si canta o si recita tutti assieme l'inno dell' Escalade ("Cé qu' è liana " in vecchio ginevrino, cioè "Celui qui est en haut" , ovverosia Dio), che si ringrazia per avere protetto la città calvinista contro l'attacco dei cattolici di Savoia. Di questo inno ho parlato nel post di marzo. La cosa buffa è che la città è stata svegliata alle due di notte del 12 dicembre dell'inizio del XVII secolo da una puttana che si è accorta delle scale poste dagli attaccanti contro le mura ( così almeno la vulgata) e che ha versato su di loro il brodo bollente di una marmitta nella quale c'era la minestra al fuoco per tenere calda, interrompendo in questo modo l'assalto.
Ho sempre provato disagio quando dovevo andare negli uffici dai miei colleghi dell'amministrazione ginevrina per festeggiare l'Escalade.Tutti erano contenti. Io invece mi sentivo un estraneo. Facevo finta di essere felice, mangiavo alcuni confetti della marmitta, molti in marzapane, e alcuni cocci cdi cioccolata della marmitta spezzata ma non cantavo l'inno perché ne ignoravo il testo che adesso si trova su Wikipedia e poi non pronunciavo la frase che accompagnava il gesto. Non ero un nemico della repubblica come invece si proclamava rompendo la marmitta ( si declama al momento della rottura della marmitta con toni più o meno pomposi: "Ainsi périssent les ennémis de la République") e a quei tempi ( gli anni 90 del secolo scorso) non si festeggiava molto. Rituale lugubre. Il libro invece parla di una carnevalata, di uno scherzo. Rapidamente i Ginevrini, molto sani, hanno festeggiato l'evento con un carnevale mascherato che sfotteva il duca di Savoia. Da qui il mio interesse per l'articolo e per il libro che, lo ripeto, non ho letto. Vi si ricorda che le cerimonie popolari di sfottio erano parecchio diffuse. Purtroppo, forse per colpa mia, non le ho vissute quando ero a Ginevra. ci dovevano essere ma nell'amministrazione statale non c'era nulla di simile. Mi ricordo solo che l'ultima corsa tra le numerose che si organizzano per l' " Escalade"sportiva era in maschera. Si correva, ma questo verbo è in questo caso assai improprio, verso le 18 di sera una settimana prima della ricorrenza ufficiale.
samedi 23 novembre 2019
"Passa la gioventù"
Il titolo evoca un inno scout ticinese. "Passa la gioventù, vittorie alate....".Sono stato scout ( non so se si scrive scout o scout). Un mese fa circa, a inizio ottobre, sono andato al settantesimo della sezione scout di cui feci parte , la "Tre Pini "di Massagno, un borgo presso Lugano. Questa sezione scout è una delle più importanti del Ticino. Il numero unico 1949-2019 pubblicato per l'occasione è magnifico. Mi sono spostato da Parigi a Lugano per questo anniversario molto bene organizzato e durante il quale ho incontrato vecchi compagni che non vedevo più da decenni, che avevo perso di vista e che non ho riconosciuto lì per li`.
La " Tre Pini " fu creata da mio padre che fu uno dei capi dello scoutismo cattolico ticinese. Lo hanno ricordato. Ne hanno parlato. Mio padre, in gergo scout si chiamava "Pino Solitario" perché dove viveva non c'era una sezione scout e adesso , da alcuni anni, in cima a una collina, ci sono tre pini . Sono stato capo pattuglia sia nei lupetti ( lupi verdi) sia tra gli scout (pattuglia Pipistrelli); in seguito, non ricordo più come, sono diventato capo della sezione esploratori della "Tre Pini". Per pochi anni. Poi me ne sono andato approfittando del fatto che non potevo più, per ragioni di studio o di lavoro o di servizio militare, essere attivo nella "Tre Pini". Il mio ultimo campeggio fu a Chironico nel 1959. Ho fatto in tempo prima di smettere ad inventare il grido (chi è scout sa cosa è) della "Tre Pini" che ho scoperto con piacere essere in voga tuttora. Non mi sono più occupato di scoutismo per anni ed ora posso fare i conti con questo movimento . Ho nipoti che sono in una sezione scout laica a Boulogne, periferia ovest di Parigi. Ne sono assai felici. Le uscite e i campeggi contano molto per loro. Forse contavano molto anche per me. Non mi ricordo più tranne che ho pianto quando arrivato a Saignelégier dove si svolgeva il campo nazionale, da Vicques dove ero andato per migliorare la pratica e la conoscenza del francese, non ho potuto dormire con i compagni nella tenda della pattuglia Pipistrelli, la mia pattuglia. Mi avevano sbattuto fuori. Non c'era più posto. Pioveva ed è piovuto molto in quel campo nazionale. Questo è il ricordo che mi è rimasto di quel campo.
Non ho molti altri ricordi di quei tempi e di quanto succedeva allora. Non saprei dire se ho la tempra scout. Non credo. Mio padre, ritenuto gran capo scout, per me non lo è affatto. Godeva dei campeggi via da casa. Tra l'altro non voleva creare una sezione scout a Massagno. Vi e' stato costretto da mia madre che non sapeva, non voleva, occuparsi della prole il sabato pomeriggio. Così è nata la "Tre Pini" nel 1949 , infarcita di fratelli, sorelle, cugini e cugine, ed oggi di nipoti. A Massagno risiedevano allora diversi capi scout e credo fu facile per i miei, per Pino Solitario, creare la "Tre Pini" pescando nel serbatoio massagnese. In quegli anni c'erano sezioni scout cattoliche ovunque, a Lugano nell'Oratorio della città, a Agno, a Stabio, a Balerna, a Gondola, a Vogarono in Valle Verzasca nota ora come le Malvine di Milano. Non faccio nessun sforzo per ricordarmene altre. I capi della prima "Tre Pini" risiedevano a Massagno. Il padre era un buon organizzatore. Gestiva campeggi in estate, collaborava regolarmente alla rivista mensile dell'AEC (si veda dopo) intitolata "Fiordaliso" e animava molto bene mostruose ( nel senso che erano immense) adunate scout, detti anche bivacchi, con un complice, scomparso pure lui, Ugo Ballabio, che veniva appunto da Agno.
Adesso entro nel vivo dei commenti. Lo scoutismo cattolico, di cui la "Tre Pini " doveva essere un modello esemplare ( il padre ne era consapevole più della madre), fu il frutto di una strategia della curia vescovile per diversificare l'azione cattolica. In quegli anni nacquero sezioni scout nei paesini più remoti, come per esempio Vogorno. C'era una sezione scout cattolica a Gordola e una a Locarno. Mio padre fu scelto (non so da chi), per animare questa strategia, ma ignoro la storia dell'AEC ossia dell'associazione esploratori cattolici ticinese. Parlava spesso con tutti i capi scout si allora del campeggio cantonale dell'AEC svoltosi a Mogno in Val Maggia. Il campeggio ebbe luogo prima dell'inizio della seconda guerra mondiale. Credo che svolgesse l' incarico di animatore degli scout cattolici assai bene, con soddisfazione della curia. Non dava fastidio. Era riverito e rispettato e lui aveva contatti e relazione con prelati vicini al vescovo, con consiglieri vescovili. Per questa ragione, ossia per la matrice cattolica dell'associazione, lui dava molta importanza alla promessa scout, una cerimonia alla quale teneva moltissimo. Capisco ora che le sue attese per gli scout fossero molto diverse da quelle di mia madre, almeno agli albori. Poi mia madre si è allineata e ha adottato la strategia del padre. Da parte mia invece ho cominciato a dubitare della pertinenza del metodo educativo scout sui vent'anni, dopo essere cresciuto per un decennio circa nell'ambiente scout o in quello che io percepivo come tale.
Una pietra d'inciampo per me fu il culto di Baden Powell l'inventore dello scoutismo. Baden Powell fu un generale inglese che combattè in Sudafrica la seconda guerra dei Boeri (BP acronimo combatté per l'Inghilterra anche in India). Affascinato dal modo con il quale gli esploratori dell'esercito lavoravano e dalle informazioni che fornivano, li educo' a modo suo, organizzandoli in pattuglie. Fu mal visto dalla gerarchia militare. Ritenne alcune esperienze fatte con gli esploratori di cui disponeva allora per la teoria educativa che lo rese celeberrimo in seguito. Occorre qui aggiungere che i Boeri erano i discendenti dei coloni olandesi insediati nel Sudafrica e a quell'epoca (agli inizi del XX secolo) si opponevano agli inglesi i quali tentavano di estendere e di potenziare il Commonwealth britannico. Per l'Inghilterra il Sudafrica popolato pure da coloni inglesi era una nazione da tenere nel girone del Commonwelht. Baden Powell era un ufficiale inglese in guerra contro i Boeri ai quali gli Inglesi non volevano concedere il potere. La guerra non era contro le tribù' africane come ho pensato per anni. I Boeri furono tra i creatori e gli animatori dell'apartheid dopo il 1950. Furono loro a fare adottare l'afrikaner cioè la loro lingua che era un misto di inglese e olandese come lingua ufficiale della Sudafrica (non so più se le nazioni in italiano siano femminili o maschili).
Tornato in patria, ossia in Inghilterra, Baden Powell ando' in pensione e elaboro' poco per volta una propria teoria pedagogica di formazione dei giovani inglesi estrapolata dalle sue esperienze militari. Fu un successone. E' questa storia che mi ha rivoltato e che ci era raccontata ogni tanto dai capi del movimento. E' questa la parte che ricordo. Si dice che BP estrapolava la sua teoria educativa dallo spirito bellico per educare i giovani alla pace e non alla guerra. Non sono molto al corrente di questa opzione. In ogni modo il successo pedagogico fu garantito: i giovani potevano fare esperienze anche pericolose per i criteri odierni , ossia crescere protetti. Fare esperienze di adulti giocando. Lo scoutismo incontrò i favori del pubblico, dei leaders politici e religiosi. Le famiglie si fidavano dei capi scout ai quali affidavano la prole fuori dalla scuola.
Il movimento scout inventato dal generale in pensione era rigorosamente maschile . Ai miei temi era così e non era cambiato dalle origini. Le ragazze erano accolte in un movimento esclusivamente femminile, le guide, di cui non so molto. Solo i maschi entravano nelle sezioni scout. Non e' più cosi' oggigiorno. Le sezioni scout sono miste, con maschi e femmine.
Tralascio di commentare la situazione nel Ticino, che ai miei tempi comprendeva due associazioni scout: una cattolica, l'AEC (Acronimo per "Associazione esploratori cattolici", di cui mio padre era il capo), e una laica, l'AGET (acronimo per "Associazione giovani esploratori ticinesi"). Adesso non é più cosi. La "Tre Pini" di cui si è festeggiato il settantesimo ( anniversario assai raro per una sezione scout) era la sezione scout di Pino Solitario e ovviamente si moveva nel girone cattolico.Mi ricordo che nelle gare tra pattuglie e tra sezioni scout c'era spesso una prova religiosa ( si dovevano apprendere a memoria risposte a domande catechistiche) e un prete, quando si usciva alla domenica, doveva celebrare una messa da campo per gli scout.
Lo scoutismo è una pedagogia positiva? (Ci si può chiedere se ci sono pedagogie negative). Difficile dirlo. Molto dipende dai capi, dal loro potere carismatico, dallo spirito di sacrificio che li anima, dal piacere che trovano anche a fare i capi. In genere si ritiene di si', lo si proclama anche, si afferma che è buono, che va bene per tutti, che sia una grande innovazione. Se penso ai miei giovani nipoti che crescono in contesti urbani complicati, devo ammettere che lo scoutismo è una proposta formativa valida per loro. Il sistema scout aiuta non solo le famiglie che non sanno come cavarsela nelle vacanze scolastiche ma forse aiuta anche molto i giovani a crescere , a fare esperienze straordinarie più o meno protetti, a apprendere a cucinare, a cavarsela da soli nella vita quotidiana, a trovare amici autentici che aiutano o con i quali crescere.
Ho visto nello scoutismo che ho praticato solo il lato para-militaresco ( ma si era ancora in pieno dopoguerra e in piena guerra fredda tra il 1945 e il 1950) , che ho rifiutato a partire dai vent'anni e quindi non mi restava altro che curare quando ero uno scout attivo l'aspetto religioso, fin che ha resistito in me. Adesso nello scoutismo e nel Ticino molte cose sono cambiate. Le due associazioni scoutistiche cantonali, una cattolica e una laica sono scomparse e hanno fusionato. Non saprei più commentare la situazione attuale ma alla celebrazione del settantesimo della "Tre Pini" l'aspetto religioso ( si è andati a messa tutti quanti) era fortemente presente come pure quello para-militare,più discreto e in parte totalmente assente. Il capo della "Tre Pini" odierna è un ufficiale superiore dell'esercito elvetico. Secondo mio fratello Sandro molto attivo nella "Tre Pini", adesso negli scout , si fanno le stesse cose di un tempo, quindi un indirizzo para-militare nel movimento scout qua e là deve essere tuttora presente. Ai miei tempi , parlo degli anni cinquanta del secolo scorso, il movimento scout serviva anche a preparare a fare il soldato, a selezionare in modo assai subdolo, cioè senza dare molto nell'occhio, i futuri capi militari, cioè i futuri ufficiali. Ciò succedeva nel contesto elvetico.
La " Tre Pini " fu creata da mio padre che fu uno dei capi dello scoutismo cattolico ticinese. Lo hanno ricordato. Ne hanno parlato. Mio padre, in gergo scout si chiamava "Pino Solitario" perché dove viveva non c'era una sezione scout e adesso , da alcuni anni, in cima a una collina, ci sono tre pini . Sono stato capo pattuglia sia nei lupetti ( lupi verdi) sia tra gli scout (pattuglia Pipistrelli); in seguito, non ricordo più come, sono diventato capo della sezione esploratori della "Tre Pini". Per pochi anni. Poi me ne sono andato approfittando del fatto che non potevo più, per ragioni di studio o di lavoro o di servizio militare, essere attivo nella "Tre Pini". Il mio ultimo campeggio fu a Chironico nel 1959. Ho fatto in tempo prima di smettere ad inventare il grido (chi è scout sa cosa è) della "Tre Pini" che ho scoperto con piacere essere in voga tuttora. Non mi sono più occupato di scoutismo per anni ed ora posso fare i conti con questo movimento . Ho nipoti che sono in una sezione scout laica a Boulogne, periferia ovest di Parigi. Ne sono assai felici. Le uscite e i campeggi contano molto per loro. Forse contavano molto anche per me. Non mi ricordo più tranne che ho pianto quando arrivato a Saignelégier dove si svolgeva il campo nazionale, da Vicques dove ero andato per migliorare la pratica e la conoscenza del francese, non ho potuto dormire con i compagni nella tenda della pattuglia Pipistrelli, la mia pattuglia. Mi avevano sbattuto fuori. Non c'era più posto. Pioveva ed è piovuto molto in quel campo nazionale. Questo è il ricordo che mi è rimasto di quel campo.
Non ho molti altri ricordi di quei tempi e di quanto succedeva allora. Non saprei dire se ho la tempra scout. Non credo. Mio padre, ritenuto gran capo scout, per me non lo è affatto. Godeva dei campeggi via da casa. Tra l'altro non voleva creare una sezione scout a Massagno. Vi e' stato costretto da mia madre che non sapeva, non voleva, occuparsi della prole il sabato pomeriggio. Così è nata la "Tre Pini" nel 1949 , infarcita di fratelli, sorelle, cugini e cugine, ed oggi di nipoti. A Massagno risiedevano allora diversi capi scout e credo fu facile per i miei, per Pino Solitario, creare la "Tre Pini" pescando nel serbatoio massagnese. In quegli anni c'erano sezioni scout cattoliche ovunque, a Lugano nell'Oratorio della città, a Agno, a Stabio, a Balerna, a Gondola, a Vogarono in Valle Verzasca nota ora come le Malvine di Milano. Non faccio nessun sforzo per ricordarmene altre. I capi della prima "Tre Pini" risiedevano a Massagno. Il padre era un buon organizzatore. Gestiva campeggi in estate, collaborava regolarmente alla rivista mensile dell'AEC (si veda dopo) intitolata "Fiordaliso" e animava molto bene mostruose ( nel senso che erano immense) adunate scout, detti anche bivacchi, con un complice, scomparso pure lui, Ugo Ballabio, che veniva appunto da Agno.
Adesso entro nel vivo dei commenti. Lo scoutismo cattolico, di cui la "Tre Pini " doveva essere un modello esemplare ( il padre ne era consapevole più della madre), fu il frutto di una strategia della curia vescovile per diversificare l'azione cattolica. In quegli anni nacquero sezioni scout nei paesini più remoti, come per esempio Vogorno. C'era una sezione scout cattolica a Gordola e una a Locarno. Mio padre fu scelto (non so da chi), per animare questa strategia, ma ignoro la storia dell'AEC ossia dell'associazione esploratori cattolici ticinese. Parlava spesso con tutti i capi scout si allora del campeggio cantonale dell'AEC svoltosi a Mogno in Val Maggia. Il campeggio ebbe luogo prima dell'inizio della seconda guerra mondiale. Credo che svolgesse l' incarico di animatore degli scout cattolici assai bene, con soddisfazione della curia. Non dava fastidio. Era riverito e rispettato e lui aveva contatti e relazione con prelati vicini al vescovo, con consiglieri vescovili. Per questa ragione, ossia per la matrice cattolica dell'associazione, lui dava molta importanza alla promessa scout, una cerimonia alla quale teneva moltissimo. Capisco ora che le sue attese per gli scout fossero molto diverse da quelle di mia madre, almeno agli albori. Poi mia madre si è allineata e ha adottato la strategia del padre. Da parte mia invece ho cominciato a dubitare della pertinenza del metodo educativo scout sui vent'anni, dopo essere cresciuto per un decennio circa nell'ambiente scout o in quello che io percepivo come tale.
Una pietra d'inciampo per me fu il culto di Baden Powell l'inventore dello scoutismo. Baden Powell fu un generale inglese che combattè in Sudafrica la seconda guerra dei Boeri (BP acronimo combatté per l'Inghilterra anche in India). Affascinato dal modo con il quale gli esploratori dell'esercito lavoravano e dalle informazioni che fornivano, li educo' a modo suo, organizzandoli in pattuglie. Fu mal visto dalla gerarchia militare. Ritenne alcune esperienze fatte con gli esploratori di cui disponeva allora per la teoria educativa che lo rese celeberrimo in seguito. Occorre qui aggiungere che i Boeri erano i discendenti dei coloni olandesi insediati nel Sudafrica e a quell'epoca (agli inizi del XX secolo) si opponevano agli inglesi i quali tentavano di estendere e di potenziare il Commonwealth britannico. Per l'Inghilterra il Sudafrica popolato pure da coloni inglesi era una nazione da tenere nel girone del Commonwelht. Baden Powell era un ufficiale inglese in guerra contro i Boeri ai quali gli Inglesi non volevano concedere il potere. La guerra non era contro le tribù' africane come ho pensato per anni. I Boeri furono tra i creatori e gli animatori dell'apartheid dopo il 1950. Furono loro a fare adottare l'afrikaner cioè la loro lingua che era un misto di inglese e olandese come lingua ufficiale della Sudafrica (non so più se le nazioni in italiano siano femminili o maschili).
Tornato in patria, ossia in Inghilterra, Baden Powell ando' in pensione e elaboro' poco per volta una propria teoria pedagogica di formazione dei giovani inglesi estrapolata dalle sue esperienze militari. Fu un successone. E' questa storia che mi ha rivoltato e che ci era raccontata ogni tanto dai capi del movimento. E' questa la parte che ricordo. Si dice che BP estrapolava la sua teoria educativa dallo spirito bellico per educare i giovani alla pace e non alla guerra. Non sono molto al corrente di questa opzione. In ogni modo il successo pedagogico fu garantito: i giovani potevano fare esperienze anche pericolose per i criteri odierni , ossia crescere protetti. Fare esperienze di adulti giocando. Lo scoutismo incontrò i favori del pubblico, dei leaders politici e religiosi. Le famiglie si fidavano dei capi scout ai quali affidavano la prole fuori dalla scuola.
Il movimento scout inventato dal generale in pensione era rigorosamente maschile . Ai miei temi era così e non era cambiato dalle origini. Le ragazze erano accolte in un movimento esclusivamente femminile, le guide, di cui non so molto. Solo i maschi entravano nelle sezioni scout. Non e' più cosi' oggigiorno. Le sezioni scout sono miste, con maschi e femmine.
Tralascio di commentare la situazione nel Ticino, che ai miei tempi comprendeva due associazioni scout: una cattolica, l'AEC (Acronimo per "Associazione esploratori cattolici", di cui mio padre era il capo), e una laica, l'AGET (acronimo per "Associazione giovani esploratori ticinesi"). Adesso non é più cosi. La "Tre Pini" di cui si è festeggiato il settantesimo ( anniversario assai raro per una sezione scout) era la sezione scout di Pino Solitario e ovviamente si moveva nel girone cattolico.Mi ricordo che nelle gare tra pattuglie e tra sezioni scout c'era spesso una prova religiosa ( si dovevano apprendere a memoria risposte a domande catechistiche) e un prete, quando si usciva alla domenica, doveva celebrare una messa da campo per gli scout.
Lo scoutismo è una pedagogia positiva? (Ci si può chiedere se ci sono pedagogie negative). Difficile dirlo. Molto dipende dai capi, dal loro potere carismatico, dallo spirito di sacrificio che li anima, dal piacere che trovano anche a fare i capi. In genere si ritiene di si', lo si proclama anche, si afferma che è buono, che va bene per tutti, che sia una grande innovazione. Se penso ai miei giovani nipoti che crescono in contesti urbani complicati, devo ammettere che lo scoutismo è una proposta formativa valida per loro. Il sistema scout aiuta non solo le famiglie che non sanno come cavarsela nelle vacanze scolastiche ma forse aiuta anche molto i giovani a crescere , a fare esperienze straordinarie più o meno protetti, a apprendere a cucinare, a cavarsela da soli nella vita quotidiana, a trovare amici autentici che aiutano o con i quali crescere.
Ho visto nello scoutismo che ho praticato solo il lato para-militaresco ( ma si era ancora in pieno dopoguerra e in piena guerra fredda tra il 1945 e il 1950) , che ho rifiutato a partire dai vent'anni e quindi non mi restava altro che curare quando ero uno scout attivo l'aspetto religioso, fin che ha resistito in me. Adesso nello scoutismo e nel Ticino molte cose sono cambiate. Le due associazioni scoutistiche cantonali, una cattolica e una laica sono scomparse e hanno fusionato. Non saprei più commentare la situazione attuale ma alla celebrazione del settantesimo della "Tre Pini" l'aspetto religioso ( si è andati a messa tutti quanti) era fortemente presente come pure quello para-militare,più discreto e in parte totalmente assente. Il capo della "Tre Pini" odierna è un ufficiale superiore dell'esercito elvetico. Secondo mio fratello Sandro molto attivo nella "Tre Pini", adesso negli scout , si fanno le stesse cose di un tempo, quindi un indirizzo para-militare nel movimento scout qua e là deve essere tuttora presente. Ai miei tempi , parlo degli anni cinquanta del secolo scorso, il movimento scout serviva anche a preparare a fare il soldato, a selezionare in modo assai subdolo, cioè senza dare molto nell'occhio, i futuri capi militari, cioè i futuri ufficiali. Ciò succedeva nel contesto elvetico.
mardi 3 septembre 2019
Populismi
Se ne parla molto. Sul quotidiano Le Monde, in francese, due articoli che non sono un gran che sul populismo. Uno recensisce un libro che pretende di fornire elementi per capire il populismo e l'altro è una divagazione sul tema.
Il primo articolo, intitolato " Les ressorts culturels du vote populiste" ad opera di Françoise Fressoz è la recensione di un volume opera di un collettivo di 4 ricercatori intitolato "Les origines du populisme", casa editrice Le Seuil, Parigi. I quattro hanno effettuato un'analisi molto econometrica del populismo basata sull'analisi di informazioni provenienti da diverse banche dati. Gli autori ammettono che nelle banche dati consultate ( le più fornite di Francia) mancano indicatori che spieghino il fenomeno come per esempio "il livello di soddisfazione " oppure " la fiducia nelle altre persone". La deficienza di indicatori appropriati per spiegare la povertà, la miseria fu tra l'altro già segnalata anni fa in un opuscolo pubblicato se ben ricordo del BIT o "Bureau International du Travail" che ha sede a Ginevra. Solo l'ultimo autore fra i quattro, Martial Foucault, non è un economista. Gli altri tre lo sono. Il secondo articolo è di Géraldine Schwarz, si intitola " Il faut parler aux populistes " Schwarz è un autore franco-tedesca, che abita a Berlino, e che nell'articolo insiste sulla difficoltà di dialogare con i populisti i quali giuocano facilmente e volentieri con la contrapposizione tra" noi" e "loro". "Loro" sono gli avversari, i nemici, tutti coloro che denunciano i populisti. Ci sono spunti di René Girard, il professore francese deceduto qualche anno fa e che ha fatto carriera a Stanford, nell'articolo, ma Géraldine Schwarz non è Girard.
Se si analizza il fenomeno occorre in primo luogo esprimersi al plurale e parlare di populisti. I populisti sono diversissimi tra loro: ci sono almeno i razzisti puri e duri, i poveri che non sanno più a che santo votarsi, le persone perse stordite dall'evoluzione tecnologica e che si rifugiano nel culto della tradizione e del passato ( i nostalgici "del bel tempo che fu" ), gli individualisti che si trovano isolati nelle società contemporanee. Mettere tutte queste persone nello stesso sacco è un errore. Quindi qualsiasi tentativo per sintetizzare le informazioni a disposizione è di per sé errato.
Pochissimi spiegano in modo convincente i populismi, come fu del resto il caso con il fenomeno dei "gilets jaunes" che tuttora dà luogo a molteplici interpretazioni ma a nessuna spiegazione soddisfacente.
Il grosso della questione sono le famiglie proletarie i cui votanti erano fino a poco tempo fa elettori di partiti di sinistra che davano loro speranza o illusioni. Molte sostengono ora l'estrema destra o i partiti politici che sbandierano temi di destra, come il razzismo, la preferenza nazionale, l'uscita dall'Unione Europea, ecc. Questi temi si ritrovano ovunque. Per esempio nei Länder della ex DDR in Germania come il Brandeburgo o la Sassonia. Questi Länder hanno subito con la riunificazione della Germania un vero trauma. Come dare torto a questi elettori , non solo sa quelli tedeschi? Vivono male la transizione da un tipo di società a un altro ma vivono anche fisicamente davvero male: le condizioni d'abitazione sono pessime, mancano i soldi per fare le vacanze o per vestirsi bene, per acquistare per esempio le scarpe alla moda , gli ospedali non sono più a portata di mano e nemmeno gli uffici postali. Peggio: pochi parlano o agiscono per loro. I porta-parole, gli interpreti del loro disagio sono latitanti o non sono più in grado di proporre soluzioni convincenti. Sono poi svaniti i luoghi di ritrovo nei quali sfogarsi o compensare con gente di analoga sventura la propria miseria. Insomma la povertà è rimasta, le cause della miseria sfuggono, non si conoscono più, i luoghi nei quali consolarsi sono spariti, i portavoce tacciono. Allora ci si affida a chi sembra li ascolti, a chi propone soluzioni rapide di conforto, a chi sembra più convincente. In parte si spiega l'ondata populista che appare ovunque. C'è proprio di avere paura perché mancano le spiegazioni e gli interpreti. Una parte degli elettori si rifugia nel mito, in un passato che non si è vissuto ma che si celebra. E`il ritorno delle false glorie passate. Le associazioni specializzate in questo genere di operazioni, come molte società sportive oppure le chiese, gongolano, raccolgono aderenti, vanno a gonfie vele. Siamo tutti in un'epoca come questa, disorientati. Almeno lo sono. Non so se c'è qualcuno che non lo sia.
Il primo articolo, intitolato " Les ressorts culturels du vote populiste" ad opera di Françoise Fressoz è la recensione di un volume opera di un collettivo di 4 ricercatori intitolato "Les origines du populisme", casa editrice Le Seuil, Parigi. I quattro hanno effettuato un'analisi molto econometrica del populismo basata sull'analisi di informazioni provenienti da diverse banche dati. Gli autori ammettono che nelle banche dati consultate ( le più fornite di Francia) mancano indicatori che spieghino il fenomeno come per esempio "il livello di soddisfazione " oppure " la fiducia nelle altre persone". La deficienza di indicatori appropriati per spiegare la povertà, la miseria fu tra l'altro già segnalata anni fa in un opuscolo pubblicato se ben ricordo del BIT o "Bureau International du Travail" che ha sede a Ginevra. Solo l'ultimo autore fra i quattro, Martial Foucault, non è un economista. Gli altri tre lo sono. Il secondo articolo è di Géraldine Schwarz, si intitola " Il faut parler aux populistes " Schwarz è un autore franco-tedesca, che abita a Berlino, e che nell'articolo insiste sulla difficoltà di dialogare con i populisti i quali giuocano facilmente e volentieri con la contrapposizione tra" noi" e "loro". "Loro" sono gli avversari, i nemici, tutti coloro che denunciano i populisti. Ci sono spunti di René Girard, il professore francese deceduto qualche anno fa e che ha fatto carriera a Stanford, nell'articolo, ma Géraldine Schwarz non è Girard.
Se si analizza il fenomeno occorre in primo luogo esprimersi al plurale e parlare di populisti. I populisti sono diversissimi tra loro: ci sono almeno i razzisti puri e duri, i poveri che non sanno più a che santo votarsi, le persone perse stordite dall'evoluzione tecnologica e che si rifugiano nel culto della tradizione e del passato ( i nostalgici "del bel tempo che fu" ), gli individualisti che si trovano isolati nelle società contemporanee. Mettere tutte queste persone nello stesso sacco è un errore. Quindi qualsiasi tentativo per sintetizzare le informazioni a disposizione è di per sé errato.
Pochissimi spiegano in modo convincente i populismi, come fu del resto il caso con il fenomeno dei "gilets jaunes" che tuttora dà luogo a molteplici interpretazioni ma a nessuna spiegazione soddisfacente.
Il grosso della questione sono le famiglie proletarie i cui votanti erano fino a poco tempo fa elettori di partiti di sinistra che davano loro speranza o illusioni. Molte sostengono ora l'estrema destra o i partiti politici che sbandierano temi di destra, come il razzismo, la preferenza nazionale, l'uscita dall'Unione Europea, ecc. Questi temi si ritrovano ovunque. Per esempio nei Länder della ex DDR in Germania come il Brandeburgo o la Sassonia. Questi Länder hanno subito con la riunificazione della Germania un vero trauma. Come dare torto a questi elettori , non solo sa quelli tedeschi? Vivono male la transizione da un tipo di società a un altro ma vivono anche fisicamente davvero male: le condizioni d'abitazione sono pessime, mancano i soldi per fare le vacanze o per vestirsi bene, per acquistare per esempio le scarpe alla moda , gli ospedali non sono più a portata di mano e nemmeno gli uffici postali. Peggio: pochi parlano o agiscono per loro. I porta-parole, gli interpreti del loro disagio sono latitanti o non sono più in grado di proporre soluzioni convincenti. Sono poi svaniti i luoghi di ritrovo nei quali sfogarsi o compensare con gente di analoga sventura la propria miseria. Insomma la povertà è rimasta, le cause della miseria sfuggono, non si conoscono più, i luoghi nei quali consolarsi sono spariti, i portavoce tacciono. Allora ci si affida a chi sembra li ascolti, a chi propone soluzioni rapide di conforto, a chi sembra più convincente. In parte si spiega l'ondata populista che appare ovunque. C'è proprio di avere paura perché mancano le spiegazioni e gli interpreti. Una parte degli elettori si rifugia nel mito, in un passato che non si è vissuto ma che si celebra. E`il ritorno delle false glorie passate. Le associazioni specializzate in questo genere di operazioni, come molte società sportive oppure le chiese, gongolano, raccolgono aderenti, vanno a gonfie vele. Siamo tutti in un'epoca come questa, disorientati. Almeno lo sono. Non so se c'è qualcuno che non lo sia.
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