Adesso forse la rivolta che ha agitato i media francesi in dicembre e che ha messo a soqquadro una parte delle principali strade francesi e delle piazze più famose di Francia è finita nonostante una coda possibile detta l'atto VIII previsto per il 5 gennaio di quest'anno. Nel braccio di ferro tra governo e manifestanti l'ha però spuntata il governo, la forza dello stato. Si può cominciare a riflettere. Dopo avere letto molti articoli e molti commenti anche brillanti pubblicati sulle reti sociali , dopo avere discusso e ascoltato svariati pareri e analisi espressi da amici si può tentare di dire qualcosa in merito, senza nessuna pretesa per altro di fornire una chiave di lettura definitiva.
In primo luogo scarto alcune spiegazioni semplicistiche che ho coltivato a lungo, almeno agli inizi della protesta, e che molti hanno continuato a formulare. La protesta non è un fatto culturale francese e non è nemmeno connessa ad un aumento delle tasse sulla benzina.Non è un fatto culturale francese: talune menti hanno lo hanno sostenuto. Una volta nella vita si deve manifestare in strada, questa è una iniziazione da operare, non c'è manifestazione senza danni, tutto ciò è scontato, succede ogni anno, deve succedere . Orbene, nella manifestazione ho visto scendere in strada, occupare i raccordi anulari, persone anziane, gente proveniente da tutte la categorie sociali. La fotografia sociologica dei manifestanti non corrisponde a quella della popolazione che scende in strada per abitudini ancestrali. Il popolo francese ogni tanto manifesta violentemente e le istituzioni statali sono vaccinate a questo genere di protesta che può anche creare fastidi , per esempio quando si gettano tonnellate di letame puzzolente davanti ai palazzi del potere oppure quando si bloccano le autostrade con una gamma di operazioni che tutti conoscono o si rovesciano tonnellate di prodotti agricoli davanti ai supermercati, o si distruggono radar stradali che misurano la velocità delle automobili. Questa volta però a manifestare è un altro genere di pubblico. Non è una classe sociale.
C'è poi la faccenda della benzina. La protesta è scattata quando il costo della benzina è salito alle stelle ( qui in Francia sopra 1,50 € /litro). Un prezzo alto ma sopportabile; alto perché sulle benzine lo stato preleva molte tasse. Il problema però non è nemmeno questo, ed infatti è scomparso dalle rivendicazioni . Come tutti sanno in Francia c'erano e ci sono tuttora alcune note aziende automobilistiche. Le marche automobilistiche francesi hanno dato lavoro a migliaia di operai, sono state la fucina della classe operaia. Le aziende automobilistiche hanno potuto ricattare lo stato e gli enti che gestiscono il potere offrendo posti di lavoro oppure aumenti salariali centellinati per ottenere in cambio provvedimenti favorevoli al traffico su strada. Questa situazione sta per terminare.Una dopo l'altra le marche francesi d'auto sono sparite, le fabbriche hanno dovuto chiudere i battenti, molte sono state perfino smantellate e il numero di operai attivi nella produzione automobilistica è stato ridotto in modo significativo . La produzione di automobili e di pneumatici ( si pensi qui a Michelin) ha dovuto fare i conti con altri parametri. Le catene di montaggio sono quasi scomparse. La classe operaia, o quel che resta, non è più composta in maggioranza di persone che lavorano nelle fabbriche di automobili. Anche l'epoca del motore termico è giunta alla fine mentre inizia l'epoca del motore elettrico. Queste trasformazioni ( e altre connesse) modificano profondamente il quadro della produzione e l'organizzazione del lavoro nelle fabbriche di automobili. E' difficile dire , dimostrare , chi ha più influenza: se i padroni delle grandi fabbriche e chi finanzia lo sviluppo delle fabbriche ( ossia i capitalisti, con un termine in voga anni fa) oppure s lo sono i dirigenti politici? Gli uni creano posti di lavoro. Seppure pochi, anche solo alcune migliaia di impieghi, in una società che lotta con ogni mezzo contro la disoccupazione,questi pochi contano per un dirigente politico. Ecco perché per ora il traffico su strada resta al centro della vita economica e sociale. Non è un caso se i manifestanti hanno occupato i crocicchi stradali e i raccordi anulari. Le vie di comunicazione stradale sono ancora centrali. Il trasporto su strada di persone o di merci è tuttora dominante. In ogni modo l'aumento del costo della benzina e del diesel è stata sì la scintilla che ha fatto scoppiare la protesta ma poi questo elemento è passato in secondo piano e si è capito che la protesta era contro una politica decennale di favoritismi verso la aziende automobilistiche che ha costretto gli abitanti delle zone rurali ad acquistare automobili per spostarsi. Non si riesce a vivere nella Francia rurale senza auto.
La violenza urbana, i saccheggi. Simili per certi versi ai "blake blocs" sono in Francia i " casseurs" (esiste una parentela tra blake blocs e i "casseurs"?): persone che sfruttano le manifestazioni di dissenso tollerate dai governi per spaccare tutto quanto capita loro sottomano, che attaccano le forze di polizia e dello stato, che picchiano, che si servono delle manifestazioni per fare disastri, che si compiacciono, che provano piacere, ad attaccare, ad incendiare, a rompere vetrine, a penetrare nei negozi e a svuotarli, che si infiltrano tra i manifestanti, che ne adottano in un primo tempo gli slogan, gli argomenti a che a un certo punto invece si distanziano dalla folla che protesta per distruggere tutto. Credono nella violenza estrema, cercano lo scontro , talora professano una visione del mondo, gli danno un senso, hanno un' ideologia e talora non ne hanno. In ogni modo la battaglia tra loro e le forze dell'ordine (quello imposto dallo Stato) può arrivare a scene estreme di guerriglia urbana. Qui in Francia la gestione dello spazio pubblico da parte dello Stato è un mistero. L'impunità è pressoché la regola. Pochissimi manifestanti subiscono condanne giudiziarie dopo manifestazioni violente di cui sono responsabili con distruzioni varie di supermercati, di palazzi, di centri di comando, di radar stradali, ecc. Molti diventano violenti perché si ritengono impuniti, perché va da sé esprimere il proprio dissenso in quel modo, e perché la causa della violenza sono i comportamenti delle forze di polizia. Alla violenza degli uni si risponde con la violenza degli altri. Ed è vero che le forze di polizia suscitano paura , che gli squadroni di polizia non sono la gentilezza di per sé. Quando si schierano, preferisco girare alla larga, evitare di incontrarli. Il loro impiego, la strategia del loro dispiegamento è un altro mistero. Di sicuro i comandanti ne discutono con chi li guida e per finire con i responsabili dello Stato. I poliziotti di base eseguono, picchiano anche loro, subiscono insulti, sputi. Il faccia a faccia con i manifestanti non è un piacere. Restare calmi in questi frangenti è un comportamento assai difficile. Ho vagamente in mente quanto scriveva Pasolini alcuni anni fa al riguardo delle forze di polizia in Italia all'epoca delle brigate rosse. I mass media hanno riservato una parte rilevante di spazio a questi scontri. Le immagini fanno impressione. Anche la copertura mediatica. Nulla è però neutro in questa faccenda: né le immagini, né le angolature, né i commenti. In ogni modo tra i manifestanti si sono annidati un sacco di "casseurs".
La povertà: questo è uno degli spunti principali della protesta. La miseria, vivere con 1000 € al mese o giù di lì non è possibile nella società dei consumi che esiste in Francia e che è stata costruita dai governi anteriori e che è stata auspicata dalla maggioranza della popolazione. Macron offre un aumento di 100 € del salario minimo. Non è una manna . I poveri lo sanno ma 100 € sono tanti per chi guadagna poco e vive con 100, 1500€ al mese. Vivere per consumare oppure consumare per vivere? Una parte dei manifestanti esigeva giustizia sociale, equità ma in effetti auspicava di avere più soldi per consumare di più. Consumare per vivere dunque, in questo caso, ma non per tutti. Ci sono anche coloro che vivono senza consumare, che consumano pochissimo. Come dare loro torto? Alcuni desiderano più soldi per consumare di più, per star meglio. In Francia una fetta rilevante della popolazione vive male, fa fatica a sbarcare il lunario, arriva a malapena a metà mese con doppi salari, non trova un appartamento decente, é circondata da gaudenti presuntuosi, non può permettersi grandi divertimenti. Queste persone allo sbando protestano, devono servirsi delle auto perché il servizio pubblico dei trasporti è poco sviluppato ed è stato smantellato nella seconda metà del Ventesimo secolo. La gente è stata obbligata a acquistare automobili per vivere, per lavorare. Consumare per avere l'impressione di vivere. Molti villaggi si sono svuotati, hanno perso tutto: i bar, la chiesa, il panettiere, la posta, in taluni casi la scuola, il medico generalista. Gli abitanti di questi villaggi sono storditi, si trovano confrontati a situazioni economiche e sociali difficili e scendono in strada, occupano i crocicchi. Il governo cerca di aiutare i sindaci , di elargire sussidi ma la borsa a un certo punto è vuota.
Infiltrati: qui si parla di infiltrazione politica. All'inizio i manifestanti pullulavano nelle zone dominate dal Fronte Nazionale ( che ora non si chiama più così ma si chiama "Raggruppamento nazionale"). A questi si aggiunsero coloro che vivono nelle zone controllate dall'estrema sinistra. Tra i manifestanti c'era l'odio verso la maggioranza politica. La protesta ha mobilitato dapprima gli esponenti dell'opposizione politica estrema. Forse è per questa ragione che la presenza dei "blake blocs" nelle manifestazioni parigine è stata relativamente facile. Il movimento dei "gilets jaunes" è diventato gradualmente un movimento anti-politica. Forse lo era dagli inizi, ma non ne sono certo. I manifestanti rifiutavano il prezzo da pagare imposto da Macron e dal suo governo per modernizzare la Francia come pure la ridistribuzione dei costi imposta dai dirigenti macroniani e dalla classe politica in genere considerati in gran parte ( ciò non è vero) corrotti, dediti al lucro personale. Una fetta rilevante dell'opinione pubblica non sa come è complicato governare un paese, né si conoscono i benefici dell'Unione Europea o la difficoltà di costruire una sovranità nuova, una realtà politica sopranazionale. Si urla ( nel 1992 , in Francia, il trattato di Maastricht dell'Unione Europea è passato per un pelo, dunque con un'opposizione vivacissima agli accordi europei), si inventano complotti fantastici per spiegare il malessere, si rivendicano soluzioni semplici, comprensibili. Si buttano sul tavolo situazioni locali , frutto di esperienze singole. Questa gente va però ascoltata, ha qualcosa da dire. E' difficile capirla ma si deve fare uno sforzo per comprenderla. La vita democratica è in pericolo e non funziona più (o meglio non disfunzione più) come decenni or sono . Per l'appunto i manifestanti ritengono di non essere ascoltati, di non essere presi sul serio, di non essere rispettati. Denunciano la presenza di uno iato profondo tra loro e i responsabili politici. Questi interlocutori ( da un lato i responsabili politici e dall'altro i manifestanti ) non si parlano. Gli intermediari che dovrebbero avere la funzione di mediazione ( i partiti politici, i sindacati per esempio) non riescono più a essere questa interfaccia. Gli uni (loti manifestanti) non sanno come sia difficile impostare una politica democratica , giusta, efficace, e quanto questa politica costi e gli altri ( molti politici e molti mediatori) si accontentano di fare i propri affari, taluni di arricchirsi , di stare bene, di disprezzare le condizioni di vita dei poveri diavoli, peggio ancora tra questi c'è anche chi pensa di essere nel giusto, di meritarsi il diritto di sfruttare il servizio pubblico perché si è bravi, si ha studiato di più. Poco per volta i responsabili politici che hanno tentato di impadronirsi del movimento sono stati cacciati ma nondimeno molti protestatari si rifugiano dietro leaders estremisti di destra e di sinistra. Si scopre che occorre sapere esprimersi per far valere opinioni anche giuste ma percepite in modo confuso e la retorica è un patrimonio di pochi. Nel movimento dei "gilets jaunes" ci sono persone che rifiutano la politica ma che la denunciano, ci sono però anche figure note con profili estremisti di destra e di sinistra, che soffiano sul fuoco. Inoltre , con il passare delle settimane , si nota la simpatia di molti "gilets jaunes" con l'estremismo di destra, il neo-fascismo, il razzismo. Alcuni personaggi sono noti ma non si sa né da chi sono finanziati, né chi li protegge , né chi li aiuta. Un tempo il bersaglio era facile da additare : cinquant'anni fa erano i comunisti , poi ( da sempre) gli ebrei, poi gli islamici e più in generale gli arabi, e tra gli ultimi arrivati, gli emigranti.
Il sistema decisionale francese è forse uno dei temi scottanti che ha mosso le folle. Nella lista delle rivendicazioni il cambiamento del regime democratico in vigore in Francia è palese. Il sistema attualmente in vigore è stato voluto da De Gaulle, il quale riteneva che la Francia non poteva essere governata che da un apparato politico molto autoritario . Il sistema di governo da lui imposto è assai simile a quello di una monarchia illuminata, con un parlamento privo di competenze e un sacco di peculiarità che io chiamerei difetti, ma ogni paese ha il suo modo di governarsi. La maggioranza dell'opinione pubblica francese vi fu favorevole per decenni. Molti ne hanno approfittato. Macron ha annunciato che voleva cambiare il sistema decisionale, il modo di governare, ed ha vinto le elezioni. Anche Marie Le Pen e il suo partito un po`razzista e molto sovranista vorrebbe fare le stesse cose con scopi diversi e ora raccoglie la maggioranza dei consensi. Come due anni fa Macron e la Le Pen sono in testa ai sondaggi che misurano i favori dell'opinione pubblica. Tesi sovente comuni sulla strategia di governo, obiettivi largamente condivisi dall'opinione pubblica, diversità di metodi per realizzarli. Intanto lo Stato autoritario voluto da De Gaulle serve ed è utilizzato talora bene talora male da Macron e dal suo staff. Quasi nulla però è mutato in Francia da questo punto di vista.Nell'attesa del futuro si spera che non vinca la reazione becera, il sopruso, la chiusura mentale e che la Francia resti una democrazia aperta.
Collera: è la parola che va di moda. Non credo che il termine sia esatto ma tutti lo usano. E' un "passe partout": i manifestanti esprimono la loro collera, come se la collera fosse passeggera, come se la collera o la rabbia passassero dopo un primo sfogo. Ma non si tratta di collera , né di rabbia. Forse è furia cieca. E' qualcosa d'altro. La violenza alla quale si assiste ( anche nell'atto ottavo) non è un'esplosione ingiustificata , subitanea, momentanea. Il governo tenta di canalizzare questa esplosione di malcontento che si manifesta con violenze urbane inaudite per un osservatore non abituato a queste forme di agitazione , di soffocare con gli strumenti abituali dello stato che è legittimato a gestire la forza, questa furia . Si parla anche di rispetto, di ascolto , quando si rinuncia a ricorrere al termine collera. Ma si tratta invero di qualcosa d'altro e il dialogo non si intreccia. Gli uni cercano di farsi capire e gli altri invece vorrebbero canalizzare entro le forme tradizionali dei rapporti istituzionali l'espressione disarticolata, molteplice, del disagio, del malessere. Quando si capisce che non passa nessuna comunicazione la ribellione, la violenza dei manifestanti e quella istituzionale crescono. C'è da temere il peggio? Forse no. Nessuna concessione sembra al momento suscettibile di calmare le acque. Il governo e Macron potrebbero concedere altri sostegni, modificare la rigidità del sistema francese, cedere qualcosa ma non è quanto i più avveduti manifestanti vorrebbero. Forse la Quinta repubblica , quella voluta da De Gaulle , cambierà se Macron avrà l'intelligenza di capirlo, e allora tutto si calmerà. La povertà diminuirà magari di un poco ma i ricchi continueranno a tenere in mano il potere. Un altro atto della scena sarà recitato senza modifiche sostanziali dei rapporti di forza.
vendredi 4 janvier 2019
dimanche 28 octobre 2018
Iniziativa popolare elvetica:"Il diritto svizzero anziché giudici stranieri (iniziativa per l'autodeterminazione)".
Ancora un'iniziativa della destra nostalgica del passato sulla quale i votanti elvetici dovranno esprimersi il prossimo 25 novembre. Voterò NO.
Questa iniziativa è assurda per moltissime ragioni. L'iniziativa, non facile da capire, chiede di modificare la Costituzione Federale e oppone la Costituzione Federale elvetica al diritto internazionale.
L'iniziativa non riconosce che esiste complementarietà tra giurisprudenza internazionale e diritto svizzero , afferma che il diritto elvetico può ignorare norme che proteggono le persone ( per esempio le norme ancorate nel diritto umanitario). In caso di contraddizione tra i due diritti dovrebbe prevalere il diritto elvetico e le norme prescritte dal diritto internazionale dovrebbero essere disattese. Questa è l'autodeterminazione che significa dare ai cittadini elvetici l'ultima parola su tutte le decisioni politiche importanti. Questa autodeterminazione si concretizza nella collaudata democrazia diretta. E' questa pratica che l'iniziativa si prefigge di difendere, ignorando per esempio che alle votazioni ( così si chiamano) sui referendum e le iniziative popolari, tipiche manifestazioni della cosiddetta democrazia diretta, partecipa in media il 40% degli elettori. La maggioranza degli aventi diritto di voto non vota. Si potrebbe dire tanto peggio per loro , ossia per gli assenti, per chi non vota. L'assenteismo è un torto. Ma se la democrazia diretta è davvero importante non si capisce come mai solo il 40% degli inscritti nei cataloghi elettori vada a votare.
Di quale pilastro democratico si tratta? Si ignora che ci vogliono un sacco di soldi per influenzare l'opinione di chi va a votare ( per esempio per pagare i manifesti con i quali si tappezzano strade, piazze e monumenti) e che non tutti possono permettersi di partecipare alle campagne elettorali. Spesso, per non dire sempre, prevalgono i più ricchi. Infine non si dice che la formulazione delle iniziative implica lotte furibonde dietro le quinte. Le formulazioni delle domande poste al corpo elettorale non sono banali. L'opinione pubblica può essere manipolata. Ci sono parecchi modi per manipolare l'opinione dei votanti.
L'iniziativa è uno scontro tra chi intende difendere il diritto del popolo ( così ci si esprime) a intervenire nella vita politica preservando una disposizione elettorale tradizionale ( le iniziative e i referendum popolari) e chi invece crede nel valore dei trattati internazionali che attirano l'attenzione sulla protezione di determinate dimensioni , come per esempio la libera circolazione dei lavoratori. E' successo in tempi recenti che voti popolari non siano stati applicati perché contrari al diritto internazionale , mandando su tutte le furie i tradizionalisti per i quali il cosiddetto " popolo" si sarebbe espresso nel risultato elettorale e la sua volontà non sarebbe stata rispettata in nome della superiorità dei trattati internazionali.
Questa è una vecchia storia, è una lotta tra campanilismo chiuso e internazionalismo aperto, tra localismo gretto e metropolitarismo flessibile, tra chiusura comunitaria e apertura progressista, tra città e campagna, tra gente delle montagne e gente dei centri urbani, tra grandi mercati e piccolo commercio, tra ciò che è vicino e ciò che è distante. Il locale si controlla bene. Quanto è distante invece sfugge , è critico. Si deve diffidare delle voci che vengono da via e non dal campanile, da quanto coltivano i nostalgici alpini del passato idilliaco ( che idilliaco non era affatto). Il mondo agreste non era per nulla né dolce né delizioso, né bello. Beninteso non tutto quanto offre il mercato è bello. Si deve apprendere a essere critici nei confronti dei valori proposti, apprendere in ogni caso a pensare con la propria testa, a giudicare. Ma non si apprende a essere critici restando ancorati ai modi tradizionali di vita, spesso ingiusti e ignobili. Non è tutto bello quel che sta altrove ma nemmeno è bello quel che si è vissuto e si crede, ci si illude, di conoscere bene. I tratti peggiori della violenza locale sono spesso occultati, rimossi, come si dice con la fraseologia di una scienza apparsa ai primi del Novecento. Si tramanda e si racconta una storia epica di quanto successo negli anni addietro e si scorda che il mondo agreste era tutt'altro che idilliaco. Era invece aspro, duro, faticoso. I valori che si praticavano allora non erano quelli odierni, ma quei valori non erano affatto migliori di quelli in voga di questi tempi.
I promotori dell'iniziativa sottoposta al voto sostengono che il diritto costituzionale elvetico, emanato su basi democratiche, è la fonte suprema di referenza della giustizia. Questo riviene a dire che il diritto elvetico è migliore di quello internazionale, che la giustizia praticata in Elvezia non necessita di nessun correttivo. Ancora una volta si batte questo chiodo, quello della perfezione dei prodotti elvetici perché frutto della democrazia diretta, considerata come un modello di successo e di bontà del diritto e della giustizia . Si vende a tutto spiano questo argomento. Molti vi credono.
Questa iniziativa è assurda per moltissime ragioni. L'iniziativa, non facile da capire, chiede di modificare la Costituzione Federale e oppone la Costituzione Federale elvetica al diritto internazionale.
L'iniziativa non riconosce che esiste complementarietà tra giurisprudenza internazionale e diritto svizzero , afferma che il diritto elvetico può ignorare norme che proteggono le persone ( per esempio le norme ancorate nel diritto umanitario). In caso di contraddizione tra i due diritti dovrebbe prevalere il diritto elvetico e le norme prescritte dal diritto internazionale dovrebbero essere disattese. Questa è l'autodeterminazione che significa dare ai cittadini elvetici l'ultima parola su tutte le decisioni politiche importanti. Questa autodeterminazione si concretizza nella collaudata democrazia diretta. E' questa pratica che l'iniziativa si prefigge di difendere, ignorando per esempio che alle votazioni ( così si chiamano) sui referendum e le iniziative popolari, tipiche manifestazioni della cosiddetta democrazia diretta, partecipa in media il 40% degli elettori. La maggioranza degli aventi diritto di voto non vota. Si potrebbe dire tanto peggio per loro , ossia per gli assenti, per chi non vota. L'assenteismo è un torto. Ma se la democrazia diretta è davvero importante non si capisce come mai solo il 40% degli inscritti nei cataloghi elettori vada a votare.
Di quale pilastro democratico si tratta? Si ignora che ci vogliono un sacco di soldi per influenzare l'opinione di chi va a votare ( per esempio per pagare i manifesti con i quali si tappezzano strade, piazze e monumenti) e che non tutti possono permettersi di partecipare alle campagne elettorali. Spesso, per non dire sempre, prevalgono i più ricchi. Infine non si dice che la formulazione delle iniziative implica lotte furibonde dietro le quinte. Le formulazioni delle domande poste al corpo elettorale non sono banali. L'opinione pubblica può essere manipolata. Ci sono parecchi modi per manipolare l'opinione dei votanti.
L'iniziativa è uno scontro tra chi intende difendere il diritto del popolo ( così ci si esprime) a intervenire nella vita politica preservando una disposizione elettorale tradizionale ( le iniziative e i referendum popolari) e chi invece crede nel valore dei trattati internazionali che attirano l'attenzione sulla protezione di determinate dimensioni , come per esempio la libera circolazione dei lavoratori. E' successo in tempi recenti che voti popolari non siano stati applicati perché contrari al diritto internazionale , mandando su tutte le furie i tradizionalisti per i quali il cosiddetto " popolo" si sarebbe espresso nel risultato elettorale e la sua volontà non sarebbe stata rispettata in nome della superiorità dei trattati internazionali.
Questa è una vecchia storia, è una lotta tra campanilismo chiuso e internazionalismo aperto, tra localismo gretto e metropolitarismo flessibile, tra chiusura comunitaria e apertura progressista, tra città e campagna, tra gente delle montagne e gente dei centri urbani, tra grandi mercati e piccolo commercio, tra ciò che è vicino e ciò che è distante. Il locale si controlla bene. Quanto è distante invece sfugge , è critico. Si deve diffidare delle voci che vengono da via e non dal campanile, da quanto coltivano i nostalgici alpini del passato idilliaco ( che idilliaco non era affatto). Il mondo agreste non era per nulla né dolce né delizioso, né bello. Beninteso non tutto quanto offre il mercato è bello. Si deve apprendere a essere critici nei confronti dei valori proposti, apprendere in ogni caso a pensare con la propria testa, a giudicare. Ma non si apprende a essere critici restando ancorati ai modi tradizionali di vita, spesso ingiusti e ignobili. Non è tutto bello quel che sta altrove ma nemmeno è bello quel che si è vissuto e si crede, ci si illude, di conoscere bene. I tratti peggiori della violenza locale sono spesso occultati, rimossi, come si dice con la fraseologia di una scienza apparsa ai primi del Novecento. Si tramanda e si racconta una storia epica di quanto successo negli anni addietro e si scorda che il mondo agreste era tutt'altro che idilliaco. Era invece aspro, duro, faticoso. I valori che si praticavano allora non erano quelli odierni, ma quei valori non erano affatto migliori di quelli in voga di questi tempi.
I promotori dell'iniziativa sottoposta al voto sostengono che il diritto costituzionale elvetico, emanato su basi democratiche, è la fonte suprema di referenza della giustizia. Questo riviene a dire che il diritto elvetico è migliore di quello internazionale, che la giustizia praticata in Elvezia non necessita di nessun correttivo. Ancora una volta si batte questo chiodo, quello della perfezione dei prodotti elvetici perché frutto della democrazia diretta, considerata come un modello di successo e di bontà del diritto e della giustizia . Si vende a tutto spiano questo argomento. Molti vi credono.
lundi 3 septembre 2018
Marco Malvaldi, A bocce ferme
Terminata un'altra lettura. Questo è un testo originale ma non è un capolavoro letterario; si tratta di un giallo, opera di Marco Malvaldi. Titolo: "A bocce ferme", edizioni Sellerio, 2018, pagg. 223.
Il racconto riguarda l'assassinio di Corrado Alberto, proprietario della Farmesis, un'azienda farmaceutica del litorale toscano tra PISA e Livorno. Parte della narrazione è incentrata sui quattro vecchietti, clienti abituali del Bar Lume , quattro toscanacci, che aiutano Alice Martelli, vice-questore, fidanzata del barista Massimo, a risolvere il crimine, anzi il duplice crimine. Il libro ha pregi e difetti ma il giallo non è gran che. Ne girano di migliori in Italia. Penso per esempio a quelli di Maurizio Di Giovanni e alla sua serie di gialli napoletani. Il crimine toscano è avvenuto nel 1968 e i quattro vecchietti, allora giovani, hanno partecipato, ognuno in un modo o in un altro, agli avvenimenti che hanno agitato il mondo scolastico di quel lontano periodo. In particolare si deve ricordare che a PISA c'è una università nonché la scuola normale, un istituto universitario di eccellenza e che a Pisa ci sono stati scontri violenti, si sono picchiati. I quattro non erano né alla Normale né all'Uni. Non mi conviene spiegare qui come mai si rievoca il 68 in questo giallo ma Malvaldi è bravo a ricostruire quei mesi e quegli anni, le illusioni di molti, le lotte, le battaglie condotte dal movimento studentesco e dalla classe operaia che allora c'era.
Malvaldi è un attento osservatore. Le chiacchiere nel bar sono ricostruite con bravura. anche i movimenti dei quattro sono osservati e descritti molto bene ma il giallo non convince. C'è in ballo una questione di eredità tra il fondatore della Farmesis, il figlio putativo, un giornalista locale che da giovane faceva il rivoluzionario. Si passa da un tema all'altro , si è un poco strattonati. Sono entrato nel giallo solo dopo metà libro. La lettura del libro non mi ha convinto, la vicenda mi ha coinvolto solo molto tardi verso la fine del libro, anche se talune pagine iniziali sono assai belle. Leggo questi gialli , come quelli di Camilleri o di Donna Leon, per gustare la ricchezza del mondo letterario italiano. Ci sono autori interessanti in diverse città, che descrivono quanto succede localmente e che mettono in evidenza le peculiarità ( gastronomiche, linguistiche, religiose, ecc.) locali. Per esempio Camilleri è immerso nel mondo siculo, Di Giovanni in quello napoletano, Malvaldi nel mondo toscano-tirrenico, ecc. E' davvero une delizia leggere questi autori. Non li cito tutti. Si viaggia in Italia.
Il racconto riguarda l'assassinio di Corrado Alberto, proprietario della Farmesis, un'azienda farmaceutica del litorale toscano tra PISA e Livorno. Parte della narrazione è incentrata sui quattro vecchietti, clienti abituali del Bar Lume , quattro toscanacci, che aiutano Alice Martelli, vice-questore, fidanzata del barista Massimo, a risolvere il crimine, anzi il duplice crimine. Il libro ha pregi e difetti ma il giallo non è gran che. Ne girano di migliori in Italia. Penso per esempio a quelli di Maurizio Di Giovanni e alla sua serie di gialli napoletani. Il crimine toscano è avvenuto nel 1968 e i quattro vecchietti, allora giovani, hanno partecipato, ognuno in un modo o in un altro, agli avvenimenti che hanno agitato il mondo scolastico di quel lontano periodo. In particolare si deve ricordare che a PISA c'è una università nonché la scuola normale, un istituto universitario di eccellenza e che a Pisa ci sono stati scontri violenti, si sono picchiati. I quattro non erano né alla Normale né all'Uni. Non mi conviene spiegare qui come mai si rievoca il 68 in questo giallo ma Malvaldi è bravo a ricostruire quei mesi e quegli anni, le illusioni di molti, le lotte, le battaglie condotte dal movimento studentesco e dalla classe operaia che allora c'era.
Malvaldi è un attento osservatore. Le chiacchiere nel bar sono ricostruite con bravura. anche i movimenti dei quattro sono osservati e descritti molto bene ma il giallo non convince. C'è in ballo una questione di eredità tra il fondatore della Farmesis, il figlio putativo, un giornalista locale che da giovane faceva il rivoluzionario. Si passa da un tema all'altro , si è un poco strattonati. Sono entrato nel giallo solo dopo metà libro. La lettura del libro non mi ha convinto, la vicenda mi ha coinvolto solo molto tardi verso la fine del libro, anche se talune pagine iniziali sono assai belle. Leggo questi gialli , come quelli di Camilleri o di Donna Leon, per gustare la ricchezza del mondo letterario italiano. Ci sono autori interessanti in diverse città, che descrivono quanto succede localmente e che mettono in evidenza le peculiarità ( gastronomiche, linguistiche, religiose, ecc.) locali. Per esempio Camilleri è immerso nel mondo siculo, Di Giovanni in quello napoletano, Malvaldi nel mondo toscano-tirrenico, ecc. E' davvero une delizia leggere questi autori. Non li cito tutti. Si viaggia in Italia.
dimanche 2 septembre 2018
La valutazione dei sistemi scolastici
Su Facebook ho un gruppetto di interlocutori ferocemente opposti all'INVALSI , l'Istituto Nazionale italiano di valutazione della scuola situato a Roma, erede del CEDE , il Centro europeo dell'educazione che era a Frascati nella Villa Falconieri. Il gruppetto propone la chiusura delI'INVALSI accusato di essere la causa di molti mali di cui soffre il sistema scolastico italiano nonché di aggravare il malandazzo che impera nel sistema scolastico italiano , di non attenuarlo come invece si pretende che dovrebbe fare fornendo informazioni attendibili ai dirigenti politici sullo stato del sistema scolastico italiano, in realtà solo su quello delle scuole primarie e secondarie. Le indagini censuarie dell'Istituto sono criticate per lo stile con cui sono condotte, per lo spreco di soldi che rappresentano soprattutto perché scoprono l'acqua calda, cioè cose che si sanno già da tempo anche senza le indagini. Ci si chiede dunque se le indagini dell'INVALSI servano a qualcosa e la risposta è negativa. Per finire si afferma anche che la valutazione non è oggettiva e si discetta sull'impossibilità di una valutazione oggettiva del sistema scolastico. Per denigrare totalmente la valutazione scolastica in atto si sostiene che gli items dei test costruiti dall'INVALSI sarebbero quiz e si afferma che la "Settimana enigmistica", l'opuscolo in vendita nelle edicole in Italia, specializzato nelle parole incrociate, ma non solo, sia molto migliore dei test prodotti dall'INVALSI.
Le critiche ai metodi di valutazione usati dall'INVALSI dunque furoreggiano tra i cosiddetti amici di Facebook ma anche tra una minoranza di insegnanti, pronti a valutare ad occhio quanto succede nelle scuole ma opposti a qualsiasi tentativo di valutazione scientifica, sistematica, basata su algoritmi. Molti insegnanti straparlano di valutazione e fanno di ogni erba un fascio, senza conoscere come sono preparate le valutazioni dei sistemi scolastici. E' doveroso criticare le modalità di valutazione dei sistemi scolastici perché solo con queste critiche se ne correggono i difetti ed è corretto esaminarne le conseguenze come pure i metodi usati per effettuare le indagini Per esempio in Italia si è deciso di effettuare indagini censuarie e non solo campionarie. Chi ha deciso? Quando? Con quali argomenti? Cosa si voleva ottenere con le indagini censuarie? L'amministrazione scolastica italiana era attrezzata per realizzarle? Si è poi deciso di mescolare le indagini sul sistema scolastico con le prove individuali , gli esami , i cui risultati vengono inseriti nelle pagelle e contano nel computo delle medie di ogni studente quindi nelle promozioni e negli orientamenti scolastici e professionali. Perché questa mescolanza di generi? Chi l'ha voluta? Si può fare altro? Infine si è passati di colpo a indagini elettroniche anche se la rete informatica diffusa sul territorio non lo consentiva. Chi ha deciso? Con quali intenzioni? Come si ponderano i risultati? Con quali risorse si preparano le scuole? Come si passa da una valutazione cartacea a una elettronica?
Il mondo della valutazione dei sistemi scolastici non è tutto roseo ma le accuse rivolte all'INVALSI sembrano davvero eccessive. In primo luogo è opportuno rilevare che l'INVALSI non è un ente autonomo che decide liberamente per proprio conto le indagini da effettuare e come effettuarle . L ' INVALSI dipende dal Ministro dell'Istruzione, delle Università e della Ricerca Scientifica. Questa fu un'opzione adottata al momento della creazione dell'INVALSI. Fu una scelta effettuata a Roma , frutto di un compromesso politico. Altre scelte, altri indirizzi esistono e sono dunque possibili. Ogni scelta ha i suoi pregi e i suoi difetti. Però si deve ammettere che la costituzione di un Istituto Nazionale di valutazione della scuola fu già di per sé un passo avanti soprattutto in una nazione come l'Italia, sprovvista di una forte tradizione psicometrica, di centri di ricerca e di formazione universitari specializzati nella valutazione "tout court" della scuola , ossia degli studenti, degli insegnanti , dei dirigenti scolastici, dell'amministrazione scolastica . Mentre nel mondo si costituiva a partire dagli anni trenta del secolo scorso una comunità scientifica di specialisti della valutazione internazionale comparata dei sistemi scolastici , in Italia non succedeva nulla del genere. L'Italia era di fatto assente in questo movimento. Orbene, la novità di politica scolastica alla fine del XX secolo fu appunto il trionfo della valutazione dei sistemi scolastici su larga scala. A livello politico si è capito che i sistemi scolastici andavano valutati, che per migliorare la gestione dei sistemi scolastici si doveva sapere come funzionavano e cosa imparavano gli studenti nelle scuole pubbliche. Questa operazione non è affatto semplice e solleva un sacco di problemi teorici e organizzativi, ossia pratici. Si è cominciato con quanto si sapeva già fare: ossia con la valutazione degli studenti. Purtroppo non sono uno specialista di psicometria e non sono in grado di discutere i difetti e le virtù dei test scolastici ( che in Italia taluni continuano a chiamare quiz ma che quiz non sono) usati per valutare gli apprendimenti degli studenti e per giudicare la pertinenza e la validità dei sistemi scolastici. So però che questo settore ha una lunga storia e che il dibattito su quanto si apprende a scuola e su come lo si misura continua. Per essere al corrente delle tendenze in atto occorre entrare nella comunità scientifica internazionale che si occupa di queste questioni. Gli specialisti italiani presenti con un ruolo attivo in questa comunità non sono numerosi. Questo significa che in Italia si vive di rendita nel settore della valutazione su vasta scala dei sistemi scolastici ossia che si è al rimorchio di quanto succede e si sperimenta altrove. L'INVALSI costringe a uscire da questa condizione di stallo. Il sistema scolastico italiano ( che va a sua volta va definito, ossia delimitato) deve essere valutato. I dati raccolti finora segnalano che il sistema scolastico italiano è ammalato. Non solo è sorto in ritardo rispetto a molti altri ma è profondamente inadeguato. Tutti sanno che la politica scolastica in Italia è quasi l'ultima ruota del carro e che nonostante le informazioni si è fatto ben poco per correggere i difetti del sistema che nonostante tutto sopravvive, grazie anche alla bravura di insegnanti, studenti e famiglie che accettano di operare in condizioni talora molto disagevoli.
Le critiche ai metodi di valutazione usati dall'INVALSI dunque furoreggiano tra i cosiddetti amici di Facebook ma anche tra una minoranza di insegnanti, pronti a valutare ad occhio quanto succede nelle scuole ma opposti a qualsiasi tentativo di valutazione scientifica, sistematica, basata su algoritmi. Molti insegnanti straparlano di valutazione e fanno di ogni erba un fascio, senza conoscere come sono preparate le valutazioni dei sistemi scolastici. E' doveroso criticare le modalità di valutazione dei sistemi scolastici perché solo con queste critiche se ne correggono i difetti ed è corretto esaminarne le conseguenze come pure i metodi usati per effettuare le indagini Per esempio in Italia si è deciso di effettuare indagini censuarie e non solo campionarie. Chi ha deciso? Quando? Con quali argomenti? Cosa si voleva ottenere con le indagini censuarie? L'amministrazione scolastica italiana era attrezzata per realizzarle? Si è poi deciso di mescolare le indagini sul sistema scolastico con le prove individuali , gli esami , i cui risultati vengono inseriti nelle pagelle e contano nel computo delle medie di ogni studente quindi nelle promozioni e negli orientamenti scolastici e professionali. Perché questa mescolanza di generi? Chi l'ha voluta? Si può fare altro? Infine si è passati di colpo a indagini elettroniche anche se la rete informatica diffusa sul territorio non lo consentiva. Chi ha deciso? Con quali intenzioni? Come si ponderano i risultati? Con quali risorse si preparano le scuole? Come si passa da una valutazione cartacea a una elettronica?
Il mondo della valutazione dei sistemi scolastici non è tutto roseo ma le accuse rivolte all'INVALSI sembrano davvero eccessive. In primo luogo è opportuno rilevare che l'INVALSI non è un ente autonomo che decide liberamente per proprio conto le indagini da effettuare e come effettuarle . L ' INVALSI dipende dal Ministro dell'Istruzione, delle Università e della Ricerca Scientifica. Questa fu un'opzione adottata al momento della creazione dell'INVALSI. Fu una scelta effettuata a Roma , frutto di un compromesso politico. Altre scelte, altri indirizzi esistono e sono dunque possibili. Ogni scelta ha i suoi pregi e i suoi difetti. Però si deve ammettere che la costituzione di un Istituto Nazionale di valutazione della scuola fu già di per sé un passo avanti soprattutto in una nazione come l'Italia, sprovvista di una forte tradizione psicometrica, di centri di ricerca e di formazione universitari specializzati nella valutazione "tout court" della scuola , ossia degli studenti, degli insegnanti , dei dirigenti scolastici, dell'amministrazione scolastica . Mentre nel mondo si costituiva a partire dagli anni trenta del secolo scorso una comunità scientifica di specialisti della valutazione internazionale comparata dei sistemi scolastici , in Italia non succedeva nulla del genere. L'Italia era di fatto assente in questo movimento. Orbene, la novità di politica scolastica alla fine del XX secolo fu appunto il trionfo della valutazione dei sistemi scolastici su larga scala. A livello politico si è capito che i sistemi scolastici andavano valutati, che per migliorare la gestione dei sistemi scolastici si doveva sapere come funzionavano e cosa imparavano gli studenti nelle scuole pubbliche. Questa operazione non è affatto semplice e solleva un sacco di problemi teorici e organizzativi, ossia pratici. Si è cominciato con quanto si sapeva già fare: ossia con la valutazione degli studenti. Purtroppo non sono uno specialista di psicometria e non sono in grado di discutere i difetti e le virtù dei test scolastici ( che in Italia taluni continuano a chiamare quiz ma che quiz non sono) usati per valutare gli apprendimenti degli studenti e per giudicare la pertinenza e la validità dei sistemi scolastici. So però che questo settore ha una lunga storia e che il dibattito su quanto si apprende a scuola e su come lo si misura continua. Per essere al corrente delle tendenze in atto occorre entrare nella comunità scientifica internazionale che si occupa di queste questioni. Gli specialisti italiani presenti con un ruolo attivo in questa comunità non sono numerosi. Questo significa che in Italia si vive di rendita nel settore della valutazione su vasta scala dei sistemi scolastici ossia che si è al rimorchio di quanto succede e si sperimenta altrove. L'INVALSI costringe a uscire da questa condizione di stallo. Il sistema scolastico italiano ( che va a sua volta va definito, ossia delimitato) deve essere valutato. I dati raccolti finora segnalano che il sistema scolastico italiano è ammalato. Non solo è sorto in ritardo rispetto a molti altri ma è profondamente inadeguato. Tutti sanno che la politica scolastica in Italia è quasi l'ultima ruota del carro e che nonostante le informazioni si è fatto ben poco per correggere i difetti del sistema che nonostante tutto sopravvive, grazie anche alla bravura di insegnanti, studenti e famiglie che accettano di operare in condizioni talora molto disagevoli.
mercredi 4 juillet 2018
Sapiens
Ho ricevuto in regalo "Sapiens" il libro di Yuval Noah Harari che ho letto in francese. Harari è professore di storia all'università ebraica di Gerusalemme. L'autore mescola con grande abilità diverse discipline per raccontare il trionfo dell' homo sapiens. Libro molto colto, con nervose citazioni a piè di pagina. La prima parte del libro è affascinante perché descrive come si è passati da un mondo in cui vivevano sei speci differenti di ominidi a una sola specie , la nostra, quella dell'homo sapiens. Ci sono voluti 100 000 anni per giungere allo stato attuale. La lettura fa venire le vertigini perché riporta indietro di migliaia d'anni ed obbliga a ripensare il mondo, la situazione nella quale vivevano quelli che si chiamavano gli uomini primitivi mentre , almeno nel mio caso almeno, riesco a rappresentarmi più o meno bene il contesto di 2000-3000 anni fa. In ogni modo questa parte del libro è salutare perché rivela che 2000 anni fa è di poco conto, ossia è un periodo vicinissimo a quello attuale. Per la mia generazione gli uomini primitivi costituivano una nebulosa vaga, un magma confuso che invece Harari dipana e questa dimensione mi ha affascinato. La seconda parte del libro, assai voluminoso perché è di 500 pagine, invece è noiosa, piatta, scialba. Vi si descrive il successo della società creata dall'homo sapiens e i limiti di questa società. Si sfiora il racconto ideologico. E' infatti difficile cogliere gli aspetti che contraddistinguono la società contemporanea senza esprimere un giudizio. Harar tenta di stare in bilico. cita una sola volta Karl Marx che invece è uno dei rari filosofi che ha analizzato la società capitalista e non cita mai nelle svariate pagine dedicate alla felicità, Freud che invece ha indagato il malessere della società contemporanea, Ho acquistato il libro che segue: "Homo Deus " che ha come sottotitolo almeno nell'edizione francese "Una breve storia del futuro" ( non so quale sia il sottotitolo ufficiale nell'edizione in italiano) ed ho subito capito il titolo: si tratta di un altro volumone sul destino della società voluta, gestita, dall'homo sapiens il quale si comporta come un dio, plasma il mondo, la terra, nella quale vive come vuole, nel bene e nel male, con le forze, l'abilità e l'intelligenza che ha. Mi rendo conto che scopro assai tardi questo autore e questi volumi che sono di divulgazione e che inducono nondimeno a riflettere.
mercredi 28 février 2018
Patria
Il concetto di patria mi ha cullato dall'infanzia , mi frulla nella testa anche ora dopo che l'ho mandato al diavolo. La patria c'è e non c'è. Mi sono liberato di una certa interpretazione del concetto di patria, quello che si tentava di inculcarmi nell'immediato dopoguerra ( gli anni dal 1945 al 1950) e ne scopro un'altra. Siamo legati a qualcosa, a un territorio, almeno mi sento legato. Questa è una domanda che mi pongo. Che cosa mi lega ?
Ho finito di leggere un romanzo di 632 pagine di Fernando Aramburo intitolato Patria, tradotto in italiano dal castigliano e pubblicato da Guanda nel settembre 2017. Il romanzo è del 2016. La patria in questione è il paese basco, e il romanzo racconta, descrive quanto succede in una zona, in un paese molto piccolo, proprio come il mio, l'area che va da Bilbao a San Sebastian, un'area montagnosa, aspra. Tutti si conoscono nei paesotti e la patria comune in moltissimi pagine è il basco, la lingua parlata in quella regione. Il libro è zeppo di termini baschi e alla fine si trova un lessico che permette di capire il testo, ma si intuisce ugualmente il significato dei termini anche senza lessico .Quindi la lingua è il comune denominatore che affilia a una patria. I terroristi baschi, quelli delll'ETA, parlavano basco tra loro e rifiutavano coloro che parlavano il castigliano. Poco per volta, leggendo il libro, ho capito il titolo e mi sono reso conto che si parlava di patria, che in ballo era il legame a qualcosa che determinava i comportamenti, i valori, l'ideologia e che alla fine tutto andava in fumo. Gli schemi ideologici rigidi contavano meno dei problemi singoli, delle persone che li vivono, li soffrono, li sopportano. Tre figure emblematiche nel racconto conducono la danza e fanno saltare tutti gli schemi ideologici: le due figlie e il fratello di una.
Nerea, gioviale, figlia di Bittori che si ribella a tutto. Anche in amore condivide un'esistenza complicata con un donnaiolo, Enrique, detto Quique, un bell'uomo che vuole restare indipendente e gran amatore di donne. Poi Arantxa, figlia di Miren che ha anche lei una vita sconvolta: due figli, divorziata da Guille e per finire paralizzata e in carrozzella per tutta la vita, condannata a comunicare con un iPad , a causa di un ictus cerebrale. Nerea è amica di Arantxa, Bittori di Miren. Il libro narra l'amicizia e la rottura per ragioni politiche tra le due famiglie, quella di Bittori , spagnola ma basca, moglie di un imprenditore locale basco ma nazionalista spagnolo e quella di Miren una nazionalista basca , la riconciliazione alla fine delle due famiglie. Esistono un terzo e un quarto incomodo. Dapprima il marito di Bittori, detto Txato, è assassinato dall'ETA; poi Joxe Mari, figlio di Miren, fratello di Arantxa, diventa militante dell'ETA e infine Gorka, altro fratello di Arantxa, che va via da casa, dal paese, che ama i libri, la scrittura, è omosessuale, vive con un uomo più vecchio di lui. Libro magnifico che racconta la storia di una follia, la lotta ferocissima dell'ETA contro lo stato castigliano per ottenere l'indipendenza del paese basco, poi la storia di due famiglie, un tempo amiche per la pelle, separate dal dramma dell'assassinio di Txato e infine la riconciliazione, il perdono strappato in punto di morte da Bittori a Joxe Mari, il terrorista.
Non so se il romanzo sia autobiografico o meno. Ho qualche dubbio in merito. Non conosco l'autore, ignoro la sua storia. Forse è Gorka. Ho ripercorso grazie al libro l'avventura dell'ETA. Mi sono ricordato che quando ero giovane capo scout avevo amici che sognavano l'ETA. Uno è partito più tardi per il paese basco. Non mi ricordo se per amore di una ragazza oppure per amore del progetto politico. Ho idee confuse a questo riguardo, ma il compagno ha avuto il coraggio di partire. Io vagheggiavo l'indipendenza del mio paese, un molto improbabile ritorno nel mondo italiano, l'italianità della regione in cui abitavo che aveva una storia locale di violenza, un poco ridicola, la quale aveva ben poco a che vedere con quanto succedeva allora nel Paese basco oppure nell'Irlanda del Nord. Però anche da noi tutti sanno tutto di tutti e si fa in modo di rendere pubblici le questioni private. Ai miei tempi c'erano i quotidiani e si usava la stampa per questa missione. Oggi alcuni quotidiani sono scomparsi. In ogni modo ci si serviva dei quotidiani per fare sapere anche le più insigne stupidate: per esempio i successi scolastici e politici, i voti ottenuti a fine anno oppure la nomina a un posto prestigioso, la partenza per un viaggio verso una meta esotica. Gli annunci funebri erano una lettura quotidiana, come pure la cronaca giudiziaria, quella sportiva, le nascite, i matrimoni dei figli degli amici, gli incidenti stradali e via dicendo. Ritrovo alcune di queste rubriche ben nutrite nella "Provence" , il maggiore quotidiano del Sud-Est francese, ma suppongo che la funzione informativa qui sia diversa. Sono scappato da quel mondo e non so come si regolano oggigiorno le vicende personali delle varie tribù che convivono in quel lembo di terra che è la parte meridionale elvetica delle Alpi incuneata nella Lombardia. Lì si parla una specie di italiano e una volta si usavano tantissimi dialetti. Si capisce benissimo l'italiano ufficiale della RAI o il toscano, ma il dialetto prealpino ( che non è la koinè pre-alpina se ho capito giusto), diverso da vallata a vallata,da città a città, è davvero la lingua madre. Fino ai sei anni credo di avere parlato solo in dialetto. Ho continuato a discutere in dialetto con i genitori fin quando sono stati in vita. L'italiano l'ho appreso a scuola. Prima lingua straniera! Capisco l'importanza che gli indipendenti baschi attribuiscono al basco . Ho ricevuto una volta a Ginevra i responsabili del centro di ricerca scientifica sulla scuola di San Sebastian che incontravano grosse difficoltà tecniche nel tradurre in basco i test dell'indagine internazionale PISA promossa dall'OCSE sulla valutazione di alcune conoscenze dei quindicenni. Il questionario di matematica era molto più lungo di quello catalano o castigliano. Volevano accertarsi di avere ragione nell'esigere che gli strumenti d'indagine fossero in basco. Più tardi ho scoperto che nelle scuole primarie senegalesi si insegnava in francese ma tutti, alunni e insegnanti parlavano invece il wolof, molti insegnanti conoscevano a malapena il francese. La patria è anche la lingua che si parla.
Il romanzo di Aramburu mi ha per prima cosa interpellato sulla mia vita quotidiana. Ho studiato, ho insegnato qualcosa nel mondo in cui sono nato. Mi hanno fatto capire che la patria era qualcosa di più grande ma sono scappato via. Non proprio come Gorka, l'omosessuale, scappato dal villaggio a Bilbao, che è pur sempre nel paese basco, e che ha finito per lavorare in una radio. Non è stato il mio caso. Ho abbandonato l'insegnamento. Sono partito, sono andato via anch'io. Anche nella mia scelta c'era una dimensione familiare, come nel romanzo.
Non sono mai stato patriottico. Provo tuttora molto fastidio di fronte alle manifestazioni patriottarde. I cosmopoliti, i senza patria ci sono e hanno sempre pagato un caro prezzo. Affascinano. Penso al libro di Ursula Hirschmann sorella dell'economista Albert e moglie di Altiero Spinelli, intitolato " Noi senza patria", pubblicato dal Mulino nel 1993. Poi mi viene in mente un'affermazione della filosofa USA Martha Nussbaum che in un'intervista ha dichiarato che la sua patria si trova laddove sta il suo gatto. Mi piace. Le radici ci sono e si tratta di equilibrare i legami con la terra di origine e la libertà di andarsene altrove , di essere spiriti liberi, indipendenti, di pensare come si vuole, di scegliere gli amici. I gatti si muovono poco anche se sono liberi di girare dove vogliono in casa, si affezionano a un angolino, laddove c'è qualcuno che li nutre, che li accarezza, e sono riconoscenti. tornano sempre dove stanno bene. Non è sempre il caso con gli umani.
Ho finito di leggere un romanzo di 632 pagine di Fernando Aramburo intitolato Patria, tradotto in italiano dal castigliano e pubblicato da Guanda nel settembre 2017. Il romanzo è del 2016. La patria in questione è il paese basco, e il romanzo racconta, descrive quanto succede in una zona, in un paese molto piccolo, proprio come il mio, l'area che va da Bilbao a San Sebastian, un'area montagnosa, aspra. Tutti si conoscono nei paesotti e la patria comune in moltissimi pagine è il basco, la lingua parlata in quella regione. Il libro è zeppo di termini baschi e alla fine si trova un lessico che permette di capire il testo, ma si intuisce ugualmente il significato dei termini anche senza lessico .Quindi la lingua è il comune denominatore che affilia a una patria. I terroristi baschi, quelli delll'ETA, parlavano basco tra loro e rifiutavano coloro che parlavano il castigliano. Poco per volta, leggendo il libro, ho capito il titolo e mi sono reso conto che si parlava di patria, che in ballo era il legame a qualcosa che determinava i comportamenti, i valori, l'ideologia e che alla fine tutto andava in fumo. Gli schemi ideologici rigidi contavano meno dei problemi singoli, delle persone che li vivono, li soffrono, li sopportano. Tre figure emblematiche nel racconto conducono la danza e fanno saltare tutti gli schemi ideologici: le due figlie e il fratello di una.
Nerea, gioviale, figlia di Bittori che si ribella a tutto. Anche in amore condivide un'esistenza complicata con un donnaiolo, Enrique, detto Quique, un bell'uomo che vuole restare indipendente e gran amatore di donne. Poi Arantxa, figlia di Miren che ha anche lei una vita sconvolta: due figli, divorziata da Guille e per finire paralizzata e in carrozzella per tutta la vita, condannata a comunicare con un iPad , a causa di un ictus cerebrale. Nerea è amica di Arantxa, Bittori di Miren. Il libro narra l'amicizia e la rottura per ragioni politiche tra le due famiglie, quella di Bittori , spagnola ma basca, moglie di un imprenditore locale basco ma nazionalista spagnolo e quella di Miren una nazionalista basca , la riconciliazione alla fine delle due famiglie. Esistono un terzo e un quarto incomodo. Dapprima il marito di Bittori, detto Txato, è assassinato dall'ETA; poi Joxe Mari, figlio di Miren, fratello di Arantxa, diventa militante dell'ETA e infine Gorka, altro fratello di Arantxa, che va via da casa, dal paese, che ama i libri, la scrittura, è omosessuale, vive con un uomo più vecchio di lui. Libro magnifico che racconta la storia di una follia, la lotta ferocissima dell'ETA contro lo stato castigliano per ottenere l'indipendenza del paese basco, poi la storia di due famiglie, un tempo amiche per la pelle, separate dal dramma dell'assassinio di Txato e infine la riconciliazione, il perdono strappato in punto di morte da Bittori a Joxe Mari, il terrorista.
Non so se il romanzo sia autobiografico o meno. Ho qualche dubbio in merito. Non conosco l'autore, ignoro la sua storia. Forse è Gorka. Ho ripercorso grazie al libro l'avventura dell'ETA. Mi sono ricordato che quando ero giovane capo scout avevo amici che sognavano l'ETA. Uno è partito più tardi per il paese basco. Non mi ricordo se per amore di una ragazza oppure per amore del progetto politico. Ho idee confuse a questo riguardo, ma il compagno ha avuto il coraggio di partire. Io vagheggiavo l'indipendenza del mio paese, un molto improbabile ritorno nel mondo italiano, l'italianità della regione in cui abitavo che aveva una storia locale di violenza, un poco ridicola, la quale aveva ben poco a che vedere con quanto succedeva allora nel Paese basco oppure nell'Irlanda del Nord. Però anche da noi tutti sanno tutto di tutti e si fa in modo di rendere pubblici le questioni private. Ai miei tempi c'erano i quotidiani e si usava la stampa per questa missione. Oggi alcuni quotidiani sono scomparsi. In ogni modo ci si serviva dei quotidiani per fare sapere anche le più insigne stupidate: per esempio i successi scolastici e politici, i voti ottenuti a fine anno oppure la nomina a un posto prestigioso, la partenza per un viaggio verso una meta esotica. Gli annunci funebri erano una lettura quotidiana, come pure la cronaca giudiziaria, quella sportiva, le nascite, i matrimoni dei figli degli amici, gli incidenti stradali e via dicendo. Ritrovo alcune di queste rubriche ben nutrite nella "Provence" , il maggiore quotidiano del Sud-Est francese, ma suppongo che la funzione informativa qui sia diversa. Sono scappato da quel mondo e non so come si regolano oggigiorno le vicende personali delle varie tribù che convivono in quel lembo di terra che è la parte meridionale elvetica delle Alpi incuneata nella Lombardia. Lì si parla una specie di italiano e una volta si usavano tantissimi dialetti. Si capisce benissimo l'italiano ufficiale della RAI o il toscano, ma il dialetto prealpino ( che non è la koinè pre-alpina se ho capito giusto), diverso da vallata a vallata,da città a città, è davvero la lingua madre. Fino ai sei anni credo di avere parlato solo in dialetto. Ho continuato a discutere in dialetto con i genitori fin quando sono stati in vita. L'italiano l'ho appreso a scuola. Prima lingua straniera! Capisco l'importanza che gli indipendenti baschi attribuiscono al basco . Ho ricevuto una volta a Ginevra i responsabili del centro di ricerca scientifica sulla scuola di San Sebastian che incontravano grosse difficoltà tecniche nel tradurre in basco i test dell'indagine internazionale PISA promossa dall'OCSE sulla valutazione di alcune conoscenze dei quindicenni. Il questionario di matematica era molto più lungo di quello catalano o castigliano. Volevano accertarsi di avere ragione nell'esigere che gli strumenti d'indagine fossero in basco. Più tardi ho scoperto che nelle scuole primarie senegalesi si insegnava in francese ma tutti, alunni e insegnanti parlavano invece il wolof, molti insegnanti conoscevano a malapena il francese. La patria è anche la lingua che si parla.
Il romanzo di Aramburu mi ha per prima cosa interpellato sulla mia vita quotidiana. Ho studiato, ho insegnato qualcosa nel mondo in cui sono nato. Mi hanno fatto capire che la patria era qualcosa di più grande ma sono scappato via. Non proprio come Gorka, l'omosessuale, scappato dal villaggio a Bilbao, che è pur sempre nel paese basco, e che ha finito per lavorare in una radio. Non è stato il mio caso. Ho abbandonato l'insegnamento. Sono partito, sono andato via anch'io. Anche nella mia scelta c'era una dimensione familiare, come nel romanzo.
Non sono mai stato patriottico. Provo tuttora molto fastidio di fronte alle manifestazioni patriottarde. I cosmopoliti, i senza patria ci sono e hanno sempre pagato un caro prezzo. Affascinano. Penso al libro di Ursula Hirschmann sorella dell'economista Albert e moglie di Altiero Spinelli, intitolato " Noi senza patria", pubblicato dal Mulino nel 1993. Poi mi viene in mente un'affermazione della filosofa USA Martha Nussbaum che in un'intervista ha dichiarato che la sua patria si trova laddove sta il suo gatto. Mi piace. Le radici ci sono e si tratta di equilibrare i legami con la terra di origine e la libertà di andarsene altrove , di essere spiriti liberi, indipendenti, di pensare come si vuole, di scegliere gli amici. I gatti si muovono poco anche se sono liberi di girare dove vogliono in casa, si affezionano a un angolino, laddove c'è qualcuno che li nutre, che li accarezza, e sono riconoscenti. tornano sempre dove stanno bene. Non è sempre il caso con gli umani.
mercredi 21 février 2018
Il mio 68
Quest'anno ricorre il cinquantesimo degli avvenimenti successi nel lontano 1968. Taluni aborrono quanto accaduto allora e vorrebbero tornare indietro , al mondo come era nel corso degli Anni dell'immediato dopoguerra. Altri invece , più lucidi, ammettono che il 68 è stata una pietra miliare, un'occasione d'oro per cambiare il mondo. Il mondo dopo d'allora è infatti cambiato, forse non proprio come lo si auspicava. Credo però che oggigiorno si stia anche molto meglio di cinquant'anni fa, checché se ne dica, nonostante gli errori commessi per cercare vie nuove rispetto a quelle percorse fino ad allora , praticare modi diversi di esistere, di vivere, correggere le deformazioni del "vecchio" mondo ( ce n'erano). Non voglio qui alludere a quanto successo nel campo scolastico ma penso soprattutto al quadro generale. Le istituzioni ( il sistema scolastico, l'Esercito, le Chiese, i partiti, il sistema finanziario, ecc.) erano in crisi. Non è che tutto quanto successo dopo il 68 mi piaccia ma questa non è la questione. Escono molti libri in questi mesi su quel periodo che ha scombussolato un po' tutto il mondo dell'immediato dopoguerra. Non voglio raccontare la mia infanzia tra il 1945 e il 1950, ma non è stata davvero rosea. Alcuni cambiamenti sono illuminanti, altri meno. Non nascondo che mi piacciono soprattutto i testi di un leader di allora, Daniel Cohn-Bendit. Non solo i suoi testi, le sue prese di posizione, il suo modo di pensare il mondo odierno nel quale si trova, ma anche il tipo di vita che ha condotto.
Mi è spesso capitato di ripensare a quell'epoca. Avevo allora meno di trent'anni e ammetto che non capivo bene quanto stavamo vivendo. Sapevo però, tra il 1960 e il 1970, che non si potevano più mantenere le regole, i comportamenti, le credenze in voga fino ad allora perché per l'appunto le mentalità erano cambiate. Ho vissuto fino in fondo quegli anni ed ho anche sofferto. Non volevo più essere come lo ero, come mi avevano programmato e cresciuto. Mi rendevo conto che sarei stato come un pesce fuor d'acqua.
In fondo la questione scottante allora come oggigiorno è quella dell'autorità e dell'autoritarismo. Cosa significa essere autorevoli, esercitare l'autorità, occupare una posizione di prestigio. Chi definisce i compiti, le funzioni? Mi ricordo di un libro che mi aveva marcato: Verso una società senza padri ( "Auf dem Weg zur vaterlosen Gesellschaft") di Alexander Mitscherlich, psichiatra, psicanalista, sociologo tedesco. Avevo l'impressione di avere a che fare con una montagna di autorità ipocrite, false che si dovevano smontare, combattere. Tutto era buono per scardinare l'autoritarismo imperante. SI pensava allora che si sarebbe potuto fare a meno dell'autorità. Poi sono venute invece altre autorità, non tutte proprio illibate. Adesso mi rendo conto che l'autorità ci vuole per governare una società, che le istituzioni, da sempre, necessitano di autorità. Ho anche pagato lo scotto della mia ingenuità.
Mezzo secolo è passato da allora e i ricordi si sfumano. Per esempio non ricordo molti particolari di quanto successo all'Istituto Magistrale di Locarno dove insegnavo allora perché non sono né un cronista né uno storico e perché sono assai disordinato. In questi giorni mi hanno interpellato per sapere se accettavo o meno di andare alla commemorazione di quanto avvenuto all'Istituto Magistrale di Locarno tra metà marzo del 1968 e forse luglio dello stesso anno. Famosa fu allora l'occupazione dell'aula 20, il 9 marzo dello stesso anno. Sono tuttora orgoglioso di quella data. Fu ben prima del celebre maggio 68 parigino.Dopo quell'episodio capitarono molte cose all'Istituto Magistrale di Locarno e per finire un anno dopo, nell'estate del 1969, ho rassegnato le dimissioni da insegnante e me ne sono andato via da quella scuola, dal mondo nel quale ero cresciuto. Avevo capito che non potevo più starci. Ho iniziato un'altra vita. Localmente i vari episodi che ricostruisco oggigiorno assai male, sono stati molto pubblicizzati e sono stati vissuti anche in modo drammatico. Taluni eventi hanno avuto strascici dolorosi con risvolti drammatici. Ora molti di quegli episodi mi sembrano irrilevanti anche se hanno forgiato per decenni l'esistenza di tutti coloro che li hanno vissuti. Non saprei per esempio dire quali hanno inciso sulla mia vita. Ero predestinato a una carriera che ho rifiutato e sono scappato via per evitarla e per non soccombere in tutti i sensi. Ho fatto bene e mai avrei immaginato che la società locale, una società prealpina, situata nel cuore della Alpi, evolvesse come è successo. I punti di riferimento sono cambiati. Ne è risultato un quadro nuovo, cinquant'anni dopo. Sono ormai via da quel mondo che non sono in grado né di giudicare né di capire.
Ho vissuto intensamente quegli anni. Sapevo che andavo contro l'ordine costituito, che era come si diceva allora , un bel disordine; volevo che la formazione degli insegnanti mutasse e divenisse più seria, più funzionale. Lo volevano anche gli studenti dell'Istituto Magistrale. Le autorità di allora nel cantonetto, noi stessi del resto, ossia coloro che lottavano per migliorare la situazione, non eravamo attrezzati per innovare, cambiare, discutere, verificare. Ho però incontrato in quegli anni persone brillanti, qualificatissime, molto in gamba, che sono state un faro per me, che mi hanno aiutato nella mia grande confusione mentale a capire quanto succedeva e quanto vivevano perché loro avevano capito e perché avevano sofferto molto prima e molto di più di me.
Sul piano personale ricordo un carissimo amico, ora scomparso, di qualche anno più anziano di me, che dopo una vacanza di fine anno in Engadina, a inizio gennaio del 68 venne a trovarmi per dirmi che con l'amica, una morosa, era andata malissimo, che non aveva passato giornate felici perché lui si era scoperto omosessuale. Mi ha confessato allora la sua omosessualità. Nella cultura nella quale ero stato educato, l'omosessualità era un peccato mortale ma confusamente capivo che invece era qualcosa d'altro. Quell'amico mi ha aiutato molto a comprendere quanto era in ballo allora. Dopo di allora ho modificato interamente il mio sguardo, il mio giudizio, sull'omosessualità. Così è successo per tantissimi altri comportamenti sociali.
Per esempio in politica. Mi vergogno dei miei tentennamenti riguardo la guerra in Vietnam . Non capivo perché si organizzassero le sfilate di protesta, perché si dovessero fare anche nel cantonetto. Molti amici ci andavano ed io ero incapace di muovermi, di scendere , come si dice, in piazza. Ero paralizzato e mobilitavo tutti gli argomenti critici per spiegare riluttanza e passività. Mi sono occorsi parecchi anni per capire quanto importante fosse quella protesta contro uno stato bugiardo. Adesso si sa che il potere corrompe, che è difficile venirne fuori con le mani pulite, che la politica non è sempre un servizio disinteressato dello stato ma che può esserlo anche quando si devono accettare concessioni perché si negoziano le scelte, che etica e politica spesso si scontrano ma che ci vuole autorità e leadership condivisa per governare. Capisco anche che le manifestazioni di protesta in strada sono necessarie. Sono testimonianze.
Infine la sessualità: fu un vero scontro di idee, di pregiudizi, di comportamenti. Il 68 ha dato la stura a tutta una serie di proteste maturate nel decennio successivo: la lotta contro l'aborto, la lotta per il divorzio, il diritto al controllo delle nascite, la diffusione degli anticoncezionali, il femminismo. I costumi cambiavano. Si imponeva allora un nuovo tipo di famiglia, le donne si ribellavano. Madri sì, ma anche amanti. Persone libere, non più schiave di ruoli prefabbricati, imposti dalle autorità, statali o religiose. In ogni modo il 68 non è solo il 68. Sono anche gli anni precedenti e quelli successivi. E' un'epoca nella quale sono maturate molte rivolte. Il 68 degli studenti non fu che un punto di cristallizzazione. Molti concetti, molte idee, maturarono prima del 1968. Erano nell'aria.
Non tornerei proprio più indietro. Impossibile. Purtroppo tuttora moltissimi non hanno colto quanto rilevanti fossero quei messaggi. In quegli anni ho aperto gli occhi, ho condiviso trasformazioni sociali enormi che hanno cambiato la società. In bene o in male? Probabilmente nei due sensi, poco importa. Intanto ripenso a quanto fatto e già questo percorso, questa rivisitazione, questo feed-back, è di per sé un retaggio di quegli anni. Senza quelle agitazioni, senza ile modalità di come le ho vissute, non sarei qui a riviverle.
Mi spaventa la richiesta di leggi , di autorità, di norme invocate da vari gruppi sociali o politici soprattutto dai giovani. Sono ormai fuori gioco. E' evidente che le giovani generazioni oggigiorno sono disorientate, hanno un'esistenza non facile, ma ascolto attonito richieste formulate ovunque , che spesso combaciano nonostante le distanze geografiche, di soluzioni chiare, di regole da rispettare, di norme da imporre. La religione è vissuta come un toccasana. Qualsiasi religione. Offre riti, ascolto, perdono, commiserazione e regole connesse al destino alle quali ci si aggrappa come a un salvagente. Nondimeno si rivendica giustizia, tolleranza, comprensione, condizioni di vita decorose. Il lavoro è visto come un mezzo per sopravvivere. Ma quale lavoro? Allora si bara. Piuttosto che accettare un lavoro qualsiasi si rivendicano provvedimenti sociali protettivi. Le società contemporanee non sono però in grado di offrire quanto vorrebbero le giovani generazioni. Tocca alla classe politica capirne le rivendicazioni, agire per soddisfarle.Un altro 68 è necessario?
Mi è spesso capitato di ripensare a quell'epoca. Avevo allora meno di trent'anni e ammetto che non capivo bene quanto stavamo vivendo. Sapevo però, tra il 1960 e il 1970, che non si potevano più mantenere le regole, i comportamenti, le credenze in voga fino ad allora perché per l'appunto le mentalità erano cambiate. Ho vissuto fino in fondo quegli anni ed ho anche sofferto. Non volevo più essere come lo ero, come mi avevano programmato e cresciuto. Mi rendevo conto che sarei stato come un pesce fuor d'acqua.
In fondo la questione scottante allora come oggigiorno è quella dell'autorità e dell'autoritarismo. Cosa significa essere autorevoli, esercitare l'autorità, occupare una posizione di prestigio. Chi definisce i compiti, le funzioni? Mi ricordo di un libro che mi aveva marcato: Verso una società senza padri ( "Auf dem Weg zur vaterlosen Gesellschaft") di Alexander Mitscherlich, psichiatra, psicanalista, sociologo tedesco. Avevo l'impressione di avere a che fare con una montagna di autorità ipocrite, false che si dovevano smontare, combattere. Tutto era buono per scardinare l'autoritarismo imperante. SI pensava allora che si sarebbe potuto fare a meno dell'autorità. Poi sono venute invece altre autorità, non tutte proprio illibate. Adesso mi rendo conto che l'autorità ci vuole per governare una società, che le istituzioni, da sempre, necessitano di autorità. Ho anche pagato lo scotto della mia ingenuità.
Mezzo secolo è passato da allora e i ricordi si sfumano. Per esempio non ricordo molti particolari di quanto successo all'Istituto Magistrale di Locarno dove insegnavo allora perché non sono né un cronista né uno storico e perché sono assai disordinato. In questi giorni mi hanno interpellato per sapere se accettavo o meno di andare alla commemorazione di quanto avvenuto all'Istituto Magistrale di Locarno tra metà marzo del 1968 e forse luglio dello stesso anno. Famosa fu allora l'occupazione dell'aula 20, il 9 marzo dello stesso anno. Sono tuttora orgoglioso di quella data. Fu ben prima del celebre maggio 68 parigino.Dopo quell'episodio capitarono molte cose all'Istituto Magistrale di Locarno e per finire un anno dopo, nell'estate del 1969, ho rassegnato le dimissioni da insegnante e me ne sono andato via da quella scuola, dal mondo nel quale ero cresciuto. Avevo capito che non potevo più starci. Ho iniziato un'altra vita. Localmente i vari episodi che ricostruisco oggigiorno assai male, sono stati molto pubblicizzati e sono stati vissuti anche in modo drammatico. Taluni eventi hanno avuto strascici dolorosi con risvolti drammatici. Ora molti di quegli episodi mi sembrano irrilevanti anche se hanno forgiato per decenni l'esistenza di tutti coloro che li hanno vissuti. Non saprei per esempio dire quali hanno inciso sulla mia vita. Ero predestinato a una carriera che ho rifiutato e sono scappato via per evitarla e per non soccombere in tutti i sensi. Ho fatto bene e mai avrei immaginato che la società locale, una società prealpina, situata nel cuore della Alpi, evolvesse come è successo. I punti di riferimento sono cambiati. Ne è risultato un quadro nuovo, cinquant'anni dopo. Sono ormai via da quel mondo che non sono in grado né di giudicare né di capire.
Ho vissuto intensamente quegli anni. Sapevo che andavo contro l'ordine costituito, che era come si diceva allora , un bel disordine; volevo che la formazione degli insegnanti mutasse e divenisse più seria, più funzionale. Lo volevano anche gli studenti dell'Istituto Magistrale. Le autorità di allora nel cantonetto, noi stessi del resto, ossia coloro che lottavano per migliorare la situazione, non eravamo attrezzati per innovare, cambiare, discutere, verificare. Ho però incontrato in quegli anni persone brillanti, qualificatissime, molto in gamba, che sono state un faro per me, che mi hanno aiutato nella mia grande confusione mentale a capire quanto succedeva e quanto vivevano perché loro avevano capito e perché avevano sofferto molto prima e molto di più di me.
Sul piano personale ricordo un carissimo amico, ora scomparso, di qualche anno più anziano di me, che dopo una vacanza di fine anno in Engadina, a inizio gennaio del 68 venne a trovarmi per dirmi che con l'amica, una morosa, era andata malissimo, che non aveva passato giornate felici perché lui si era scoperto omosessuale. Mi ha confessato allora la sua omosessualità. Nella cultura nella quale ero stato educato, l'omosessualità era un peccato mortale ma confusamente capivo che invece era qualcosa d'altro. Quell'amico mi ha aiutato molto a comprendere quanto era in ballo allora. Dopo di allora ho modificato interamente il mio sguardo, il mio giudizio, sull'omosessualità. Così è successo per tantissimi altri comportamenti sociali.
Per esempio in politica. Mi vergogno dei miei tentennamenti riguardo la guerra in Vietnam . Non capivo perché si organizzassero le sfilate di protesta, perché si dovessero fare anche nel cantonetto. Molti amici ci andavano ed io ero incapace di muovermi, di scendere , come si dice, in piazza. Ero paralizzato e mobilitavo tutti gli argomenti critici per spiegare riluttanza e passività. Mi sono occorsi parecchi anni per capire quanto importante fosse quella protesta contro uno stato bugiardo. Adesso si sa che il potere corrompe, che è difficile venirne fuori con le mani pulite, che la politica non è sempre un servizio disinteressato dello stato ma che può esserlo anche quando si devono accettare concessioni perché si negoziano le scelte, che etica e politica spesso si scontrano ma che ci vuole autorità e leadership condivisa per governare. Capisco anche che le manifestazioni di protesta in strada sono necessarie. Sono testimonianze.
Infine la sessualità: fu un vero scontro di idee, di pregiudizi, di comportamenti. Il 68 ha dato la stura a tutta una serie di proteste maturate nel decennio successivo: la lotta contro l'aborto, la lotta per il divorzio, il diritto al controllo delle nascite, la diffusione degli anticoncezionali, il femminismo. I costumi cambiavano. Si imponeva allora un nuovo tipo di famiglia, le donne si ribellavano. Madri sì, ma anche amanti. Persone libere, non più schiave di ruoli prefabbricati, imposti dalle autorità, statali o religiose. In ogni modo il 68 non è solo il 68. Sono anche gli anni precedenti e quelli successivi. E' un'epoca nella quale sono maturate molte rivolte. Il 68 degli studenti non fu che un punto di cristallizzazione. Molti concetti, molte idee, maturarono prima del 1968. Erano nell'aria.
Non tornerei proprio più indietro. Impossibile. Purtroppo tuttora moltissimi non hanno colto quanto rilevanti fossero quei messaggi. In quegli anni ho aperto gli occhi, ho condiviso trasformazioni sociali enormi che hanno cambiato la società. In bene o in male? Probabilmente nei due sensi, poco importa. Intanto ripenso a quanto fatto e già questo percorso, questa rivisitazione, questo feed-back, è di per sé un retaggio di quegli anni. Senza quelle agitazioni, senza ile modalità di come le ho vissute, non sarei qui a riviverle.
Mi spaventa la richiesta di leggi , di autorità, di norme invocate da vari gruppi sociali o politici soprattutto dai giovani. Sono ormai fuori gioco. E' evidente che le giovani generazioni oggigiorno sono disorientate, hanno un'esistenza non facile, ma ascolto attonito richieste formulate ovunque , che spesso combaciano nonostante le distanze geografiche, di soluzioni chiare, di regole da rispettare, di norme da imporre. La religione è vissuta come un toccasana. Qualsiasi religione. Offre riti, ascolto, perdono, commiserazione e regole connesse al destino alle quali ci si aggrappa come a un salvagente. Nondimeno si rivendica giustizia, tolleranza, comprensione, condizioni di vita decorose. Il lavoro è visto come un mezzo per sopravvivere. Ma quale lavoro? Allora si bara. Piuttosto che accettare un lavoro qualsiasi si rivendicano provvedimenti sociali protettivi. Le società contemporanee non sono però in grado di offrire quanto vorrebbero le giovani generazioni. Tocca alla classe politica capirne le rivendicazioni, agire per soddisfarle.Un altro 68 è necessario?
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